Nuove regole per i richiedenti asilo in Europa

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso in data 7 marzo 2017 una sentenza da molti ritenuta controversa: la sentenza dà infatti ragione al Governo Belga e al suo Segretario di Stato all’immigrazione Theo Francken, i quali si erano rifiutati di concedere un visto umanitario ad una famiglia di Siriani che ne aveva fatto richiesta.

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Questi ad ottobre 2016 si erano recati presso l’Ambasciata Belga in Libano per effettuare la richiesta di protezione essendo cristiani ortodossi e vivendo ad Aleppo, ed erano successivamente tornati in Siria in attesa di una risposta che consentisse loro di lasciare il paese. In seguito all’esito negativo, la famiglia aveva contestato la decisione riportando l’obbligo positivo degli Stati membri di garantire il diritto d’asilo presente nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione e nella CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo). La sentenza della corte spiega invece come richiedere un visto con validità territoriale limitata direttamente ad un paese scelto metterebbe a rischio il sistema di protezione europeo stabilito con gli Accordi di Dublino. Rinnovati nel 2013, questi prevedono che sia il paese di primo arrivo nell’Unione, quindi spesso un paese di frontiera come Italia e Grecia, ad occuparsi della domanda d’asilo. Per assolvere all’eccessivo sovraccarico pendente sui paesi di primo arrivo, con l’Agenda Europea per le Migrazioni approvata d’urgenza nel 2015 è stato introdotto un sistema di reinsediamento. Il programma inizialmente prevedeva la mobilitazione di 50 milioni di euro per il trasferimento di 20.000 persone verso altri Stati comunitari, ma ad ora solo in poco più di 13.000 hanno potuto beneficiare dei fondi.

Contemporaneamente in Ungheria sono scoppiate delle rivolte in seguito all’approvazione in Parlamento di una legge che consente l’arresto sistematico degli stranieri trovati in posizione irregolare, compresi quindi i richiedenti asilo. Questi verrebbero quindi detenuti in centri temporanei situati al confine con Serbia e Croazia in attesa dell’esito della domanda di protezione, a meno che non decidano di tornare verso la frontiera con la Serbia e proseguire per il proprio paese d’origine. La misura era già stata soppressa nel 2013 in seguito a pressioni da parte dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e della stessa Unione Europea. Il premier Viktor Orban ne ha giustificato la riapprovazione in quanto l’Ungheria sarebbe “sotto assedio” e la “tempesta migratoria” agirebbe da “cavallo di Troia” per il terrorismo. Immediata la reazione dell’UNHCR che ha ribadito come la legge “violi gli obblighi dell’Ungheria verso le leggi europee e internazionali”.