Obama, un Nobel al realismo

Un premio Nobel alla pace, o meglio alle speranze di pace. Il presidente statunitense, Barack Obama, è stato insignito del prestigioso riconoscimento in virtù delle speranze e delle aspettative da lui suscitate durante la campagna elettorale che l’ha portato ad occupare lo Studio Ovale. Il suo operato nei primi dieci mesi passati sullo scranno più ambito del mondo risulta, al contrario, più orientato ad un solido pragmatismo realista che ad un irenico idealismo. Nei lunghi mesi che hanno preceduto la sua elezione, il candidato aveva fatto mostra di appartenere alla nutrita corrente del partito democratico incline all’idealismo, al sogno della pace tra le nazioni fondata sul consenso e sull’autorità di un organismo internazionale, le Nazioni Unite, immaginato quale arena di libero confronto dialettico tra pari. Aveva proposto una miscela di leitmotiv ideologici degli anni recenti (diritti umani, ambientalismo, sviluppo) capace di sedurre non solo il suo Paese, ma il mondo intero.

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Divenuto presidente, Obama ha sposato una linea conciliante nei confronti del mondo islamico, tenendo al Cairo nello scorso giugno un discorso tanto atteso quanto, ad un’attenta lettura, poco sorprendente, riconoscendo la teocrazia di Teheran quale legittima rappresentante del popolo iraniano (rivolgendosi non solo a quest’ultimo, ma al governo stesso, in una sua prolusione). Mr. Cool ha, al contempo, divisato di riposizionare gli Stati Uniti in fatto di cambiamenti climatici, allineandoli al Vecchio Continente. Questa strategia è volta alla riconquista di quel soft power che, secondo i democratici, Bush aveva sacrificato sull’altare dell’unilateralismo e della guerra preventiva, alienandosi il consenso dell’opinione pubblica mondiale e approfondendo il divario che separa le due sponde dell’Atlantico. Obama ha compiuto gesti altrettanto significativi, ma di segno decisamente opposto.

Pur avendo, in piena lotta pre-elettorale, dichiarato di voler difendere a spada tratta i diritti dei darfuriani vessati dal governo di Khartoum, l’inquilino della Casa Bianca ha nettamente ammorbidito la propria linea, mostrandosi disponibile al dialogo. Pochi giorni prima, l’educato rifiuto di incontrare un altro Nobel per la pace, il Dalai Lama, ha segnato la palese discontinuità tra le due amministrazioni di diverso colore, considerata la riverenza tributata da George W. Bush al leader tibetano in esilio. Pechino gongola: dalla dottrina del congagement (containment politico ed engagement economico) marcata Condoleeza Rice al pieno coinvolgimento della Cina, magari paritario, nella governance mondiale, col varo ufficioso del G-2 quale nuovo direttivo globale. Con buona pace dei monaci, dei condannati a morte, dei cattolici romani, dei blogger e dei tanti altri detrattori del politburo liberalcomunista. Lo scudo missilistico che aveva turbato i sonni degli strateghi moscoviti è stato anch’esso accantonato, allo scopo di evitare frizioni con un Cremlino di nuovo nodale sul piano della geopolitica energetica ed utile alla soluzione del dilemma afghano. Il teatro di guerra in cui gli americani sono impegnati, anziché essere coartato, è stato ampliato sino a ricomprendere il tormentato Pakistan, dove si svolgono, col placet del presidente Zardani, operazioni di contrasto alla guerriglia talebana. I soldati a stelle e strisce, inoltre, non hanno abbandonato l’Iraq, come il lettore distratto sarebbe stato indotto a pensare dai titoli a cinque colonne dedicati al ritiro dalle zone urbane del Paese.

Charles Krauthammer, autorevole opinionista neoconservatore, è convinto che l’America del new liberalism abbia volontariamente scelto la via del declino, a differenza delle altre potenze del passato, cui le contingenze storiche avevano imposto il tramonto come destino ineluttabile. Obama, sostiene il teorico del nuovo unilateralismo, guarda alle pecche del proprio Paese, reputandolo moralmente inadeguato a guidare il mondo. Ecco perché cede ampie porzioni del potere americano, convinto che gli Stati Uniti non detengano più quel primato morale che ha consentito loro di assecondare un destino manifesto fatto di esportazione della democrazia e affermazione dei propri principi filosofico-politici verso tutte le nazioni. Né idealismo né realismo, dunque, ma semplice rinuncia alla prerogativa di supremazia.

Non tutti concordano, guardando Obama come un leader in grado di utilizzare lo smart power, la capacità di assemblare coercizione e attrazione attraverso l’impiego dell’intelligenza contestuale: è questo il pensiero di Joseph Nye Jr, fine analista delle forme di esercizio del potere (Leadership e potere, 2009). Di certo, il mondo dell’era Obama non è diverso dal precedente, e non sembrano esservi cesure radicali in arrivo. L’approccio dell’ex senatore di Chicago è profondamente distante da quello del suo predecessore, il cui decisionismo aveva spalancato le porte ai contestatori dell’egemonia d Washington. Tuttavia, l’idealismo romantico del primo è stato arginato dalle contingenze internazionali, dalla definitiva affermazione di nuovi attori sulla scena globale, dalla contezza della parabola discendente intrapresa da un’America flagellata dalla crisi.

Basterà il carisma presidenziale a ricapitalizzare il soft power perduto? La sua retorica conciliante riporterà sugli States gli sguardi di un mondo in cerca di leader? I sostenitori di Obama ritengono di sì, e schivano i colpi degli attivisti dei diritti umani, dei partigiani della pace democratica, dei fautori di un nuovo secolo americano. Gli avversari della linea presidenziale, al contrario, sospettano che Washington abbia adottato una strategia di retroguardia, scuotendo ancor di più il suo trono già traballante e leggendo nelle sue mosse degli evidenti segnali di debolezza. Nel Nobel alla pace gli analisti hanno intravisto un monito lanciato ad Obama perché non deluda le aspettative a suo tempo suscitate, nonché una condanna ex post della linea neoconservatrice. Al netto della retorica pacifista, l’unica vera superpotenza militare del mondo è però consapevole dell’intramontabile ruolo di un male necessario: la guerra.