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Obiettivo Stati Uniti: perché Porto Rico ambisce a diventare il cinquantunesimo stato americano

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Porto Rico ambisce a diventare il cinquantunesimo stato americano. Secondo la maggioranza dei portoricani questa sarebbe la miglior soluzione per lasciarsi alle spalle crisi economica e problemi sociali. La decisione finale spetterà al Congresso dove però l’equilibrio politico tra democratici e repubblicani potrebbe far slittare la decisione.

Porto Rico potrebbe ben presto andare ad aggiungersi ai cinquanta Stati che formano gli Stati Uniti d’America, nonostante risulti esserne già parte integrante: i cittadini portoricani non possono prendere parte alle elezioni presidenziali americane né eleggono alcun membro al Congresso ma sono comunque rappresentati da osservatori che non possiedono il diritto di voto.

Dopo la fine della guerra ispano-americana Washington ottenne attraverso il Trattato di Parigi il controllo su Porto Rico. Nel 1901 la Corte Suprema decretò l’isola centro-americana territorio “appartenente agli Stati Uniti ma non una parte degli Stati Uniti”. La cittadinanza statunitense che venne concessa agli abitanti di Porto Rico nel 1917, ovvero meno di un mese dopo l’entrata in guerra degli americani, obbligò diciottomila portoricani a prestare servizio nell’esercito della nazione. L’isola divenne ufficialmente un commonwealth e si dotò di una carta costituzionale nel 1952. Porto Rico, pur rimanendo di fatto una colonia, possiede infatti una lunga tradizione di relazioni politiche ed economiche con Washington e per molti portoricani l’idea di venire associati agli Stati Uniti rappresenterebbe un balzo in avanti verso migliori prospettive di vita. Chi nasce a Porto Rico è infatti cittadino statunitense ma non può votare per il presidente. I portoricani eleggono la propria assemblea legislativa, un governatore e un rappresentante al Congresso che però non ha diritto di voto. L’inserimento nei cinquanta Stati a stelle e strisce consentirebbe a Porto Rico di ottenere importanti vantaggi economici: nonostante l’isola abbia goduto nel corso del tempo di assistenza da parte degli americani – come ad esempio quella alimentare, fondi per la casa e per i trasporti – i benefici che continua a ricevere risultano essere di entità minore rispetto a quelli che Washington eroga agli altri Stati federati.

Il Nuovo Partito Progressista di Porto Rico si è fatto carico della richiesta di una maggiore autonomia mentre il Partito Popolare Democratico (PPD) appare favorevole a consolidare lo status attuale dell’isola. Una parte consistente della popolazione portoricana ha comunque fortemente criticato l’operato dell’amministrazione americana dinanzi alla portata distruttiva degli uragani Irma e Maria che si sono abbattuti sullo stato centroamericano: nonostante la furia dei cicloni causò oltre tremila vittime, costringendo milioni di persone a vivere senza acqua potabile, cibo, elettricità, Washington preferì infatti dare la “precedenza” alle difficoltà di Florida e Texas.

I cittadini di Porto Rico si sono recati alle urne per ben sei volte negli ultimi cinquant’anni per esprimersi in merito al futuro del loro Stato. Lo scorso 3 novembre, mentre gli statunitensi sceglievano il loro futuro presidente, nell’isola si è tenuto un referendum non vincolante sullo status di Porto Rico: alla domanda se volessero diventare uno stato degli Usa, i cittadini hanno risposto con il 52% delle preferenze. I politici locali dovranno ora riuscire nell’intento di portare all’attenzione di Washington la volontà espressa dalla popolazione: Jennifer Gonzalez, rappresentante del governo portoricano a Washington, si è mossa proprio in tale direzione manifestando la volontà di aumentare le pressioni per far ottenere a San Juan il titolo di Stato federato. Nonostante non goda di buona fama presso la popolazione, anche a causa dell’inefficienza dimostrata nel saper fronteggiare l’emergenza causata dall’uragano Maria del settembre 2017, nonché in ragione della forte crisi economica che sta investendo l’isola, il governo locale guidato da Pedro Pierluisi ha appoggiato le istanze della rappresentante.

