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Gli effetti della Nuclear Posture Review sulla distensione tra Washington e Mosca

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Il processo di controllo degli armamenti – nonostante venga dato quasi per scontato dalla fine della Guerra Fredda in poi – piuttosto che avanzare senza intoppi, procede a strappi, essendo caratterizzato da importanti passi in avanti, ma anche da sostanziali battute d’arresto e significativi passi indietro, tra i quali figura la Nuclear Posture Review statunitense elaborata nel 2018 dall’amministrazione Trump.

I precedenti: il XXI secolo

Il primo decennio degli anni 2000 ha visto una situazione di stallo in cui Washington e Mosca non si sono sforzati seriamente come, invece, era oramai una sorta di consuetudine dalla fine degli anni ’80, per cercare di ridurre ulteriormente i loro vasti arsenali nucleari. Ciò era dovuto dal fatto che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato da un raffreddamento dei rapporti tra le due potenze. Non a caso, molti esperti ed accademici sono tornati a parlare di una “nuova Guerra Fredda”. 

Di fatto, l’unico strumento giuridico, oltre al trattato INF del 1987 – pietra miliare del controllo degli armamenti – in grado di evitare un’eventuale nuova corsa agli armamenti tra i due giganti atomici rimaneva lo START I del 1991, tuttavia, esso prefissava la sua scadenza al 5 dicembre del 2009. Tra l’altro, va ricordato che uno dei punti di forza di tale accordo fu quello di aver dato vita ad un sistema di verifica dell’effettivo disarmo previsto e, di conseguenza, sarebbe stato fondamentale avviare dei negoziati per cercare di estendere tale regime, ma le due parti rimasero sulle proprie posizioni fino alla sua naturale deadline. Dunque, la neo-amministrazione statunitense, guidata da Obama, si trovò a dover fronteggiare l’ardua sfida di arrivare ad un nuovo trattato in materia di disarmo, che sarebbe potuto essere ratificato dal Senato e che, al contempo, tenesse conto della posizione di Mosca.

Il 44° presidente della Casa Bianca vinse la campagna elettorale del 2008 con un vasto programma di rinnovamento della politica americana, il quale riservava una priorità alle problematiche legate al disarmo nucleare e con il quale si poneva come principale promotore di un “mondo senza armi nucleari”. La traiettoria delineata da Obama fu anche frutto del suo precedente incontro del 1° aprile 2009 con Dmitrij Medvedev durante il quale, riconoscendosi come leaders dei due Stati con il più grande arsenale nucleare, decisero di congiungere gli sforzi al fine di ridurre il più possibile le armi di distruzione di massa. Nonostante qualche impasse, grazie alla capacità di Obama e Medvedev di tener acceso per lunghi mesi l’interesse dell’opinione pubblica mondiale, si arrivò alla soluzione. I due, infatti, l’8 aprile 2010 firmarono a Praga il New START, il quale andava a sostituire ed a implementare tutti i precedenti accordi, ponendo riduzioni significative agli armamenti nucleari delle due parti, riprendendo ed ottimizzando gli elementi del sistema di verifica del precedente START I. 

Il trattato, dunque, dopo aver ottenuto le ratifiche da parte di Washington e Mosca, entrò il vigore il 5 febbraio 2011, con una durata di dieci anni. Eppure, il corso degli eventi ha reso vani gli sforzi per il disarmo del presidente democratico, operati nei suoi otto anni di ufficio. 

