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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoL’obiettivo degli Stati Uniti in Ucraina, impiegare la compellenza...

L’obiettivo degli Stati Uniti in Ucraina, impiegare la compellenza per ripristinare la deterrenza

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L’invasione russa dell’Ucraina ha visto tra le sue maggiori conseguenze l’avvio da parte degli Stati Uniti di uno dei più massicci piani di aiuti militari degli ultimi decenni. Differentemente da alcuni storici piani di assistenza militari rivelatisi pesantemente fallimentari, come nel caso del Vietnam del Sud e del recente disastro afghano, l’assistenza fornita all’Ucraina si è rivelata finora altamente efficace, in gran parte grazie all’ottima strategia impiegata dalle forze ucraine nella prima fase del conflitto e alla rapida mobilitazione della popolazione ucraina, desiderosa di combattere per salvaguardare l’indipendenza della propria nazione. Oggi cercheremo di comprendere gli obiettivi strategici che gli Stati Uniti intendono conseguire in Ucraina nell’ottica della propria politica estera.

Il preludio al conflitto

Per comprendere gli obiettivi strategici statunitensi in Ucraina, è necessario indagare sulle cause che hanno spinto la Federazione Russa a compiere questa mossa. L’elemento che pare aver influito in maniera determinante sulla scelta di Vladimir Putin, ritenuta altamente rischiosa dall’Atlantic Council, pare infatti essere stato un grave errore di valutazione circa le due variabili fondamentali sull’esito del conflitto, nello specifico, le capacità di resistenza ucraina e la risposta dell’Occidente. Riguardo la prima variabile, il Presidente russo pare aver puntato in maniera determinante sulla mancanza di volontà degli ucraini di difendere la propria nazione. Numerosi sondaggi indicavano infatti una profonda divisione politica interna al paese e una profonda insoddisfazione verso l’operato della classe politica, lo stesso Presidente Volodymyr Zelenski risultava estremamente impopolare nei sondaggi, sia pure in misura minore rispetto ai predecessori, in gran parte a causa del suo fallimento nell’adottare riforme significative, in ultima analisi, vi è stata una pessima valutazione da parte di Mosca delle capacità di resistenza dell’esercito ucraino. La seconda variabile è quella maggiormente attinente alla presente analisi, cosa ha condotto la Federazione Russa a sottovalutare in maniera così ampia la risposta dell’Occidente? La risposta è da ricercare nella politica tendenzialmente sbilanciata verso l’engagement adottata dall’Amministrazione Obama nei confronti della Federazione Russa. L’adozione di una politica incentrata sull’engagement consente di evitare l’antagonizzazione dei propri competitors e di risparmiare nel breve termine risorse, ma rischia di essere interpretato come un segnale di debolezza e di mancanza di volontà nel gestire crisi internazionali, elemento che rappresenta un incentivo per attori ostili sullo scacchiere geopolitico a porre in essere sfide allo stato in questione. Viceversa, un approccio teso al confronto pur rischiando di antagonizzare definitivamente i propri competitors ed esaurire progressivamente le proprie risorse, consente di mantenere la propria credibilità e mostrare ad attori ostili sul sistema internazionale la propria volontà di gestire crisi. Paradossalmente, l’engagement presenta rischi più alti rispetto al confrontation, in quanto come affermato da Robert Kagan in “Jungle Grows Back”, è più facile calcolare i costi di un’azione, rispetto ad una non-azione, cosa che rende il processo di decision making per l’engagement nettamente più complesso L’Invasione russa della Georgia del 2008 (prima grande sfida lanciata da Mosca all’ordine internazionale a guida americana), vide una reazione piuttosto blanda da parte di Washington e Bruxelles, tanto durante il conflitto, quanto nelle fasi immediatamente successive. Emblematica in tal senso è la posizione dell’Amministrazione Obama che nell’ottica della Russian Reset Policy adottò nuovamente un approccio decisamente improntato sull’engagement nei confronti della Russia, come mostrato dalla NSS-2010 (pag 44 del documento), a dispetto dell’invasione della Georgia avvenuta appena due anni prima. Durante la Crisi della Crimea del 2014 e il successivo conflitto nel Donbass, l’Amministrazione Obama si rifiutò di fornire equipaggiamento militare letale all’Ucraina, suscitando le ire del Senatore John McCain. La risposta dell’Amministrazione Obama fu in gran parte incentrata sull’imposizione di sanzioni economiche a danno della Federazione Russa, le quali si sono rivelate pesantemente dannose per l’economia russa, ma hanno avuto una scarsa efficacia come deterrente. Solo a partire dal 2017 l’Amministrazione Trump autorizzò la fornitura di equipaggiamento letale a Kyiv, a seguito dell’approvazione del Congresso. Tale politica è risultata certamente decisiva nell’erronea valutazione da parte della Federazione Russa della risposta occidentale. Secondo elemento fondamentale nel determinare l’erronea valutazione di Mosca è la mancanza di volontà da parte dell’Occidente a gestire crisi internazionali. L’occupazione russa della Crimea nel 2014 non può essere capita se non messa in relazione al mancato intervento militare  in Siria e l’invasione russa dell’Ucraina non può essere letta se non in relazione al disastroso ritiro dall’Afghanistan, percepito da potenze revansciste come la Russia come il simbolo della declino statunitense e della scarsa disponibilità di Washington ad assumersi nuovi impegni. Questo insieme di variabili è stato indicato dal CSIS come un elemento centrale nel rendere l’invasione dell’Ucraina un’opzione “razionale” dal punto di vista di Vladimir Putin.