Nel 2006 la decisione dei legislatori americani di eliminare gli incentivi creati nel 1976 con l’obbiettivo di attrarre investimenti ha duramente danneggiato l’economia dell’isola caraibica e ha indotto le imprese ad abbondare Porto Rico, gettando l’isola nella recessione. Il debito statale è stato “impacchettato” in obbligazioni esentasse ed acquistato poi da hedge fund ed altri operatori: in ragione del fatto che le leggi federali non hanno permesso a Porto Rico di dichiarare bancarotta, il Congresso è dovuto intervenire approvando una legge ad hoc denominata “PROMESA”, la quale ha istituito un “Consiglio di sorveglianza finanziario” con il compito di ristrutturare il debito. Tale operazione ha generato però un aumento delle tasse ed un taglio ai sussidi, facendo sprofondare nella povertà oltre il 43% della popolazione.

L’isola caraibica è attanagliata inoltre da una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni il cui operato è stato screditato dalla gestione dell’emergenza dell’uragano Maria: il risentimento della popolazione si è acuito a causa dello scandaloTelegramgate” il quale ha portato alla luce delle chat razziste ed omofobe tra il governatore Rossellò ed alcuni collaboratori nelle quali venivano denigrate le vittime dell’uragano. La sfiducia dei portoricani nei confronti dei propri governanti è andata ulteriormente incrinandosi quando nel 2020 un rapporto del Dipartimento per la Sicurezza Interna ha messo in luce gravi ritardi ed una cattiva gestione degli aiuti che dovevano giungere nelle località maggiormente colpite dagli uragani. Il sentimento di sfiducia ha così trovato valvola di sfogo nelle istanze secessionistiche propagandate dagli unionisti i quali si auspicano che il riconoscimento come cinquantunesimo stato possa porre fine all’instabilità economica e sociale che affligge l’isola. La crisi economica si è così inserita nel dibattito inerente lo status politico di Porto Rico.

L’ex inquilino della Casa Bianca Donald Trump dichiarò nel 2018 il “no assoluto” sulla statualità dell’isola, lamentando il fatto che l’isola avesse già ricevuto 91 miliardi di dollari. Dal momento in cui l’uragano Maria sconvolse Porto Rico, il tycoon si preoccupò soprattutto di evitare accostamenti scomodi con l’operato della presidenza George W. Bush, la quale fu ampiamente criticata per la risposta, giudicata insoddisfacente, fornita nei confronti dell’emergenza provocata dal tornado Katrina. Trump si lamentò più volte del fatto che l’isola centro-americana avesse ricevuto una quantità ingente di denaro per la ricostruzione post-emergenza: nel 2019 il Congresso a maggioranza repubblicana si oppose ad un disegno di legge che avrebbe fornito aiuti alle vittime degli uragani, degli incendi e delle inondazioni. Le esternazioni di Trump relative al fatto che il territorio dell’isola non facesse parte degli Stati Uniti, ricevettero le critiche da parte del governatore di Porto Rico Ricardo Rossellò il quale evidenziò il fatto che gli abitanti portoricani potessero essere considerati a pieno titolo cittadini a stelle e strisce.

È molto probabile che nei mesi che seguiranno non si arrivi a nessuna novità riguardo la situazione di Porto Rico, lasciando l’isola in una sorta di “limbo”. Le perplessità di Washington nei riguardi delle istanze di Porto Rico si rinvengono nel fatto che il regime fiscale dell’isola avvantaggia le aziende statunitensi che sono infatti esentate dal pagamento delle tasse federali sul reddito: di conseguenza l’adesione portoricana agli Stati Uniti avrebbe delle ripercussioni negative per le imprese americane, generando uno shock sull’economia portoricana.

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