L’energia nucleare è tornata al centro del dibattito pubblico europeo, complici le esigenze di differenziazione e la crescente competizione energetica globale. La Francia rappresenta un unicum in Europa: la complementarità delle imprese strategiche, la notevole produzione nucleare e l’autonomia energetica sollevano l’interrogativo sulla replicabilità del paradigma su scala europea.
L’incremento dei conflitti su larga scala e l’instabilità geopolitica internazionale impongono un rinnovamento delle priorità di sicurezza e difesa, sempre più orientate alla deterrenza nucleare. La ricerca di nuovi equilibri richiede una revisione delle politiche energetiche tradizionali e degli approcci nazionali alla sicurezza che, nel nuovo paradigma in nuce, non possono estraniare la dimensione energetica. L’Unione europea – con le sue ambizioni di decarbonizzazione – deve far fronte alla crisi energetica, amplificata dalla guerra in Ucraina, dalla necessità politica di affrancarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili russi e dalla pressione economica esercitata degli Stati Uniti. In questo contesto, il nucleare è percepito come un alleato strategico per le basse emissioni di carbonio e per la sua affidabilità nella produzione di energia. Tra gli Stati europei, la Francia si sta ritagliando un ruolo di primo piano nella ricerca di autonomia energetica e strategica. Tuttavia, l’ambizione collide con la realtà: sotto la superficie si celano un’opinione pubblica polarizzata, limiti strutturali e vincoli di bilancio, dettati dal progressivo rigonfiamento del debito pubblico. Resta da capire se, e in che misura, il modello nucleare francese possa essere assimilato in Europa.
La forza dell’atomo
Il programma nucleare, avviato negli anni ‘50 per garantire una capacità di deterrenza indipendente da USA e URSS, raggiunse l’apice nel 1991-’92 con una dotazione di 540 testate atomiche. Nonostante l’attuale riduzione a 290, la potenza complessiva dell’arsenale è significativa ed equivale a 1.993 bombe di Hiroshima. Parallelamente, Parigi ha promosso una strategia di produzione civile dell’energia nucleare: un piano tecnologicamente avanzato in cui lo Stato è un player indispensabile. Nel territorio sono distribuiti 57 reattori operativi (56 di tipo PWR da 900-1300 MW e uno di tipo PWR-EPR da circa 1650 MW) che coprono il 67% del mix energetico nazionale. Se si considera la produzione di energia primaria, il nucleare domina con il 72%, pari a 1.022 TWh. Un traguardo reso possibile grazie agli investimenti nel settore e alla legge sulla difesa nazionale, che ha favorito un aumento delle spese per la deterrenza e consentito di destinare 6,9 miliardi di dollari al programma nucleare.
Queste scelte rientrano nella politica energetica nazionale, il cui obiettivo è ridurre il più possibile la dipendenza dalle importazioni. Difatti, la Francia acquista uranio dalla Russia, dal Canada e dal Niger, che, tra il 2012 e il 2022, ha fornito 17.000 tonnellate di uranio naturale (tU), pari al 20% del fabbisogno nazionale. Il concentrato di uranio naturale (yellowcake) viene poi convertito in esafluoruro di uranio direttamente in Francia, sede dell’unico impianto di conversione operativo in Europa. Tuttavia, la sua capacità di 11.000 tU annuali non soddisfa la richiesta complessiva della flotta di reattori europei. Per questo, l’operatore Orano dovrà adeguare le prestazioni alle esigenze continentali e portare la produzione a 13.500 tU entro il 2029, per garantirsi un ruolo centrale nel panorama europeo e nell’industria nucleare francese.
Il controllo della filiera risponde a una strategia che pone la deterrenza nucleare al centro della sicurezza nazionale. In questo contesto, il presidente Macron ha rilanciato con decisione il nucleare e riaffermato il paradigma “statalista”, affidando a una rete di attori strategici la realizzazione della sua visione. Difatti, sebbene lo Stato assuma una funzione ineludibile e pervasiva nel settore energetico, negli ultimi anni sono aumentate le partnership tra servizio pubblico e privato. Tra i principali operatori, una posizione centrale spetta a EDF (Electricité de France), che gestisce le 18 centrali francesi. Nel primo semestre del 2025, le sue performance operative hanno visto un netto aumento della produzione, raggiungendo i 181,8 TWh (+4,4 TWh) e un fatturato di 59,4 miliardi di euro, compensando il calo degli utili pari a 15,5 miliardi. Contrariamente a quanto si crede, EDF non detiene il monopolio energetico e la libera concorrenza è garantita dall’autorità francese per la regolazione dell’energia, che assicura pari accesso anche ad altri stakeholder. Tra questi, spicca Orano (ex Areva), una S.p.A. a controllo statale esperta nel ciclo del combustibile nucleare e impegnata nell’espansione verso nuovi settori. Invece, la multinazionale Framatome è responsabile della produzione di sistemi di controllo, degli assemblaggi di combustibile e di tutti gli strumenti indispensabili per il corretto funzionamento degli impianti. Si occupa altresì dello sviluppo dei reattori PWR e EPR, nonché della loro manutenzione.
