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TematicheCina e Indo-PacificoUn “Nuovo Capitalismo” sorge a levante?

Un “Nuovo Capitalismo” sorge a levante?

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In un discorso tenuto alla Camera bassa giapponese durante il mese di gennaio 2022, il Primo Ministro Kishida ha dettato l’indirizzo di politica economica del suo gabinetto verso una nuova forma di capitalismo. Inoltre, a suo avviso questa intenzione è condivisa sia dagli Stati Uniti che dell’Unione Europea tramite i loro “Build back better” e il “NextGenerationEU”, rispettivamente. Particolare rilievo, però, assume la posizione critica del Premier nipponico nei confronti del modello di sviluppo economico adottato dagli anni Ottanta ad oggi.

Uno scontro ideologico

Aspiro alla realizzazione di una “nuova forma di capitalismo”. Il capitalismo che l’umanità ha creato ha portato ad efficienza, imprenditorialità e vitalità, portando ad un lungo periodo di stabilità economica globale. Tuttavia, sin dagli anni Ottanta, l’approccio neoliberale, secondo cui tutto sarebbe andato bene solo se lasciato al mercato e alla competizione, è diventato il pensiero dominante a livello globale. Da una parte, è diventato la forca trainante per la crescita economica mondiale, mentre, dall’altra, ha condotto a numerosi effetti dannosi. Disparità e povertà sono aumentati a causa dell’eccessiva dipendenza sui mercati, mentre il problema del cambiamento climatico è diventato più serio a causa del troppo peso che è stato posto sull’ambiente naturale. Questi problemi non possono essere più trascurati.

La dichiarazione del Primo Ministro giapponese è stata certamente accolta con scetticismo e dubbio da diversi analisti, soprattutto se presa in contrapposizione con l’Abenomics e la strategia FOIP, che al contrario non mettono esattamente in discussione i principi del sistema economico domestico ed internazionale. Se da una parte si evince una critica al mondo post Washington Consensus, “sin dagli anni 80” e “numerosi effetti dannosi”, dall’altra è come se sottintendesse che i sistemi economici ricadessero solo all’interno del dualismo libero mercato/statalismo.

In realtà, le politiche economiche degli Stati difficilmente rientrano dentro definizioni univoche. Per citare un esempio autorevole, il Professor Sergio Cesaratto, nel suo libro del 2020 “Heterodox Challenges in Economics – Theoretical Issues and the Crisis of the Eurozone”, sottolinea come le politiche fiscali e monetarie dell’Unione Europea sono possibili all’interno di una federazione di Stati strutturalmente eterogenei solamente attuando uno “Stato minimo” come previsto dall’ideologia ordoliberalista. Ma all’interno dell’Unione Europea esistono diverse forme di “capitalismo”: dai Paesi scandinavi, caratterizzati da un forte impianto sociale, alla Germania mercantilista, a trazione fortemente industriale, per citare degli esempi.

In sostanza, parlare di una nuova forma di capitalismo potrebbe essere riduttivo e forse non avrebbero tutti i torti quelli che affermano sia un’espressione più propagandistica che di manifestazione di volontà. Tuttavia, nel contesto attuale si riconosce l’esistenza di una crisi dell’Ordine Liberale a trazione statunitense, sotto attacco da agenti esterni, come può essere la Cina e il suo modello economico ancora fortemente statale, seppur con sempre più preminenti elementi di mercato.

Le determinanti interne della crisi

Inoltre, il fatto che le “disparities and poverty expanded because of overreliance on markets” è un concetto espresso già da tempo da diversi autorevoli economisti. Infatti, ad esempio, i vincitori del Premio Nobel per le Scienze Economiche Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ammonivano da tempo come l’Ordine Liberale fosse fallato da problematiche interne che conducono a disuguaglianze sociali e distribuzioni asimmetriche di ricchezza, gli stessi problemi identificati da Kishida nel suo discorso.

In particolare, l’economista indiano ha sviluppato, in collaborazione con Martha Nassbaum, il cosiddetto “Approccio delle Capacità”. Questo approccio pone l’accento sull’effettiva capacità degli individui di utilizzare quelle libertà che l’ordine economico liberale mette a disposizione degli individui. Viene, inoltre, criticato il fatto che il libero mercato sia in realtà un meccanismo che non mette gli individui nelle condizioni di accedere a quelle risorse che possano permettere una vita dignitosa e realizzata, ma solo di “sussistenza”.

Le posizioni reazionarie e conservatrici che si sono levate in Europa e negli Stati Uniti a seguito della Grande Crisi Recessiva del 2009, quindi, possono essere in parte spiegate dalle problematiche evidenziate dagli accademici menzionati in precedenza. Stiglitz, in particolare, critica fortemente come le riforme strutturali imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale – di cui è stato vicepresidente e capo economista – in cambio di prestiti, non siano in realtà efficaci a raggiungere quegli obiettivi di sviluppo economico che dovrebbero ispirare i finanziamenti, bensì hanno l’effetto di aumentare il divario tra Paesi “ricchi” e quelli “poveri”.

La novità introdotta da Kishida

Se il capitalismo, quindi, negli ultimi quarant’anni si è manifestato in diverse forme e ha ricevuto critiche da esponenti illustri della dottrina economica, cosa c’è di “nuovo” nel capitalismo di Kishida? Se si analizza la dichiarazione del premier nipponico in base al significato che il senso comune dà alle parole, forse ben poco. Tuttavia, se accettiamo, e diversi analisti, tra cui quelli dell’OECD e del CREF, Centro di Ricerche Enrico Fermi, lo hanno già fatto, che l’economia, nazionale e mondiale, sia in realtà un sistema complesso in cui l’operato degli agenti svolge una funzione ben maggiore di quella svolta dai modelli neoclassici, allora forse la dichiarazione di Kishida può avere un impatto maggiore.

Il fatto che un Capo di Governo abbia esplicitamente criticato il sistema economico attuale, auspicando un aumento dei salari, può essere significativo di un mutamento di paradigma politico ed economico su scala più ampia. Fumio Kishida è entrato in carica solamente ad inizio ottobre 2021: è ancora presto per dire se effettivamente il suo sarà un’amministrazione in rottura col passato. Che il lascito di Shinzo Abe sia un fardello pesante da scrollarsi di dosso è un fatto col quale dovrà sicuramente confrontarsi.

Attualmente il Giappone può essere tranquillamente definita la terza economia globale (per PIL nominale, quarta per PIL a parità dei poteri d’acquisto) ed è stato il primo Paese che si è visto assimilare una strategia dagli Stati Uniti. Se il primo elemento è significativo del peso economico che il Paese del Sol Levante assume a livello internazionale, il secondo lo è del ruolo che riveste a livello securitario e politico nell’Indo-Pacifico.Se la Cina rappresenta la minaccia esterna all’Ordine Liberale, il Giappone rappresenterà con Kishida quella interna? Quale che sia la risposta, il solo fatto di porla ribadisce ulteriormente che ci troviamo all’interno del secolo asiatico e che forse è all’Indo-Pacifico che dobbiamo guardare per capire l’evoluzione di trend globali.

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