Gli obiettivi statunitensi in Ucraina 

Smentendo le previsioni di numerosi analisti che ritenevano probabile una caduta di Kyiv entro 72 ore, l’esercito ucraino è stato in grado di respingere l’iniziale assalto operato dalle forze russe sconfiggendole pesantemente diversi scontri urbani già nei primi giorni. La strenua resistenza ucraina ha consentito all’Amministrazione Biden, spinta da un’opinione pubblica schierata su posizioni interventiste per la prima volta dopo diversi anni, di superare i propri timori iniziali circa l’invio di equipaggiamento letale alle forze di Kyiv.  Il successivo ritiro russo dalle Oblast di Chernihiv e Sumy ha permesso agli Stati Uniti di modulare la propria assistenza militare all’Ucraina, avviando la fornitura di equipaggiamento offensivo, quale gli obici M777, tale cambiamento del tipo di assistenza fornita risponde agli obiettivi indicati dal Segretario di Stato Blinken e dal Segretario della Difesa Austin durante una conferenza stampa tenutasi il 25 aprile, nella quale i due funzionari hanno dichiarato che l’obiettivo degli Stati Uniti in Ucraina consiste in una degradazione delle capacità militari russe tale da impedire qualsiasi futura azione ostile operata da parte di Mosca. Pare quindi chiaro che l’intento degli Stati Uniti in Ucraina sia il ripristino della credibilità della deterrenza americana, duramente compromessa da pesanti fallimenti della politica estera di Washington, quali il mancato intervento in Siria a seguito dell’attacco chimico di Ghouta e il ritiro dall’Afghanistan. L’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato che il meccanismo di deterrenza americano risulta ormai inefficace per dissuadere i competitors degli Stati Uniti dal compiere azioni ostili volte a sfidare l’ordine internazionale, anche di fronte alla minaccia di un elevatissimo costo in termini economici e di vite umane. Lo scopo degli Stati Uniti risulta quindi essere l’impiego della compellenza, ossia l’utilizzo di una forma di coercizione volta a costringere un attore a modificare lo status quo (in questo caso l’assistenza militare fornita all’Ucraina volta a costringere la Federazione Russa a porre fine alla propria invasione), al fine di ripristinare la deterrenza. Una sconfitta militare russa in Ucraina rappresenterebbe un chiaro segnale circa i costi che i competitors degli Stati Uniti dovrebbero affrontare laddove lanciassero simili azioni. In linea con tale politica, il Presidente americano Joe Biden ha riaffermato l’impegno degli Stati Uniti a difendere Taiwan, ai sensi della Sezione 3 comma C del Taiwan Relations Act, dichiarazione mirata a mettere in guardia la Cina circa le conseguenze di una sua eventuale invasione di Taiwan. 

Conclusioni

In virtù del forte deterioramento a cui è progressivamente andato incontro il meccanismo di deterrenza americano, è ragionevole supporre che gli Stati Uniti proseguiranno la fornitura di equipaggiamento militare alle forze di Kyiv sino ad un ripristino dei confini antecedenti al 24 febbraio, in quanto una sconfitta militare russa rappresenta l’unico sistema attraverso il quale è possibile ripristinare la capacità di dissuasione statunitense. I recenti annunci da parte degli Stati Uniti circa il trasferimento all’Ucraina di missili antinave Harpoon, potenzialmente in grado di forzare il blocco navale russo a danno del Porto di Odessa e dei sistemi M270 MLRS e M 142 HIMARS, sistemi lanciarazzi in grado di impedire l’avvicinamento russo ai principali centri urbani ucraini, nonché di permettere all’esercito di Kyiv di colpire le concentrazioni militari e i centri di comando russi lontani dalla linea del fronte massimizzandone la capacità offensiva, sembrano rispondere a tale esigenza. Un’altra delle possibili conseguenze di questa crisi, potrebbe risultare la fine delle ambizioni cinesi su Taiwan. La Repubblica Popolare Cinese risulta infatti un attore avente una postura revisionista sulla scena internazionale, ma in misura nettamente inferiore rispetto alla Federazione Russa, nonché caratterizzato da una dottrina in politica estera profondamente differente. Tendenzialmente, la Cina si presenta nettamente meno propensa al coinvolgimento in conflitti armati rispetto alla Federazione Russa, lo stesso Mao Zedong nel Libretto Rosso, pur sostenendo che esistessero forme di guerra giusta in grado di portare l’umanità al progresso, ribadiva la necessità di convivere con nazioni imperialiste. Il disastro militare russo in Ucraina potrebbe spingere la leadership di Pechino, ora conscia delle conseguenze che comporterebbe una simile azione, a non lanciare un’invasione di Taiwan e ad accettare una perpetua situazione di stallo, similmente a quanto avvenuto tra le due Coree. L’invasione russa dell’Ucraina, da molti percepita come la possibile fine del primato americano, sta invece conducendo ad un rilancio della leadership statunitense e potrebbe aver distrutto non solo le ambizioni imperiali russe, ma anche quelle cinesi.  

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