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L’artico che verrà: il nuovo status quo e un crescente ruolo geopolitico

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L’Artico, una regione pressoché incontaminata e fino a poco tempo fa considerata intoccabile e nettamente separata dai tradizionali scenari di politica internazionale, sta subendo una drastica trasformazione. Lo stato delle cose è cambiato profondamente da quel lontano 1987, quando Gorbachev rivolse al mondo le seguenti parole “Che il Nord del globo, l’Artico, diventi una zona di pace. Che il Polo Nord sia un polo di pace”. Da febbraio, lo scivolo della storia sembra essersi fatto più ripido, accelerando gli sviluppi geopolitici che interessano il futuro dell’Artico. 

La fine di un isolamento geografico e geopolitico 

Da Febbraio 2022, dall’invasione russa dell’Ucraina, la stabilità geopolitica di questa regione ha subito una scossa, manifestatasi con la repentina pausa delle attività perpetrate dal Consiglio Artico, l’organo nato nel 1996 e composto dagli otto stati membri aventi territori a Nord del Circolo Artico (più diversi stati osservatori) responsabile del corretto e pacifico preservamento e sviluppo di questa fragile e quanto mai critica regione terrestre. I maggiori campi di cooperazione si estendevano al cambiamento climatico, gli affari indigeni, la scienza e la ricerca, oltre all’alto tentativo di mantenere la regione estranea ai dettami della competizione geopolitica e geo-economica mondiale, e di renderla una zona neutrale per lo sfruttamento congiunto di risorse energetiche e minerarie, sempre mantenendo adeguati standard di preservamento naturale. L’epicentro di questa scossa si identifica nelle generali ambizioni espresse negli scorsi mesi da Putin, i cui pensieri ed azioni sembrano tratteggiare un quadro piuttosto chiaro dipinto di espansionismo territoriale e un malinconico, quanto raccapricciante, richiamo alle vecchie mentalità sovietiche risalenti alla Guerra Fredda. 

In questo contesto, Mosca, in seguito all’incursione militare, ha subito un forte isolamento internazionale imposto dagli Stati Uniti e dagli altri paesi occidentali, i quali hanno tagliato i legami economici con l’invasore e congelato le relazioni diplomatiche con Putin. La visione di “One Artic” può aver guidato la regione per molti anni, ma la realtà geopolitica della cooperazione artica per ora è quella in cui i membri dell’A-7 sono impegnati insieme ad altri Stati occidentali in uno sforzo multilaterale per isolare, sanzionare e punire la Russia per le sue violazioni della sovranità ucraina e presunta commissione di crimini di guerra e genocidio in quel paese. 

Ora che la Finlandia e la Svezia hanno rapidamente riconsiderato le loro posizioni strategiche e stanno perseguendo l’adesione alla NATO, la loro inclusione espanderà il confine della NATO verso est raddoppiando la sua lunghezza con la Russia, approfondendo anche il riallineamento strategico regionale nell’Artico dell’A-7 contro Mosca. 

Con sette degli otto Stati artici appartenenti alla NATO, la regione sarà effettivamente divisa in due parti pressoché uguali per area e popolazione: da una parte sette società alleate, democratiche e capitaliste che condividono ampi valori liberali e un’area geopoliticamente isolata, e la Russia strategicamente azzoppata e Sino-dipendente dall’altra. Tra l’altro, un maggiore coinvolgimento della NATO nell’Artico per garantire la difesa dell’A-7 aumenterà anche la partecipazione degli Stati non artici nella regione. Mentre la Cina entra nell’Artico attraverso il suo partenariato con la Russia, potenti Stati europei non artici che sono già osservatori del Consiglio artico – come Francia, Germania e Regno Unito – acquisiranno maggiore rilevanza attraverso i loro contributi principali alla NATO.

La guerra sembra destinata a trasformare le relazioni strategiche tra gli stati dell’Artico, legando l’A-7 ancora più vicino mentre allargando il divario con la Russia periferica. Questa è la nuova realtà geopolitica nell’Artico circumpolare, ed è una diretta conseguenza del comportamento aggressivo della Russia. La cooperazione pan-regionale e il ripristino del Consiglio artico dovrebbero rimanere gli obiettivi a lungo termine, ma per ora l’Artico è fondamentalmente diviso e lo rimarrà fino a quando la guerra della Russia non sarà risolta, in un modo o nell’altro.

Il forziere dei ghiacci: risorse naturali e nuove rotte commerciali 

Stando ai calcoli più recenti dell’Istituto Geologico USA, i ghiacci che (per ora) coprono una buona parte del territorio e dei fondali artici, custodiscono circa 90 miliardi di barili di petrolio, equivalenti a circa il 13% delle quantità mondiali, e circa il 30% delle riserve di gas naturale globali.

