I nuovi squilibri visti dalla Lega araba

La sfortunata concatenazione di eventi che ha condotto, con un effetto domino apparentemente fuori controllo, dallo scoppio dei movimenti per la democrazia nei paesi arabi a cavallo fra la seconda metà del 2010 e la prima del 2011 agli effetti catastrofici degli ultimi 5 anni dimostra, per l’ennesima volta, decisive spaccature nelle relazioni fra i paesi protagonisti. I frutti avvelenati delle “Primavere arabe” nel medio termine sono ormai conclamati e riconosciuti dalla comunità internazionale, pertanto le prospettive a lungo termine non sono fra le più rosee.

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Fra gli esiti più inquietanti della sfortunata stagione di rivolte vi sono stati la catastrofe della Libia (organismo statale ormai imploso), la guerra in Siria ed il mostro del sedicente “Stato islamico” (ancora lontano dall’essere debellato del tutto in special modo nell’Iraq del nord), la devastante guerra civile dello Yemen e il ridimensionamento dell’influenza saudita col suo conseguente vuoto di potere.

A partire dal 2014 si sono aggiunti, agli effetti dell’instabilità politica, i concorrenti riflessi del crollo delle quotazioni del petrolio greggio che sono precipitate, dai massimi degli anni precedenti, a circa due terzi (dai 140$ al barile a meno di 100$). Gli effetti sugli stati arabi, molti dei quali tradizionalmente legati ad economie di rendita dalla vendita del greggio, sono stati notevoli. L’impatto è stato tale che alcuni analisti occidentali ritengono che i gruppi dominanti di molti stati arabi possano e debbano voltarsi verso una riconsiderazione del “contratto sociale” chiedendo alle popolazioni una maggiore partecipazione politica che vada a braccetto con una più attiva collaborazione alle voci produttive dell’economia. In Arabia Saudita ad esempio il dato crudo della crescita del PIL è stato fortemente ridimensionato nel 2016 quando si è ottenuta una crescita dell’1,7%. L’Arabia insomma si trova a fronteggiare un ridimensionamento del suo potere economico che si ripercuoterà sul tenore di vita, leva che la casa regnante ha da sempre utilizzato come contropartita alla limitazione della partecipazione politica dei suoi sudditi. Riad potrebbe quindi essere costretta, nel giro di pochi anni, ad accettare una più completa e attiva partecipazione politica dei suoi sudditi.

Il mondo arabo sembra quindi essere entrato, a partire dal 2011, in una spirale di incertezza, cambiamento e disordine lungi dall’essere risolta ed ancora immune agli interventi esterni. Di questa instabilità il sedicente Stato islamico e la guerra civile in Siria sono solo le punte più lampanti.

Fra le varie organizzazioni regionali che insistono nell’area interessata dall’instabilità figlia delle rivoluzioni del 2011 si erge la Lega araba quantomeno per longevità (questa è infatti stata fondata nel 1945) e peso specifico dei componenti. Gli stati della Lega tuttavia non sembrano aver mai intrapreso consistenti tentativi comuni, diretti e condivisi di soluzione della crisi, anzi, hanno continuato a perseguire le proprie politiche estere indipendenti e talvolta discordanti.

Nel meeting  della Lega araba del 2015, avvenuto a seguito della svalutazione del petrolio (che ebbe ricadute consistenti sull’economia dell’Arabia) e della fase peggiore, per il governo filo-arabo yemenita, della guerra civile, Riad riuscì ad imporre la propria esigenza di ritrovare una posizione egemonica (quantomeno nel campo della sicurezza). Gli eventi del 2014 nello Yemen, con la conquista di gran parte della capitale San’a da parte dei ribelli sciiti filo-iraniani, furono un duro risveglio per Riad, che si trovò impantanata in una situazione di emergenza creatasi a partire dalle rivolte del 2011. I sauditi compresero di poter ignorare la situazione o averne una contezza completa, ma trattarla solo parzialmente non avrebbe fatto che aggravare l’erosione della loro egemonia nell’area, ormai quasi completamente compromessa. La contromisura decisa nel vertice, ovvero la creazione di uno strumento antiterroristico islamico con sede a Riad e pronto a combattere la piaga della violenza estremista secondo le direttive della Lega, vide la luce in Arabia Saudita nel dicembre del 2015 sotto forma di un patto strategico militare denominato Coalizione militare islamica contro il terrorismo. La Coalizione, essenzialmente pensata per combattere il sedicente Stato islamico si è evoluta a strumento di lotta contro ogni forma di terrorismo ed estremismo per i paesi aderenti (41 stati a maggioranza islamica).

