Nuove alleanze tra i jihadisti nel Sahel

Con la capitolazione dello Stato Islamico nei territori siriano-iracheni, sono in molti a credere che il Califfato possa decidere di puntare su altre zone geografiche. Una di quelle maggiormente vulnerabili è quella del Sahel, negli ultimi anni territorio controllato da varie milizie di estrazione jihadista, che trovano appoggio nei gruppi criminali e nelle mafie locali. Negli ultimi giorni alcune nuove alleanze all’interno dei gruppi jihadisti creano diversi campanelli di allarme, anche alla luce della prossima missione italiana in Niger.

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Il Sahel è una fascia di territorio africana compresa tra le zone meridionali del deserto del Sahara e l’inizio della steppa e della savana sudanese. Da est ad ovest coinvolge diversi stati: Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l’Eritrea.
E’ un territorio vasto ma scarsamente popolato, date le difficoltà geografiche e climatiche che hanno impedito lo sviluppo urbano. Terra di nomadi e di tribù, da sempre il Sahel è una zona anarchica, con grandi vuoti di potere, colmati negli ultimi anni da mafie locali e milizie jihadiste.

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, e le restrizioni delle legge statunitensi in materia di riciclaggio di denaro, il Sahel è diventato il corridoio preferito dai cartelli del narcotraffico centro americano per smerciare la droga nel continente europeo. Mafie e gruppi criminali, forti della grande conoscenza del territorio, inaccessibile ai più, si sono enormemente arricchiti, e hanno massimizzato il proprio controllo sulla regione. In questo clima di anarchia legislativa e di povertà, il Sahel si è trasformato in una fucina di gruppi jihadisti, che con il narcotraffico e la manovalanza delle varie mafie locali, ha trovato terreno fertile per aumentare la propria legittimità sulla scacchiere jihadista internazionale. Al traffico della droga, nel primo decennio del nuovo secolo, si è sovrapposto il lucroso business dei rapimenti, che ha aumentato in maniera esponenziale gli introiti dei gruppi jihadisti, accrescendone contemporaneamente popolarità e potenzialità.

Negli ultimi anni, in prossimità dell’inizio dei tumulti passati alla storia come Primavere Arabe, fino ad oggi, i cartelli formati da mafie locali e milizie jihadiste hanno investito in un nuovo business, più redditizio del narcotraffico e dei rapimenti: il traffico dei migranti. Forti di sentieri e nascondigli già battuti in anni di esperienza nel traffico di droga e nei rapimenti, i network criminali che operano nella tratta di migranti ha da subito contato su un grande vantaggio strategico nei confronti degli eserciti e delle polizie locali. Questo nuovo mercato criminale, però, che ha portato negli ultimi anni centinaia di migliaia di migranti in territorio europeo, ha provocato una grande pressione politica sugli stati africani che dovrebbero controllare i territori in questione. Questo ha comportato, nel 2014, alla nascita del G5, un’alleanza militare tra 5 paesi (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) che mira a combattere le varie milizie jihadiste e a contrastarne i diversi business. Nello stesso anno la Francia ha lanciato l’operazione antiterrorismo Barkhane, dispiegando oltre 3000 uomini nel Sahel.

Il riassetto politico, locale con il G5, e internazionale con le nuove attenzioni mediatiche sull’area e con la missione francese, ha provocato una riorganizzazione tra le alleanze jihadiste. Nel marzo del 2017, importanti sigle e uomini che hanno segnato profondamente le attività criminali e terroristiche nel Sahel si sono unite per formare una nuova organizzazione, in grado di contrastare le forze locali ed internazionali per difendere i propri interessi economici.
Al-Mourabitoun, cellula jihadista guidata da Mokhtar Belmokhtar, chiamato “Mr Marlboro” per il suo passato da trafficante di sigarette, e Ansar Eddine, milizia guidata da Iyad Ag Ghaly, si sono unite per formare il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (“Supporto all’Islam e ai Musulmani”). Per dare un’idea dello spessore criminale e jihadista della nuova formazione, basti pensare che Mokhtar Belmokhtar fu combattente di alto grado tra i jihadisti in Afghanistan contro l’Unione Sovietica, con il Gruppo Islamico Algerino (GIA) negli anni ’90, comandante negli anni 2000 del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimenti, con il quale firmò diversi rapimenti di occidentali nel Sahara e si unì ad Al Qaeda formando la branca nordafricana AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), dalla quale si separò nel 2013. Ebbe un ruolo di grande rilevanza anche nelle rivolte dell’Azawad nel nord del Mali, durante le quali strinse i rapporti con Iyad Ag Ghaly.
Quest’ultimo ha un passato marxista: ha combattuto contro Israele in Libano negli anni ’80, per poi combattere contro il governo maliano negli anni ’90. Data la grande capacità trasformista e diplomatica, ha assunto posizioni salafite, ed ha lavorato persino come console del Mali a Jedda, in Arabia Saudita, da dove è stato espulso nel 2010 per i suoi legami con Al Qaeda.

Per la storia dei due leader, il movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, con a capo Ghaly, è visto come uno dei maggiori pericoli per la stabilità del Sahel: nello scorso anno il movimento si è affiliato ad Al Qaeda, ed ha di conseguenza stretti contatti con la diramazione maghrebina di quest’ultima. La novità importante degli ultimi giorni, che interessa il nostro paese alla luce della nuova missione italiana in Niger, è la probabile alleanza tra Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Al Qaeda e la costola dello Stato Islamico nel Sahel, conosciuta come Stato islamico nel grande Sahara, guidata da Sahrawi. Un’alleanza impensabile sino a qualche tempo fa, che si starebbe sviluppando in questi giorni, con i leader delle varie formazioni che dallo scorso dicembre avrebbero effettuato diversi incontri. La cooperazione tra i vari gruppi criminali rafforzerebbe il network jihadista nella zona dei tre confini, che interessa il Mali, il Burkina Faso e il Niger, e che aumenterebbe le capacità offensive anche nei confronti dei contingenti occidentali.

La missione italiana in Niger risulta, al momento, no-combat, quindi di supporto e di addestramento per gli eserciti locali. I nuovi movimenti nella galassia jihadista sembrano evidenziare una riorganizzazione non solo locale del terrorismo, ma un nuovo orientamento globale che mira a spostare le mire islamiste nella regione del Sahel, dopo le sconfitte in Siria e in Iraq. La regione africana coinvolge da più vicino l’Italia: un aumento del potere jihadista influirebbe direttamente sul nostro paese, con il tema dell’immigrazione e conseguentemente della sicurezza che risulta sempre più importante per i nostri interessi. Il futuro governo, espressione delle prossime elezioni, deve per forza di cose concentrare la sua attenzione nel profondo sud del Sahara, dove le mafie locali e le formazioni jihadiste si intrecciano e si sovrappongono, regione per troppo tempo sottovalutata dalla politica locale e internazionale.