Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano

Lo scorso 2 aprile l’Iran e i paesi del gruppo 5+1 (Consiglio di Sicurezza ONU più Germania) hanno raggiunto a Losanna un’intesa con cui l’Iran accetta una forte riduzione dei suoi piani nucleari (il 20% in meno di dotazione di uranio arricchito) in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni economiche. Si tratta di un sostanziale passo in avanti in vista di un accordo definitivo (previsto per la fine di giugno) che metterebbe fine ad uno stallo di oltre dodici anni in cui l’Iran ha sempre rivendicato il diritto al nucleare a scopi pacifici incontrando la tenace opposizione del resto del mondo.

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In realtà, e al di là delle strumentalizzazioni bipartisan dentro e fuori il Medio Oriente, l’accordo sul nucleare non ha l’importanza epocale che gli viene attribuita. È assai improbabile,  a prescindere dagli esiti dei negoziati, che l’Iran utilizzi le proprie dotazioni di uranio per costruirsi armi atomiche. Considerando che Teheran investe da decenni in programmi di ricerca nucleare avrebbe già potuto seguire le orme di India, Pakistan e Israele, ma non l’ha fatto. Ragioni strategiche hanno prevalso sulla tentazione di fare il “grande salto”. Se l’Iran costruisse la bomba,  molto probabilmente creerebbe un effetto emulazione tra i vicini.

La vera portata dell’accordo 5 +1  sta ben oltre la questione nucleare.  La prima, e più importante, conseguenza del ravvicinamento tra Stati Uniti e Iran è la fine dell’isolamento internazionale in cui il paese è stato relegato dalla rivoluzione di Khomeini oltre trent’anni fa. Dopo decenni di isolamento diplomatico, l’Iran si ripresenta sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale, dove di rimescola l’intera carta geopolitica della regione. Una regione in cui al momento si combattono quattro guerre: in Iraq, in Siria, in Libia e nello Yemen, tutte combattute lungo la faglia dello scontro religioso e politico tra sunnismo e sciismo.

I dettagli dell’accordo

Un accordo sul nucleare potrebbe rendere l’Iran meno aggressivo e rafforzare l’ala moderata di Rouhani, la cui principale preoccupazione è  ridurre il peso delle sanzioni sull’economia del paese, oppure, altra ipotesi, potrebbe aumentare l’instabilità della regione.

Tre sono i punti fermi su cui deve basarsi una valutazione obiettiva dell’impatto che l’accordo sul nucleare potrà produrre nella regione mediorientale. Primo, l’accordo di Ginevra, cosi come delineato dalla recente intesa di Losanna, non mette la parola fine alle potenzialità nucleari di Teheran. All’Iran non viene imposta la chiusura di alcun impianto né la distruzione delle riserve di uranio. Teheran conserverà circa seimila centrifughe. Il che vuol dire che in futuro sarà in grado  di dotarsi di armi nucleari. Secondo, sulla carta l’Iran  è la principale potenza dell’area. Innanzitutto sul piano economico. Secondo recenti stime l’economia iraniana è tra le prime venti al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. L’Iran ha oltre quattromila anni di storia e di cultura. Una cultura persiana, non araba. Ha una popolazione di quasi 80 milioni di abitanti (a fronte dei 38 milioni dell’Arabia Saudita e dei 7 di  Israele), evoluta e ben istruita,  ed è uno dei massimi detentori  al mondo di riserve di petrolio e gas.

Se l’Iran rientrasse nella comunità internazionale, si aprirebbe al commercio e agli investimenti diventando con tutta probabilità lo Stato più potente del Medio Oriente. Questa prospettiva spaventa gli altri protagonisti della regione non meno delle armi nucleari. Terzo punto, infine, Stati Uniti e Iran sono già alleati, seppur non dichiarati, nella controffensiva all’ISIS.

