“Nuova Via della Seta”: opportunità di cooperazione o minaccia alla stabilità?

È recente la notizia dell’acquisizione da parte della China Merchants, compagnia controllata dallo stato cinese, dell’80% del porto di Hambantota, Sri Lanka, per 1.1 miliardi di dollari.L’importanza di questo investimento è dovuta dalla posizione altamente strategica dell’infrastruttura, situata lungo la rotta Est-Ovest che collega la Cina al suo più grande mercato di vendita, l’Europa.

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Il progetto

Questo nuovo tassello deve essere inserito nel contesto della linea politica promossa dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, chiamata “One Belt, One Road” (OBOR) o, più comunemente, “Nuova Via della Seta”. Questo progetto, considerato di capitale importanza per lo sviluppo e il sostentamento dell’economia nazionale attraverso l’apertura di nuove rotte commerciali e la creazione di rapporti più amichevoli con i paesi euroasiatici, consiste principalmente nel promuovere, grazie a finanziamenti a tasso agevolato, la costruzione e il miglioramento di infrastrutture secondo due direttrici: la “Silk Road Economic Belt” e la “21st Century Maritime Silk Road”. La prima coinvolge i paesi attraversati dalla storica “Via della Seta”, ovvero quelli situati in Asia Centrale, i paesi mediorientali e quelli dell’Europa Sud-Orientale, ai quali si aggiungono gli Stati dell’Asia Meridionale. La seconda, include i paesi costieri sulla rotta che porta dalla Cina all’Europa attraversando il Nuovo Canale di Suez, congiungendo, da Est a Ovest, Indonesia, Singapore, India, Pakistan, Sri Lanka ed Egitto, fino ad arrivare tramite il Mediterraneo Orientale in Grecia, utilizzando l’Africa Orientalee il Kenya in particolarecome punti d’appoggio.

La posizione delle altre potenze

Questo progetto è supportato non solo dai Paesi concretamente beneficiari del flusso di yuan, bensì anche da nazioni occidentali come Regno Unito, Francia, Germania e Italia, allettati da una possibile riduzione dei costi di trasporto dei loro prodotti verso l’Asia attraverso la partecipazione alle quote della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) – istituzione finanziaria internazionale fra i principali finanziatori dei progetti della “Nuova Via della Seta”. Uno dei primi risultati positivi di questa collaborazione può essere riscontrato nel primo treno merci diretto che dalla stazione di Yiwu, Cina, ha compiuto il tragitto verso Londra in solo 18 giorni.E’ tuttavia possibile riscontrare alcuni potenziali aspetti negativi per l’Europa, e in particolare per l’Unione Europea. In primisi migliori collegamenti con le regioni asiatichepotrebbero favorire unaproliferazione di problemi come traffico di droga, crimine organizzato e attività terroristiche. In secondo luogo, il successo dell’iniziativa potrebbe portare ad una redistribuzione del potere e dell’influenza sull’Eurasia a favore della Cina a scapito degli interessi europei. Da non sottovalutare, inoltre, la possibilità che questa iniziativa diventi causa di un sempre maggiore sfaldamento dell’Unione, conseguentemente alle prassi di negoziazione cinesi che prevedono sì un canale diretto con le istituzioni europee, ma  senza precluderne un altro con i singoli paesi membri nella formula 16+1- la quale comprende gli stati dell’Europa centro-orientale.In mancanza di accordo con l’UE, non è improbabile che il gigante asiatico possa fare pressione sui paesi “amici”, prima fra tutti l’Ungheria di Orban, in modo da “scavalcare” le istituzioni europee o far modificare le decisioni prese.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, durante l’amministrazione Obama hanno dato il loro supporto all’iniziativa, interessati soprattutto ad una maggiore integrazione regionale dell’Afghanistan ed a promuovere la ricostruzione di infrastrutture andate perse durante i lunghi anni di conflitto, anche in sinergia con il proprio, seppur più modesto, piano di aiuto allo sviluppo dell’area, chiamato curiosamente “New Silk Road”.Con il recente cambio della guardia alla Casa Bianca, la strategia del presidente Trump riguardante OBOR non è ancora stata definita, almeno pubblicamente. Vi sono tuttavia due possibili orientamenti sul tavolo: da un lato, la nuova amministrazione potrebbe superare il rifiuto di Obama alla partecipazione all’AIIB e dare così maggiore supporto all’iniziativa con benefici sia riguardo la stabilità e lo sviluppo della regione, sia in termini di possibilità commerciali per le proprie imprese che riguardo un miglioramento delle relazioni con la Cina. Dall’altro, potrebbe decidere di proseguire la politica di cauto appoggio del precedente governo o, più probabilmente, accantonare anche il progetto NSR in quanto frutto della politica di Hillary Clinton.

La Russia, paese egemone nell’Asia Centrale, non ha visto inizialmente con favore l’iniziativa cinese e, nel timore che questa potesse mettere in discussione la sua leadership nell’area, ha tentato di contrastarla con progetti simili come l’Eurasian Economic Union (EaEU). La svolta si ebbe tuttavia nel 2014, quando, durante un summit a Shangai, le due potenze rilasciarono una dichiarazione congiunta nella quale si dicevano pronte a dare il via ai negoziati per sincronizzare i propri progetti di cooperazione economica. Successive dichiarazioni dei due paesi nel 2015 hanno confermato questa linea di collaborazione, la quale punta ad evitare la rivalità sino-russa in Asia Centrale, basata sulla condivisione della leadership nell’area e la conseguente eliminazione delle influenze di forze non appartenenti alla regione, in primis gli Stati Uniti.