La complementarietà tra queste aziende denota la solidità della filiera nucleare, orientata verso una crescente autonomia, anche se la direzione politica resta inevitabilmente in mano all’Eliseo. Per capitalizzare sul potenziale industriale, nel 2022, Macron ha annunciato la costruzione di sei nuovi reattori EPR-2 (PWR) entro il 2050, auspicando l’inizio dei lavori prima della fine del suo mandato, nel 2027. In quest’ottica, nel marzo 2023, il Parlamento ha stanziato 52 miliardi di euro (oggi saliti a 70) per costruire i nuovi impianti. Le direttrici del progetto prevedono il mantenimento di almeno il 50% di produzione nucleare entro il 2050 e la previsione di clausole per facilitare l’espansione del parco reattoristico. Queste scelte riflettono un preciso orientamento strategico: il nucleare è il pilastro dell’autonomia e della sicurezza nazionale. Per questo motivo, la Francia vanta un primato in materia di autoproduzione energetica e di controllo esclusivo sul proprio arsenale nucleare. Fattori favorevoli in un clima internazionale instabile in cui la deterrenza sta diventando una nuova priorità strategica. Negli anni, Parigi ha manifestato la volontà di sostituirsi all’ombrello nucleare fornito da Washington, tuttavia, la vocazione europea del paradigma francese deve fare i conti con alleati ostili e cooperare con partner chiave come Regno Unito, Germania e Italia.
Eccezione nazionale o modello per l’UE?
Il nucleare rappresenta un tema divisivo tra i principali leader e Stati europei. Tuttavia, il decoupling transatlantico e la necessità di eterogeneità delle forniture comportano un ripensamento delle priorità di sicurezza collettive. In primo luogo, l’UE dipende tuttora dall’uranio russo: nel 2024 Mosca ha fornito il 15,63% dell’uranio naturale necessario al fabbisogno comunitario. Secondo la Commissione, sono stati stanziati 23 miliardi di euro per l’energia russa – di cui un miliardo destinato al combustibile nucleare che, a differenza di petrolio e gas, non è stato oggetto di sanzioni. Dunque, per Bruxelles, il disimpegno dalle importazioni russe rappresenta una priorità e, allo stesso tempo, assume rilievo strategico la ricerca di nuovi fornitori in Asia centrale, oltre che l’adozione di politiche comuni.
La risposta europea si articola in iniziative multilivello, di natura normativa e finanziaria. Il trattato di Roma (1957) ha creato la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), per fornire regole comuni, valorizzare ricerca e produzione nucleare continentale. Negli anni, le direttive hanno completato il framework legislativo, privilegiando trasparenza e sicurezza, e nel 2015, lo European Fund for Strategic Investments ha dimostrato un’apertura politica verso il nucleare civile – seppur senza sostenerlo economicamente. Oggi, spicca il Programma quadro Horizon Europe (2021-2027), con 93,5 miliardi di euro, di cui 1,981 miliardi per Euratom, focalizzati su formazione, ricerca, tecnologie nucleari sicure e radioprotezione ottimale. Difatti, i 101 reattori commerciali operativi in Europa rispettano la legislazione comunitaria e sono riconosciuti come cruciali per gli obiettivi di decarbonizzazione.
L’orientamento europeo si sta concretizzando anche sul piano politico e finanziario. Da un lato, la Banca europea per gli investimenti ha simbolicamente concesso un prestito da 400 milioni alla società Orano per ampliare l’impianto di arricchimento dell’uranio Georges Besse 2. Dall’altro lato, l’Ue – a lungo incerta sull’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia delle fonti sostenibili – li ha inclusi, a determinate condizioni, tra le “attività transitorie”, funzionali alla transizione verde. Sebbene il nucleare non produca emissioni di CO₂, le criticità restano legate alle scorie radioattive, soprattutto per quanto riguarda il loro corretto stoccaggio entro il 2050. Come evidenziato, i fondi europei sono indispensabili per il rilancio dell’industria nucleare civile e favorirebbero la decarbonizzazione e una maggiore sovranità energetica.