Oltre ai combustibili fossili, le terre artiche ospitano enormi giacimenti minerari, in particolare bauxite, diamanti, ferro, oro, apatite e altri fosfati. Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi sta rivelando ampi giacimenti di terre rare, che come sappiamo sono indispensabili per la costruzione di batterie, pannelli fotovoltaici e altre tecnologie critiche per la transizione ecologica.

Che l’Artico sia uno scrigno di risorse naturali è noto da tempo, fino a pochi anni fa però queste risorse erano virtualmente inaccessibili, dato che l’estensione dei ghiacci per buona parte dell’anno rendeva impossibile raggiungere le zone di estrazione o anche solo trasportare quanto estratto. Negli ultimi due decenni la situazione però è cambiata: il ghiaccio artico si sta sciogliendo rapidamente.

Di questo passo, entro il 2040 il Mar Glaciale Artico sarà completamente privo di ghiaccio nei mesi estivi, il che non significa soltanto che queste risorse diventeranno presto accessibili, ma che si apriranno nuove rotte commerciali che diverse nazioni fremono di rivendicare. 

All’inizio del 2021, la nave metaniera Christophe de Margerie ha completato un viaggio completo di andata e ritorno lungo questa tratta. Si è trattato di un evento epocale, che però è destinato a diventare la norma, se davvero, com’è probabile, i ghiacci artici continueranno a sciogliersi a questo ritmo. Non solo, di qui al 2030 ci si aspetta che l’assottigliarsi della calotta artica apra un tratto completamente nuovo, la cosiddetta rotta trans-polare, che consentirebbe di attraversare il Circolo Polare Artico tagliando direttamente per il polo.

Nell’agosto del 2007 due sommergibili si sono spinti sotto la calotta polare e, raggiunti i fondali del Mar Glaciale Artico, hanno piantato una bandiera russa in corrispondenza del Polo Nord. Questo chiassoso gesto di potere arrivava dopo che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare aveva bocciato la richiesta da parte di Mosca di estendere il proprio dominio sulle acque artiche. Quella bandiera era sostanzialmente una dichiarazione d’intenti: la Russia si prepara ad accaparrarsi le risorse di buona parte del fondale artico, e a gestire una nuova rotta marina che consenta alle navi di raggiungere il Mediterraneo senza passare dal Canale di Suez.

La bandiera russa piantata in fondo al Mar Glaciale Artico ha segnato l’inizio di un processo di militarizzazione delle coste artiche che dal 2007 non ha dato segni di rallentamento. Negli ultimi 15 anni la Russia ha riaperto diverse basi militari risalenti alla Guerra Fredda, ne ha create di nuove, ha costruito aeroporti e porti, ha reclutato due brigate artiche e ha sancito l’indipendenza della Flotta Artica (240 navi, tra cui anche sottomarini nucleari) rispetto al resto del distretto militare settentrionale. Alcuni analisti sostengono che questa progressiva militarizzazione abbia principalmente uno scopo difensivo, il che avrebbe perfettamente senso, considerando che la costa artica russa è lunga 24.000 km e che, con la crisi climatica, il rapido scioglimento della calotta polare la sta esponendo sempre di più a potenziali aggressioni. Ciò non toglie però che la Russia abbia tutto l’interesse a instaurare un dominio nell’Artico.

Le rotte marittime che emergeranno dallo scioglimento della calotta artica rappresentano un’allettante opportunità economica e commerciale non solo per la Russia ma anche per altre nazioni come l’Australia e, in particolar modo, la Cina, che già punta a includere la rotta polare nella sua Nuova via della Seta.

Che l’Artico rientri anche nelle mire di Pechino, del resto, non è un mistero per nessuno: nel 2012 il governo di Hu Jintao ha definito la Cina “uno stato quasi artico”, chiedendo che il paese fosse ammesso nel Consiglio Artico con il ruolo di osservatore. Non c’è da stupirsi allora se negli ultimi dieci anni Russia e Cina hanno sviluppato una collaborazione sempre più stretta nell’Artico, e ancora meno sorprende la posizione attendista della Cina nei confronti del conflitto in Ucraina.