Contenuto e conseguenze della NPR di Trump 

L’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump nel gennaio 2017 e l’elaborazione di una nuova Nuclear Posture Review hanno comportato la definitiva chiusura di qualsiasi nozione di distensione tra Mosca e Washington, lasciando il posto ad una rinnovata politica di riarmo nucleare. Infatti, secondo tale documento lo scenario di sicurezza internazionale è “incerto ed in continua evoluzione” all’interno del quale gli Stati Uniti continuano a ridurre il numero delle loro armi nucleari mentre altre potenze – Russia e Cina su tutte – si sono mosse nella direzione opposta, sviluppando nuove capacità nucleari, incrementandone la rilevanza nelle proprie strategie e assumendo un atteggiamento sempre più assertivo – anche nello spazio e nel cyber-spazio. Inoltre, atti attori, come la Nord Corea e l’Iran, hanno continuato a cercare di sviluppare e migliorare, illegalmente, il loro arsenale nucleare. Di conseguenza, questo rapido deterioramento della sicurezza internazionale, ha comportato la necessità di dover sviluppare una nuova prospettiva per rispondere a tali minacce.

Effetto di ciò è stata l’inversione, almeno a livello retorico, della direzione della politica nucleare statunitense. La nuova corsa alle armi delineata consisteva nel dotarsi di uno spettro più ampio di moderni dispositivi di lancio: sottomarini a propulsione nucleare lanciamissili balistici (SSBN) e cruise (SSGN) sono stati individuati come rappresentati principali di questo approccio, ovviamente all’interno di una sinergia strategica basata sul concetto di triade nucleare e sulla capacità di avere sempre a disposizione una risposta sicura e flessibile in relazione alla minaccia da affrontare. Inoltre, il documento ha evidenziato anche la prospettiva di una risposta nucleare ad attacchi cibernetici, sebbene non sia stato indicato chiaramente quale tipo di attacco cibernetico possa portare ad una reazione simile. Resta il fatto che, poiché gli Stati stanno diventando sempre più dipendenti dal cyber-spazio, la protezione di tale dominio è oramai considerata come una priorità, al pari delle altre minacce alla sicurezza tradizionali. Di pari passo con il riarmo, la nuova amministrazione repubblicana ha provveduto poi a rendere nulli alcuni accordi che garantivano un regime di controllo degli armamenti nucleari.

Anzitutto, l’8 maggio 2018, Trump ha dato effettività ad una delle promesse fatte durante la sua campagna elettorale, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPoA), ovvero l’accordo ottenuto a Vienna da Obama il 14 luglio 2015 che stabiliva una serie di solide limitazioni alla capacità dell’Iran di sviluppare un proprio arsenale nucleare. 

Successivamente, nel febbraio 2019, l’amministrazione repubblicana ha annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dallo storico trattato INF. La giustificazione dell’atto era che il Cremlino avesse violato più volte, nel corso degli anni, le disposizioni dell’accordo, ma le reazioni dei leaders europei furono molto critiche nei confronti della condotta americana, così come lo furono quelle riguardanti il ritiro dal JCPoA, in quanto anche l’Unione Europea aveva firmato a Vienna tale trattato. Infine, il tycoon – durante il suo mandato – aveva più volte affermato chiaramente di non voler estendere la durata del New START, il quale aveva come deadline il 5 febbraio 2021, e ciò avrebbe di fatto comportato la polverizzazione delle uniche restrizioni vigenti in materia di armamenti nucleari. 

La tempestività di Biden 

Il 46° presidente statunitense, Joe Biden, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 2021, è riuscito ad invertire la rotta ed a impedire l’apertura di una nuova effettiva corsa agli armamenti. Infatti, Stati Uniti e Russia sono riusciti a mettere momentaneamente da parte le profonde divergenze emerse negli ultimi trent’anni in materia di controllo degli armamenti, e hanno deciso, il 29 gennaio 2021, di estendere la durata del New START, posticipando la data di scadenza del trattato al 2026. Inoltre, Biden, senza perdere troppo tempo, ha anche ripreso i colloqui con Teheran per cercare di giungere ad una soluzione alla crisi aperta da Trump nel 2018, con il suo ritiro dal JCPoA, e ottenendo la ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano, come avvenuto lo scorso 29 novembre a Vienna. 

Dunque, nonostante rimangano diversi vuoti da colmare e diversi punti critici da risolvere, sembra che l’attuale amministrazione democratica voglia rinfrescare il clima internazionale con una nuova ventata di colloqui ed intese.

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