A dimostrazione di ciò, l’Eurobarometro 2025 ha rivelato che il 27% dei cittadini europei ritiene che l’indipendenza energetica rafforzerebbe il peso strategico dell’Europa. Allo stesso tempo, il clima d’opinione complessivo risulta molto articolato e variegato in tema nucleare. La Francia si mostra favorevole – nonostante gli attriti interni con i partiti ecologisti e il Rassemblement National (contrario al nuclear sharing) – mentre le polemiche provengono dal Lussemburgo e dall’Austria. Tradizionalmente, anche Danimarca, Germania e Italia hanno guardato con diffidenza all’energia atomica. Nonostante il forte impegno di Copenaghen nello sviluppo delle energie rinnovabili, il Parlamento danese ha avviato un’indagine sull’inserimento del nucleare nel mix elettrico nazionale, suggerendo l’ipotesi di futuri investimenti nel settore. D’altra parte, la crisi industriale, il nuovo esecutivo tedesco e l’adesione italiana all’Alleanza nucleare hanno determinato un cambiamento di posizione. Infine, il Regno Unito rimane un alleato chiave: è una potenza nucleare intenzionata a collaborare con l’Ue e affievolire il legame energetico con la Russia. In questo senso, Parigi ha già avviato piani ridurre le importazioni da Mosca. Un esempio è offerto dal progetto SAVE (2024-2028), coordinato da Framatome, che intende migliorare la sicurezza delle forniture di combustibile per i reattori VVER, progettati e operativi solo grazie alla Russia. Il prolungarsi del conflitto rende imprescindibile il rafforzamento della sicurezza dell’approvvigionamento, nonché l’affrancamento dalla dipendenza energetica.
L’autonomia strategica ed energetica consente alla Francia di puntare sempre di più sul nucleare, sull’innovazione e sulla manutenzione costante degli impianti. EDF, Framatome e Orano sono attivi oltre i confini nazionali e guidano ambiziosi progetti che coinvolgono altri Stati europei: motivo per il quale si potrebbe ipotizzare l’assimilazione del paradigma francese come modello comunitario. Di fatto, tre fattori chiave potrebbero offrire a Parigi un primato: resa energetica, investimenti significativi nel deterrente nucleare e volontà politica. Tuttavia, le divergenze economiche e culturali persistono nel panorama europeo e i punti di forza della dottrina transalpina ne rispecchiano contestualmente le vulnerabilità. Se da un lato il mix energetico garantisce al Paese una posizione d’eccellenza, dall’altro lato non sono trascurabili le inefficienze dovute ai malfunzionamenti e ai periodi di inattività delle centrali. EDF – l’unico gestore del parco reattoristico nazionale – sta affrontando dispersioni dovute al cambiamento climatico: i reattori devono essere costantemente raffreddati e le ondate di calore, tra il 2015 e il 2020, hanno provocato perdite pari al 71%. Inoltre, vanno ricordati i ritardi nelle consegne: il reattore EPR a Flamanville è diventato operativo con 12 anni di ritardo, con ricadute sul budget a disposizione. Inevitabilmente, le criticità strutturali si ripercuotono sulla credibilità della strategia francese e sul piano economico. In questo contesto, l’accordo tra l’Eliseo e EDF comporterà ulteriori rincari: a partire dal 2026, l’acquisto di energia nucleare passerà dai 42€/MWh ai 70€/MWh. Un altro fattore che porta i partner europei a prediligere gli approcci statunitensi e cinesi, ritenuti più economici e affidabili. La dottrina francese rappresenta un punto di riferimento, ma le fragilità ne vincolano l’adozione a livello comunitario.
Cosa può imparare l’Europa dal nucleare francese
La Francia è un laboratorio per sperimentare la sovranità energetica dell’Ue e un catalizzatore per le iniziative legate alla transizione ecologica. La complementarietà delle imprese strategiche, la massiccia produzione nucleare e l’autonomia energetica sollevano l’interrogativo sulla replicabilità del paradigma. Tuttavia, l’efficienza nazionale presenta dei limiti strutturali non marginali, che denotano l’impossibilità di esportare il modello, percepito ancora con diffidenza da molti alleati europei. In sintesi, è ipotizzabile un’assimilazione parziale dell’approccio francese, in grado di coagulare i singoli progetti nazionali sotto l’egida delle società d’oltralpe. Difficilmente appare plausibile la sola leadership francese, sebbene, negli anni, Parigi sia riuscita a imporsi come guida e a coordinare i principali player europei. Il futuro del nucleare è ancora in fase di definizione e il suo rilancio in Europa dipenderà molto dalla volontà politica dell’esecutivo francese di sostenerlo e trasformare la propria strategia in un approccio lungimirante e transnazionale.