Il nuovo asse energetico Mosca-Pechino passa anche per l’Artico

Esclusa dall’accesso ai capitali d’investimento occidentali e alle risorse tecnologiche, la Russia è diventata ancora più dipendente dalle sue relazioni con la Cina. La cooperazione sino-russa è da tempo una caratteristica distintiva della sotto regione artica eurasiatica, riscontrabile negli investimenti cinesi nelle esportazioni russe di combustibili fossili e l’aumento del trasporto lungo la rotta del Mare del Nord. Più a lungo la Russia viene tagliata fuori dal capitale occidentale, più essa si affida alla Cina. Tutto ciò significa che mentre la Cina cerca di far crescere la sua influenza polare e le sue attività regionali in linea con la sua strategia artica, la Russia crescerà probabilmente come un partner conforme agli interessi strategici del dragone. 

I livelli e i campi di interazione e cooperazione sino-russa nella regione artica si espandono in diverse aree di interesse. Il settore energetico però ricopre uno dei cardini della cooperazione strategica Sino-Russa. Se da un lato la Cina ha recentemente annunciato di allentare le restrizioni relative all’importazione di grano russo, dall’altra parte la Russia ha invece dichiarato di aumentare le esportazioni di carbone fino a 100 milioni di tonnellate. Non solo: la multinazionale russa Rosneft ha stipulato un accordo con Pechino per la fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio nell’arco di 10 anni. Nel contesto artico, le due nazioni hanno sottoscritto un accordo per la fornitura di gas sul lungo termine, secondo cui Mosca concorda di arrivare a fornire fino a 38 miliardi di metri cubi di gas naturale annui alla Cina entro il 2025 tramite il gasdotto Power of Siberia. Questa infrastruttura altamente strategica non è però l’unica che coinvolge gli affari energetici dei due partner asiatici. Infatti, è prevista la costruzione di una linea gemella, denominata Power of Siberia 2, il cui cantiere è previsto iniziare nel 2024. Questa sarà molto rilevante nel contesto dei rapporti tra Russia, Cina ed Unione Europea, dal momento che questo gasdotto attraverserà la Mongolia consentendo alla Cina di collegarsi alla penisola di Yamal per reperire il suo gas, giacimenti da cui provenivano fino a questo momento la maggior parte delle esportazioni di gas naturali dirette in Europa. Secondo il Financial Times, l’operatività del gasdotto entrerà in funzione entro il 2030. Tra i due partner asiatici esistono altri progetti in cantiere, che, se realizzati, avranno un enorme impatto geopolitico. Gazprom ha in progetto di realizzare un’espansione del già esistente Power of Siberia 1, che consentirebbe alla Cina di collegarsi ai giacimenti di petrolio e gas presenti nelle isole di Sakhalin 1 e Sakhalin 2, le quali attualmente riforniscono i mercati dell’Asia Orientale.

La rinnovata partnership siglata tra Mosca e Pechino all’indomani delle olimpiadi che precedettero l’invasione dell’Ucraina si tasta con mano, e tocca diversi settori economici e campi di cooperazione altamente strategici. Il più rilevante è il mercato energetico, strettamente rilevante per un paese energivoro come la Cina, e fortemente critico per uno stato, la Russia, che basa la sua economia sull’esportazione di energia, ora messo alle strette dalle pesanti sanzioni Occidentali. A corollare l’intesa Sino-Russa sono i prospetti del futuro della loro cooperazione in ambito militare e strategico, all’interno e all’esterno dei loro confini. In questa partita, l’Artico sembra la frontiera più ambita e potenzialmente più redditizia, visti gli interessi congiunti, e in parte sovrapposti, di Xi e Putin. La Cina avrebbe finalmente l’occasione di entrare definitivamente nella scacchiera artica grazie al lasciapassare russo, ed integrare i suoi progetti infrastrutturali e commerciali della Nuova Via della Seta potendo contare su un partner di estrema rilevanza in quella regione geografica. La Russia, d’altra parte, vede la sinergia con la Cina come un doveroso contrappeso a cui legarsi per poter sviare e bilanciare l’enorme costo economico dovuto all’allontanamento dall’Europa e l’isolamento finanziario internazionale. 

Se questa partnership nel tempo andrà a delineare un evidente squilibrio nei rapporti di potere tra Mosca e Pechino, si potrà verificare solo negli anni a venire. Di certo si può affermare che al momento, il junior partner tra i due sia la Russia, geopoliticamente semi-isolata e con un futuro economico che si prospetta tutt’altro che roseo, costretta a fare concessioni straordinarie al fratello maggiore cinese, e sottostare alle sue ambizioni geopolitiche regionali e globali, compreso nell’Artico. 

Il motore per la competizione nella regione artica è stato avviato, e con enorme dubbio andrà a spegnersi. La posta in gioco è alta, e la guerra di Putin sembra aver posto le basi per un ulteriore avanzamento delle posizioni mantenute dai protagonisti internazionali in merito a quella regione desolata, lontana, e con un valore intrinseco, sia economico che geopolitico, enorme.

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