Gli alleati americani in Medio Oriente e gli Stati  del Golfo sono convinti che  il ravvicinamento tra Iran e Stati Uniti suggellerebbe il disimpegno americano spostando l’asse dell’equilibrio regionale verso l’Iran. I tradizionali alleati degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in testa, sentendosi insicuri potrebbero diventare più aggressivi.  Per l’Arabia Saudita l’Iran è il principale nemico ideologico, mentre Israele teme attacchi missilistici contro il proprio territorio. Entrambi nutrono una profonda diffidenza verso le dichiarazione di Tehran. Israele potrebbe decidere di colpire i siti nucleari iraniani al primo segnale di violazione degli impegni, mentre gli altri Stati arabi, Arabia Saudita in particolare, potrebbero andare oltre sfidando l’Iran su altri scenari, ad esempio in Siria.

La reazione saudita

Il riaccendersi dello scontro secolare tra sunnismo e sciismo esigerebbe per Riyadh di avere gli Stati Uniti dalla propria parte;  il disgelo con l’Iran va nella direzione opposta. I sauditi non possono più dare per scontato il sostegno statunitense. Di qui l’insolita relationship con Israele e i tentativi di costruire una propria politica autonoma dagli USA, in grado di guidare un asse strategico sunnita wahabita incentrato sul Consiglio di Cooperazione del Golfo.

L’Arabia Saudita ha ufficialmente dichiarato di voler procedere alla costruzione di una dozzina di reattori nucleari. Non dispone delle infrastrutture e nel know how tecnico necessari ma potrebbe non avere difficoltà a procurarseli all’estero considerando le risorse finanziare di cui può disporre. Si tratterebbe comunque di una ipotesi non realizzabile nel breve-medio periodo. Nel frattempo, mostra una maggiore assertività militare intensificando l’impegno militare all’interno della Peninsula Shield Force, il corpo militare di difesa comune del CCG, e intensifica la  diplomazia finanziaria. In Libia, impegnandosi a sborsare 3 miliardi di dollari a favore delle Forze Armate Libanesi e in Egitto.

Anche la posizione di Israele nei confronti dell’Iran è caratterizzata da un profondo scetticismo, quando non da una dura critica nei confronti di Washington. La maggioranza della popolazione israeliana non crede che l’accordo di Ginevra porrà fine alle ambizioni nucleari di Teheran. Tuttavia molti esperti e analisti ritengono controproducente per Israele continuare ad opporsi ad un accordo finale con l’Iran, il cui effetto sarebbe probabilmente quello di marginalizzare Israele piuttosto che Teheran e di pregiudicare gravemente le relazioni con gli Stati Uniti. Come nel caso dell’Arabia Saudita, anche se ragioni diverse, è da escludersi in realtà una ritorsione militare da parte di Israele in risposta ad un accordo ampiamente accettato dalla opinione pubblica americana e dalla comunità internazionale. Non è affatto scontato inoltre che Israele sia in grado di infliggere un “colpo mortale” alla capacità nucleare iraniana. Molto più verosimilmente Israele continuerà a rafforzare la sua capacità di difesa antimissile e ad esercitare pressioni sul Congresso USA per rallentare il più possibile la conclusione dell’accordo finale e la rimozione delle sanzioni.

Sia nel caso di Israele che dell’Arabia Saudita, che più in generale per quanto attiene alle conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano, molto dipenderà dagli Stati Uniti e da come le loro mosse verranno percepite nella regione mediorientale. Israeliani e sauditi non si allineeranno facilmente alle posizioni americane anche dopo la conclusione dell’accordo, ma se si sentiranno rassicurati da Washington potrebbero convincersi che un accordo con l’Iran è anche nel loro interesse perché in primo luogo consentirebbe di convogliare tutti gli sforzi contro l’ISIS all’interno di un’offensiva congiunta. Gli Stati Uniti potrebbero ad esempio decidersi di intensificare lo sforzo militare a fianco del CCG (oltre ai 35mila uomini già presenti nelle basi americane) o estendere l’ombrello nucleare americano agli alleati mediorientali. Di certo se nelle intenzioni di Obama l’accordo con l’Iran rappresenta un tassello fondamentale della sua dottrina di pacificazione del  Medio Oriente, allora la diplomazia americana dovrà essere di alto con questi tradizionali alleati a cui dovrà essere riconosciuto strategicamente un ruolo di primo piano nella costruzione di un ampio dialogo regionale che vada oltre il dossier nucleare.