Esempi di progetti

I risultati della “Nuova via della Seta” possono essere riscontrati in progetti come il gasdotto fra Cina e Myanmar, di vitale importanza per l’approvvigionamento di greggio cinese e nell’investimento di 436 milioni di dollari nell’area commerciale del Nuovo Canale di Suez, in particolare nella zona speciale di commercio adiacente.Esemplare è la mega iniziativa da 46 miliardi di dollari China- Pakistan Economic Corridor (CPEC), la quale prevede autostrade che attraversino la Repubblica islamica dal nord confinante con la Cina a sud, dove si trova il porto di Gwadar controllato sempre dai cinesi, oleodotti e produzione di elettricità da carbone.

Possibili problematiche

Tuttavia, nonostante gli indubbi benefici portati da quella che sembrerebbe un’iniziativa win-win, vi sono alcune riserve e problematiche sia da parte cinese sia da parte degli stati destinatari dei fondi di sviluppo.

La Cina sta prestando decine di miliardi di dollari a nazioni spesso già pesantemente indebitate e insolventi con essa, come lo Sri Lanka, in debito di 8 miliardi di dollari a causa di prestiti pregressi.Questo rischia in un futuro non troppo lontano di lasciare la Repubblica Popolare esposta a pesanti perdite nel caso in cui questi paesi non restituissero quanto dovuto. Nonostante riserve in valuta per oltre 3000 miliardi di dollari, Pechino non può permettersi di concedere all’infinito cattivi prestiti, soprattutto in una fase di rallentamento della crescita interna come quella iniziata nel 2014 a causa dell’inizio della transizione da un’economia industriale votata all’export ad una basata sui servizi e più incentrata sui bisogni interni.Inoltre, la buona riuscita di questi progetti è messa a rischio  dalla diffusa corruzione presente in molti di questi stati. Tra gli altri, Turkmenistan, Cambogia, Myanmar figurano rispettivamente al 154°, 150° e 147° nell’annuale classifica di Transparency International; una classifica che invero relega la Cina stessa ad un poco onorevole 83° posto.

Sul fronte opposto troviamo gli stati beneficiari, i quali traggono vantaggio della costruzione di infrastrutture che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, ma devono altresì sottostare alle condizioni cinesi. In primo luogo, spesso i progetti sono più o meno automaticamente appaltati a imprese cinesi, spesso statali, e costruite con materiali cinesi, impedendo così lo sviluppo delle economie nazionali collateralmente a quello delle infrastrutture. Esempio esplicativo è quello delle dighe per la produzione di elettricità lungo il corso del fiume Paunglaung, in Birmania, finanziate dalla Export-Import Bank of China e costruite dalla Yunnan Machinery Equipment Import & Export Company Limited.Sempre riguardo questo punto, non di rado le imprese cinesi vengono accusate di risparmiare sulla qualità dei materiali, di non rispettare le norme di sicurezza sul lavoro e di costruire progetti in spregio alla tutela dell’ambiente, contrariamente a quanto dichiarato. Inoltre, non di rado la partecipazione cinese in questi progetti viene percepita come un’invasione della sovranità dalla popolazione degli stati beneficiari, in quanto le imprese cinesi mantengono (la maggior) parte delle quote delle infrastrutture- come  nei casi del sopracitato porto di Hambantota in Sri Lanka e quello del Pireo in Grecia.Questo, seppur sancito da regolari accordi con i governi locali che ne definiscono la legalità, è spesso visto quasi come un sopruso, anche in considerazione del fatto che normalmente i paesi in cui ciò accade sono soggetti a forte indebitamento e ciò li rende vulnerabili a “offerte” di questo tipo. L’unione di questi fattori porta spesso a manifestazioni popolari contrarie a tali progetti, le quali rischiano di accrescere le tensioni sociali in paesi già fragili.

Conclusioni

In conclusione, l’obiettivo dell’iniziativa cinese può essere riassunto dalle parole di Huang Jing, della National University of Singapore: “Se tutti sono economicamente nella stessa barca, allora quando la Cina cresce tutti crescono, mentre se la Cina rallenta tutti rallentano. Questa è la natura dell’idea”. Tenendo però conto anche degli aspetti negativi dell’impresa, il progetto può portare a due possibili conclusioni: in caso di successo, la Cina diverrebbe la potenza eurasiatica egemone, sebbene mitigata dalla presenza russa, sia dal punto di vista economico – con maggiori possibilità di esportazione e accordi commerciali prevedibilmente più favorevoli- che da quello geopolitico –  potendo esercitare una maggiore influenza sugli stati beneficiari dei suoi finanziamenti grazie al miglioramento delle relazioni con essie diventando così ago della bilancia nelle eventuali contese fra questi. Si otterrebbe inoltre una migliore integrazione economico-commerciale fra i paesi dell’area. Ma, nel caso in cui l’iniziativa fallisse, questo potrebbe portare ad un grave peggioramento delle relazioni nei rapporti fra la Cina e gli stati partner;un peggioramento che potrebbe manifestarsi, ad esempio, con dazi e limiti all’immigrazione di lavoratori cinesi. È anche da tenere in considerazione la possibilità che questo malcontento si possa diffondere anche fra la popolazione, spesso già restia ad accettare una così invasiva presenza cinese sul proprio territorio. Inoltre, gli ingenti prestiti, se non restituiti, porterebbero ad uno scompenso di bilancio non indifferente anche per un paese come la Cina.