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TematicheCina e Indo-PacificoNuove disposizioni per il referendum costituzionale: il Giappone verso...

Nuove disposizioni per il referendum costituzionale: il Giappone verso la modifica dell’Articolo 9?

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La Camera dei rappresentanti del Giappone ha approvato una proposta di legge concordata lo scorso 6 maggio dalla Commissione per la Costituzione e volta a modificare le disposizioni per il referendum costituzionale. La proposta di legge verrà messa al voto alla Camera dei consiglieri nelle prossime settimane, e la sua ratifica è prevista entro la metà di giugno. Le modifiche, che includono l’adozione degli stessi meccanismi previsti per le elezioni nazionali, sono volte a facilitare le modalità di voto per il referendum costituzionale.

La proposta di legge era stata introdotta dalla maggioranza nel 2018. Data la forte opposizione alla modifica della costituzione, e in particolar modo, la modifica dell’Articolo 9, discussioni a riguardo sono procedute a rilento. A opporre la proposta era, in particolare, il principale partito dell’opposizione, il Partito Costituzionale Democratico del Giappone, il quale richiedeva restrizioni sulle modalità di finanziamento e propaganda elettorale della campagna referendaria. Secondo l’opposizione, in assenza di tali restrizioni, aumenterebbe il rischio di una campagna scorretta, in quanto i gruppi politici con maggiori fondi a disposizione riuscirebbero a influenzare più facilmente l’opinione dell’elettorato.

Pur di presentare la proposta di legge ad entrambe le camere entro la fine del mandato ad ottobre, il Partito Liberal Democratico ha deciso di scendere a compromessi ed accettare le richieste dell’opposizione, disponendo che tali restrizioni vengano imposte entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge. L’accordo tra la coalizione al governo e l’opposizione lascia presumere l’approvazione della legge nella Dieta. Secondo alcuni, tale riforma rappresenta il primo passo verso la tanto discussa modifica della Costituzione giapponese.

Un passo avanti nella lotta per la riforma costituzionale?

La Costituzione giapponese, entrata in vigore nel 1947, non è mai stata emendata. In base all’attuale legislazione, qualsiasi proposta di modifica richiede la maggioranza di due terzi in entrambe le camere della Dieta, prima che la proposta possa essere sottoposta ad un referendum nazionale. L’acceso dibattito sulla riforma costituzionale costituisce una costante nelle dinamiche di politica interna del paese sin dagli inizi del dopoguerra. 

Sin dalla sua formazione, nel 1955, il Partito Liberal Democratico ha dato voce alle richieste di modifica della costituzione. Tale posizione si è intensificata a seguito dei cambiamenti nel panorama domestico e internazionale avvenuti in seguito alla fine della guerra fredda. Uno dei principali obiettivi del Partito Liberal Democratico sotto Abe, sia durante il primo mandato (2006) che il secondo (2012-2020), era la revisione dell’Articolo 9 della Costituzione giapponese, le cui clausole prevedono la rinuncia del paese al diritto di belligeranza e al possesso di forze militari. Se, in passato, le richieste di riforma prevedevano alcuni emendamenti radicali, le più recenti proposte non includono modifiche eccessive. Al momento, sembra che il Partito Liberal Democratico ambisca per lo più ad aggiungere una clausola che vada a disambiguare la costituzionalità delle forze di autodifesa. Tale modifica non andrebbe ad intaccare in alcun modo l’orientamento pacifista del paese. 

L’opposizione rimane comunque forte. Nonostante la coalizione al governo abbia ottenuto i due terzi dei seggi in entrambe le camere nel 2016 (seggi successivamente persi nelle elezioni per la Camera dei consiglieri del 2019), il raggiungimento del consenso riguardo alle modifiche necessarie è rimasto un miraggio lontano. Nonostante, secondo un recente sondaggio dell’Asahi Shimbun, i numeri a favore di una riforma generale della costituzione, in particolare l’introduzione di una clausola sullo stato di emergenza, siano in aumento (45%), il 61% dell’opinione pubblica continua a opporsi a qualsiasi forma di modifica dell’Articolo 9. Il 73% ritiene, ad esempio, che le forze di autodifesa non violino la Costituzione nella sua forma attuale. Sembra, quindi, improbabile che, anche con una potenziale vittoria dei due terzi dei seggi in entrambe le camere, il governo possa ottenere la maggioranza al referendum popolare.

