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NotizieNote sulla crisi della società globale

Note sulla crisi della società globale

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Negli ultimi anni si assiste alla proliferazione di crisi che, sebbene non siano in numero maggiore o particolarmente più gravi di quelle del (recente) passato, allarmano per la difficoltà di darne un soddisfacente inquadramento razionale e una adeguata risposta operativa. (Illuminante in questo senso il testo di A. Colombo: https://www.geopolitica.info/tempi-decisivi/).

La teoria dei sistemi complessi può rappresentare un possibile paradigma di lettura e uno strumento per proporre nuove e, forse, più adeguate soluzioni.

Dimensioni e cause dell’instabilità

La capacità omeostatica del sistema internazionale è sempre messa alla prova dai continui cambiamenti in termini economici, politici e tecnologici che possono influenzare gli interessi dei diversi attori coinvolti, quali organizzazioni internazionali, stati nazionali, gruppi di potere o singoli individui.

Come ricorda Gilpin, tuttavia, un sistema internazionale rimane stabile se nessuno stato (o altro agente), nel perseguimento dei suoi obiettivi, ritiene vantaggioso tentare di modificarlo. Vale a dire quando i vantaggi attesi dal cambiamento sono superiori ai costi necessari per effettuarlo.

La stabilità del sistema internazionale si è in realtà realizzata solo per limitati periodi nella storia. L’ultimo in ordine cronologico è stato il momento bipolare della cosiddetta guerra fredda, nonostante, anche in questo periodo, si siano avute crisi e guerre locali a volte importanti, come la crisi di Cuba e la stesse guerre del Vietnam e di Corea.

Nello scenario bipolare la divisione del mondo in due blocchi ideologicamente definiti garantiva l’accettazione e la legittimità delle scelte e delle prassi con la conseguente limitazione delle guerre locali. A questo proposito, Henry Kissinger ha definito come legittimità proprio l’accettazione dell’ordine internazionale da parte delle maggiori potenze.

Inoltre, la presenza di un antagonista di pari potenza materiale e ideologica non consentiva, almeno nel mondo democratico/occidentale, di disattendere un certo livello minimo di protezione anche degli interessi dei gruppi non dominanti.

Il collasso del blocco sovietico ha dato vita ad un ordinamento unipolare basato sull’ordine neoliberale non contrastato da una ideologia altrettanto forte e pervasiva. Questo ha fatto ritenere che l’ordine unipolare sarebbe rimasto indefinitamente “l’unico possibile” e che la società mondiale si sarebbe, prima o poi, modellata sull’esempio di quella capitalista /occidentale, come ipotizzato da F. Fukuyama.

Da un mondo “ordinato” semplice o solo moderatamente complicato in cui era abbastanza immediato identificare le posizioni dominanti – spesso apertamente antitetiche ma chiare – si è passati ad una situazione” liquida” caratterizzata da numerosi elementi di instabilità.

  • Rapporti tra l’unica potenza egemone (Stati Uniti), e i nuovi attori (Cina, rinata Russia, altri paesi emergenti) e il conseguente scatenamento di proxy wars, apparentemente senza soluzione, come in Siria;
  • (Ri)nascita di spinte populiste, soprattutto a causa delle mancate promesse del sistema neoliberale (Si veda anche il testo di E. Parsi: https://www.geopolitica.info/video-titanic-naufragio-dellordine-liberale-intervista-vittorio-emanuele-parsi/);
  • Migrazioni di massa da aree sottosviluppate e stati falliti, con conseguente importazione di problemi sociali nei paesi di arrivo;
  • Presenza di operatori sovranazionali non controllabili. Tra questi – sebbene con le evidenti ovvie differenze tra loro in termini di obiettivi e di prassi – si possono ricordare gli operatori finanziari, le ONG, le organizzazioni criminali.

A questi aspetti destabilizzanti occorre anche aggiungere la sempre più evidente irrilevanza dell’area europea e la pervasività della minaccia terroristica.

La potenza dominante, inoltre, si trova di fronte al classico problema dell’aumento dei costi di mantenimento dello status-quo a fronte della diminuzione dei vantaggi attesi. Questo porta alla tentazione di ripiegamento su se stessa.

Sistemi complessi, una possibile chiave di lettura

La già citata difficoltà, caratteristica dei periodi di crisi, di fornire linguaggi e paradigmi adatti a trattare quanto avviene potrebbe essere superata attraverso la teoria della complessità.

È opportuno introdurre alcune definizioni:

  • Sistema complesso: sistema composto da diversi elementi che interagiscono tra loro. Le interazioni tra gli elementi del sistema presuppongono inoltre diversi livelli di retroazione e relazioni non lineari;
  • Agente: elemento del sistema, dotato di definiti gradi di autonomia e di razionalità. (L’agente è generalmente razionale relativamente alle prassi seguite, ma non necessariamente per quanto riguarda la scelta degli obiettivi e può non avere una conoscenza completa dell’ambiente in cui opera);
  • Proprietà emergente: caratteristica del sistema complesso è l’insorgere di proprietà non riscontrabili nei singoli elementi, ma determinate appunto dall’interazione dei diversi agenti. Un possibile esempio è dato dal concetto di mano invisibile elaborato da A. Smith per dare ragione dell’andamento del mercato.

Una ulteriore caratteristica degli stati e delle organizzazioni internazionali, è anche quella di essere sistemi non isolati (dissipativi secondo la definizione data da I. Prigogine), in grado cioè di scambiare energia e informazione con l’esterno. Questo ultimo aspetto permette di dare ragione di diversi fenomeni quali l’effetto di contaminazione delle crisi e l’influenza del contesto economico, tecnologico e sociale sul cambiamento degli assetti, ma rende i sistemi stessi più complessi.

Uno schema semplificato degli agenti operanti in un sistema internazionale è riportato in Fig.1.

È interessante osservare come questo tipo di descrizione consenta di considerare gli agenti a diversi livelli (es. individui, organizzazioni sopranazionali, stati nazionali, etc.), che possono utilmente essere introdotti in modelli di simulazione.

La transizione verso un sistema complesso può essere rappresentata dallo schema in Fig.2.

L’ordine internazionale si trasforma quindi da un sistema (più o meno) complicato, ma di relativamente immediata leggibilità, ad uno complesso e, per questo, caratterizzato da proprietà emergenti non direttamente intuibili dalle azioni dei diversi agenti coinvolti.  .

Da osservare come, la complessità e la non linearità possano portare alla transizione ad un sistema caotico in cui una perturbazione di minima entità può portare ad effetti sostanziali in una area anche relativamente remota (effetto farfalla).

Conclusioni

La teoria dei sistemi complessi mette in evidenza le relazioni tra i diversi agenti (individui, gruppi, stati, organizzazioni interstatali) e, nel contesto attuale della società globale, può aiutare a:

  • Formalizzare e comprendere i processi e i rapporti internazionali;
  • Prevedere gli sviluppi del sistema internazionale, anche attraverso strumenti di simulazione;
  • Sviluppare metodi innovativi per proporre nuove soluzioni.

L’accresciuta capacità di descrizione, analisi e previsione sarà sicuramente utile anche per prevenire, o perlomeno gestire efficacemente, le possibili crisi future

I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo” (e possibilmente tentare di migliorarlo).

 

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