Nel 2016, anno in cui il vertice della Lega venne tenuto in Mauritania, la lotta all’ISIS era ancora argomento d’urgenza, assieme alla necessità di rinunciare all’ingerenza extra-regionale e di riappropriarsi del contrasto agli estremisti. L’allora Primo ministro egiziano fu uno dei primi fra i rappresentanti convenuti a cercare un’unione sul comune approccio alla lotta allo Stato islamico ma scarsi furono i risultati della sua istanza se la Coalizione che ha affrontato ed affronta il problema dal punto di vista militare è stata sinora solo quella a guida statunitense, con coordinamento diretto o semplicemente tattico (come nel caso della Russia) di altri stati estranei all’area. Al contempo la Coalizione militare islamica non è invece stata impiegata in qualsivoglia teatro rimanendo, di fatto, un comando costruito sulla carta e non ancora testato.

Durante il summit del 2017 l’argomento più ingombrante sul palcoscenico è stato, insieme alla questione della guerra in Siria, la questione palestinese (per la quale si auspicava la ripresa dei dialoghi basandosi sul progetto della creazione dei due stati con zone confinarie antecedenti a quelle della guerra del 1967). Riguardo alle operazioni militari per la liberazione dei territori siriani e iracheni dai guerriglieri dello Stato islamico, a seguito dell’importante offensiva intrapresa dalla Coalizione occidentale nell’ottobre del 2016 per la liberazione dell’area di Mosul, si prendeva atto della consolidata presenza militare occidentale nell’area e si richiamava l’attenzione sugli aspetti umanitari della crisi.

In occasione del vertice del 2018, infine, le attenzioni sono state monopolizzate ancora dagli sviluppi della questione palestinese e dalla condanna dell’azione iraniana nella guerra civile in Yemen, ma senza azioni sostanziali.

Non sembra in definitiva che la Lega in sé abbia fronteggiato l’emergenza con iniziative consistenti ma pare invece che le politiche estere e di sicurezza degli stati membri differiscano oggi l’una dall’altra, come ormai prassi consolidata almeno a partire dagli anni Ottanta. Un esempio lampante di questo stato dei fatti è l’accordo raggiunto negli ultimissimi giorni dell’anno scorso per i bombardamenti aerei iracheni sulle postazioni dei guerriglieri del sedicente “Stato islamico” in territorio siriano senza preventiva autorizzazione di Damasco. L’intesa, raggiunta con gli auspici delle forze della Coalizione per ottenere una copertura di fuoco aereo al ritiro delle truppe USA dalla Siria testimonia un diverso approccio alla problematica dell’ISIS rispetto, ad esempio, all’Egitto (che preferirebbe ancora coordinare le azioni con una coalizione araba).

La Lega in sostanza rimane essenzialmente immobile perché da una parte l’Arabia Saudita ne vorrebbe influenzare pesantemente le scelte, dall’altra gli altri partecipanti preferiscono evitare coinvolgimenti con la politica estera sempre più spinta dei sauditi a partire dal 2011 ed ancor più dal 2014, come nel caso dell’intervento nella guerra civile in Yemen. Emblematico è il caso dell’Assemblea Nazionale del Pakistan che ha denegato la richiesta araba di intervento a fianco alle forze di Riad in Yemen nel 2015, pur caldeggiata dalla dirigenza delle forze armate di Islamabad.

Quanto avvenuto nella Lega araba a partire dal 2011 sino ai giorni nostri non è stato chiaramente degradato in secondo piano dal principale detrattore della politica estera araba nell’area: il governo di Teheran, che in più occasioni, come nel novembre del 2018 ha rimarcato l’inefficienza dell’organizzazione davanti al sedicente Stato islamico e la necessità di un diverso approccio basato sull’inclusione delle istanze sciite.

Di fronte alla stringente necessità di una nuova organizzazione sociale e ad una importante ristrutturazione economica per molti stati arabi, oltre che di una politica di sicurezza condivisa, sembra difficile trovare un equilibrio più stabile che non passi anche attraverso la parziale ricomposizione delle endemiche divergenze fra paesi musulmani. Una vera soluzione pare quindi lungi a venire.