Di per sè, pertanto, la nuova proposta di legge non rappresenta una misura radicale che possa avvicinare il Partito Liberal Democratico alla revisione dell’Articolo 9. La priorità della modifica costituzionale nell’agenda di Suga rimane, inoltre, piuttosto ambigua. Se il suo predecessore si era, sin dal principio, espresso sempre vigorosamente a favore della riforma costituzionale, Suga sembra aver assunto una posizione più moderata e ha menzionato la questione della riforma in misura minore. Soltanto recentemente, nel discorso pronunciato in occasione del Giorno della Costituzione (3 maggio), Suga si è espresso più apertamente a favore di una riforma, citando anche le modifiche all’Articolo 9. Il premier ha, però, anche sottolineato che qualsiasi modifica potrà essere discussa soltanto una volta che l’emendamento alla legge per il referendum costituzionale verrà approvato e andrà a chiarire le procedure per iniziare un’eventuale riforma.

La riforma costituzionale nel sipario internazionale

Nonostante si tratti di una dinamica puramente interna al paese, un’eventuale emendamento della Costituzione giapponese, e in particolare modo dell’Articolo 9, assume una dimensione di rilevanza internazionale. Per i paesi vittime dell’Imperialismo giapponese, le clausole dell’Articolo 9 rappresentano il simbolo dell’impegno nipponico alla pace e stabilità regionale. Una modifica o rimozione dell’Articolo è vista, quindi, con sospetto e apprensione, in quanto si teme possa orientare il paese in direzione di una pericolosa remilitarizzazione. Se il ritorno del militarismo nipponico risulta alquanto improbabile, il significato simbolico della Costituzione non si può negare. In Corea del Sud e in Cina, in particolare, l’Articolo 9 è spesso inteso come l’espressione implicita del rimorso della popolazione giapponese, e va, pertanto, a colmare le numerose dichiarazioni di rimpianto del governo di Tokyo, che sono spesso criticate come inadeguate e poco genuine. È probabile che una qualsiasi modifica possa suscitare critiche e diffidenze tra il Giappone e gli attori regionali con cui Tokyo mantiene relazioni precarie. La possibilità che una riforma dell’Articolo 9 vada, quindi, ad alimentare le tensioni regionali non si può escludere.

Per quanto riguarda le relazioni con il principale alleato giapponese, gli USA, la revisione dell’Articolo avrebbe implicazioni minori. Gli Stati Uniti riconoscono che la scelta di modificare la costituzione rimane una questione di politica interna. Quello che più premeva agli USA era assicurarsi il supporto del Giappone attraverso il riconoscimento del diritto di autodifesa collettivo. Tale obiettivo è già stato raggiunto con la reinterpretazione dell’Articolo 9 da parte del governo Abe nel 2014. Nonostante rimangano una serie di restrizioni sulle capacità di Tokyo di esercitare il diritto di autodifesa collettivo, il fatto che il Giappone possa ora intervenire in supporto dell’alleato al di fuori del suo territorio nazionale in caso di un attacco che abbia potenziali ripercussioni sulla sicurezza nazionale di Tokyo rappresenta la dimostrazione di una collaborazione sempre più stretta ed integrata tra i due alleati. Visti tali sviluppi, la reinterpretazione ha già risolto una serie di punti interrogativi riguardo il ruolo del Giappone nel garantire la stabilità e prosperità regionale. Pertanto, dal punto di vista statunitense, a meno che questa reinterpretazione venga annullata dai governi futuri (il che sembra alquanto improbabile), l’Articolo 9 non è, al momento, un ostacolo insormontabile che possa compromettere la cooperazione tra i due partner.

Alice Dell’Era
Geopolitica.info

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