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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoOffensiva lenta e questioni politiche

Offensiva lenta e questioni politiche

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Su “La Repubblica” di qualche giorno fa è stato pubblicato un lungo reportage dal fronte di Zaporizhzhia, che racconta la “lenta” controffensiva ucraina ed i combattimenti nel settore di Tokmak della Linea Surovikin. Nell’articolo vi sono varie testimonianze di soldati ucraini che raccontano la guerra di trincea in cui il conflitto con la Russia si è trasformato.

Esistono luoghi, ritmi, rituali e, più in generale, modi di combattere che richiamano la lontana nel tempo – ma vicinissima tatticamente, strategicamente ed anche negli effetti geopolitici – prima guerra mondiale. Narrazioni letterariamente simili a quelle del capolavoro “Trincee” (1924), diario di guerra dell’allora sottotenente Carlo Salsa, futuro vicedirettore della Siae durante il Ventennio fascista.

La mancanza di copertura aerea contribuisce a rallentare l’offensiva delle truppe ucraine, ma l’assenza di aerei da sola non basta. È la strutturazione stessa della Linea Surovikin, progettata apposta per resistere in profondità e “obbligare” gli attaccanti a prendere specifiche strade e puntare su determinati obiettivi, a frenare quello che la Nato pretenda debba essere uno “slancio” manovriero e non una lunga battaglia d’attrito.

La guerra di trincea, le lunghe attese, gli assalti a ondate portati avanti da gruppuscoli di fanteria ordinati su Signal, il ruolo fondamentale degli sminatori, le cortine fumogene dei Bradley, sono tutte necessità tattiche e strategiche, il passaggio obbligato di questa fase della guerra.

Nelle direzioni di Novoprokopivka, Mala Tokmachka e Ocheretuvat le Forze armate ucraine continuano ad avanzare, ottenendo importanti successi tattici. Novoprokopivka rappresenta il caposaldo russo della prima linea difensiva, che conduce poi a Solodka Balka e la sua conquista è fondamentale in vista delle operazioni contro Tokmak.

La difesa russa tenta di obbligare allo scontro urbano gli attaccanti, nel tentativo di bloccarli tra i caseggiati e diluirne il potenziale offensivo fino ad esaurimento. Come già spiegato, la Linea Surovikin ha la funzione di indirizzare gli ucraini verso percorsi “obbligati” ove i russi possano colpirli con più facilità.

Gli ucraini stanno dimostrando, invece, di poter rompere questo schema e di non impegnarsi per forza negli scontri urbani, ma di pressare le città ai lati e nelle periferie meridionali, così da minacciare il nemico di accerchiamento. Sembra, almeno per il momento, una tattica vincente, unita alla più ampia campagna di logoramento della logistica e delle infrastrutture militari russe.

Il successo della strategia ucraina si misura, però, anche in termini politici e non solo militari. Ci sono questioni come la crisi del grano, lo status della Crimea ed i rapporti con gli alleati occidentali che sono questioni intrinseche alla conduzione della guerra da parte di Kyiv e che non possono essere ignorate.

Il ministro dell’Agricoltura ucraino, Mykola Solskyi, ha chiesto all’Unione europea di eliminare le attuali restrizioni all’importazione di grano e cereali dall’Ucraina. Con la Russia che bombarda i porti ucraini, la strada più rapida per le esportazioni, quella marittima, è praticamente bloccata ed i costi via terra non riesce a soddisfare interamente la domanda. L’efficacia del corridoio navale unilaterale istituito dall’Ucraina per garantire le rotte del grano deve essere ancora testato e nell’ampia porzione di mare che va dal litorale orientale del Mar Nero fin quasi agli Stretti, la Flotta russa sta già attuando il “diritto di visita” sul naviglio mercantile neutrale. Secondo Solskyi, occorre potenziare la logistica verso i porti romeni per evitare che gli attacchi russi sui porti danubiani di Izmail e Remi paralizzino definitivamente le capacità dell’export cerealicolo di Kyiv. 

La risoluzione della crisi del grano, alla quale sta lavorando anche il governo turco, è uno di quegli obblighi che pesano su Kyiv quando si parla di “pressioni” da parte occidentale. 

Il presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky, ha aperto inoltre alla possibilità di trovare una “soluzione politica” per la Crimea, dichiarando che l’Ucraina rischia di perdere il sostegno militare di alcune grandi potenze se il campo di battaglia della guerra dovesse spostarsi in Russia.

Le azioni militari delle forze ucraine e dei volontari anti-Putin in territorio russo (giudicate da alcuni, troppo velocemente, come un nuovo fronte del conflitto) erano solo un diversivo ed uno strumento di “guerra politica”. 

Zelensky ha, inoltre, chiaramente intuito che il sostegno di una parte consistente della Nato (quella dei Paesi dell’Europa occidentale) all’Ucraina è legato alla sua “guerra di liberazione nazionale” e non ad una guerra schiettamente offensiva che possa causare – come tutta la vicenda Wagner/Prighozin sta mostrando – il rischio di collasso della Russia sull’onda di un’invasione e dell’implosione del sistema putiniano. 

La “grande guerra” di Stati Uniti e Occidente contro il revisionismo russo prevede di rintuzzare le ambizioni imperiali di Mosca, non di portare alla frammentazione la Federazione, che resta una potenza atomica e che non si può rischiare di trasformare in un “bazar” di bombe nucleari.

Ecco che le richieste occidentali rivolte a Kyiv per accelerare i ritmi della controffensiva in atto sono dunque rivolte solo ed esclusivamente alle operazioni in atto sul territorio ucraino. 

Anche l’accenno alla possibilità di una soluzione politica (cioè negoziale, nonostante il governo ucraino rifiuti questa definizione) per la Crimea – che è in mano russa de facto ed è una situazione con cui fare i conti – equivale, da un lato, ad aver percepito la “stanchezza” di una parte degli alleati, dall’altra ad invitarli a proseguire nello sforzo per sostenere l’impegno militare diretto degli ucraini almeno fino al raggiungimento degli “obiettivi minimi” del piano che, comunque, includono almeno la riconquista del “corridoio di Crimea” quale base su cui iniziare a dialogare con il nemico.

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