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News’La nota merkeliana’. Italia, geopolitica di un terremoto e...

’La nota merkeliana’. Italia, geopolitica di un terremoto e dintorni

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Ignazio La Russa, esponente storico della destra del Movimento sociale, diventa presidente del Senato, seconda carica della Repubblica. Lorenzo Fontana, osservatore al referendum per l’annessione della Crimea alla Federazione Russa e protagonista del Congresso mondiale della ‘famiglia’ di Verona, esponente leghista, diventa presidente della Camera, terza carica della Repubblica. Infine, ovviamente, Giorgia Meloni, leader della destra, diventa la prima donna presidente del consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, un fatto storico. 

Tutto a posto e niente in ordine. La coalizione di governo di destra, è spaccata fra Fratelli d’Italia e Forza Italia, il fuoco cova sotto la cenere dopo la formazione del governo; la Lega di Matteo Salvini ha riscosso portafogli e incarichi ministeriali, dall’Interno al MEF passando per le Infrastrutture, sbilanciando il governo ‘atlantista’ della destra verso la componente ‘filorussa’. Vedremo nelle prossime settimane se i ri-equilibri delle ultime ore hanno cambiato l’equazione geopolitica del governo delle destre.

Elezioni e geopolitica, ‘terremoto’ elettorale e guerra globale. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e la rottura delle relazioni energetiche dell’Europa con Mosca, (nell’ambito della ‘guerra economica globale’) stanno producendo mutamenti storici a tutti in livelli nel mondo, e pure in Italia. Il nuovo governo italiano avrà ed ha di fronte a sé problemi enormi. Partiamo dall’inizio.

Le elezioni del 25 settembre, dicevamo, sono state un ‘terremoto’ politico. L’Italia ha oggi il governo ‘più a destra’ della sua storia repubblicana: il ‘governo più a destra dall’epoca del regime mussoliniano’. Ha il primo governo della Repubblica guidato da una donna, una novità storica molto importante, una donna dalle indubbie risorse politiche. A guardare bene i numeri, però, il ‘terremoto’ è relativo in termini di voti reali e a guardare bene i nomi il nuovo governo non appare esaltante quanto a competenze. 

Il 25 settembre, la coalizione delle destre ha ottenuto il 43,7 per cento dei voti e circa 12 milioni e 300mila voti. Alle precedenti elezioni nazionali del 2018, la medesima coalizione conquistava 12 milioni e 100mila voti che corrispondevano solamente al 37 per cento dei voti grazie ad un minor astensionismo. Ma nelle elezioni europee del 2019, (facendo un raffronto relativamente delicato a causa del diverso meccanismo elettorale e del differente contesto istituzionale), le destre ottennero circa il 50 per cento dei voti in percentuale, 13 milioni e oltre in numeri assoluti. Come si evince da questi numeri, le destre non hanno stabilito un record effettivo nelle consultazioni del 25 settembre: in tre anni hanno perso un milione di voti e in percentuale un buon sette per cento.

La coalizione di destra ha potuto vincere con largo margine grazie non tanto ai suoi voti, pure molto cospicui, ma alle spaccature nel mondo avverso alla destre. Basta fare un paio di conti: coalizione di ‘centrosinistra bonsai’ (quella guidata dal Pd) e Cinquestelle assieme hanno preso 11 milioni e 700mila voti, ovvero quasi un milione sotto la coalizione delle destre. Se si pensa alla distribuzione dei voti disomogenea per territorio, nord e sud, appare evidente che una alleanza ‘centrosinistra bonsai’-5S avrebbe avuto chances nei confronti delle destre anche se Pd e 5S non avessero preso, da alleati, tutti i voti che hanno conquistato da separati. Pitagora non mente: la coalizione guidata da Giorgia Meloni ha potuto stravincere grazie alla strategia politica dei vertici del Pd e grazie alla campagna della pubblica opinione fortemente ostile ad ipotesi di convergenza ‘giallo-rosse’. Il risultato della strategia Pd e di quella campagna di pubblica opinione è stata la vittoria a valanga, in termini di seggi, delle destre a guida meloniana.

Il 25 settembre non è stato tanto un ‘terremoto’ elettorale, quanto l’impatto di una serie di ‘errori’ politici. Quegli ‘errori’ politici del Pd e di quella opinione pubblica (‘errori’ che tuttora restano senza giustificazione politica vagamente ragionevole), possono però produrre prossimamente un radicale cambio politico. Un cambio politico che dipende però da molti altri fattori. In primo luogo, dipende da fattori geopolitici.

Mario Draghi, presidente del consiglio, aveva tenuto la ‘barra’ del timone nazionale sull’opzione dell’europeismo, e dal 24 febbraio in poi, (dopo alcuni tentativi di relativa ‘autonomia geopolitica’ non riusciti), sulla ‘linea atlantica’. Nella sua compagine governativa, la Lega salviniana di tendenza ‘filo-russa’, era tenuta a bada dal premier e dal ‘partito del nord’; Cinquestelle ritenuto ‘non affidabile’ a livello di ‘politica atlantica’, era tenuto a bada grazie alle enormi difficoltà del movimento di Beppe Grillo su moltissimi fronti. Il cd ‘metodo’ o per meglio dire, la ‘formula Draghi’, significava il controllo dei partiti alleati mediante frazioni draghiane ed operazioni di ‘cambi’ di regime interni.

Il duro confronto politico e poi parlamentare fra il presidente del consiglio uscente Mario Draghi e l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte, (un esempio di implementazione della ‘formula Draghi’ e delle sue conseguenze), ha poi messo a soqquadro l’intero assetto politico e destabilizzato lo stesso governo. Per ri-organizzare un equilibrio politico ‘affidabile’ si è affermata prima delle elezioni una idea non particolarmente nuova per il nostro paese: quella del bipolarismo. Molti osservatori e alcune forze politiche (il gruppo dirigente Pd ad esempio) hanno pensato alla possibilità di creare con le elezioni del 25 settembre un ‘nuovo’ bipolarismo italiano. Un bipolarismo organizzato stavolta fra una destra guidata da Fratelli d’Italia, e un centrosinistra guidato dal Pd. Un bipolarismo competitivo dove, a destra, la Lega salviniana fosse tenuta sotto controllo da FdI; e nel centrosinistra, Cinquestelle fosse definitivamente emarginato dal Pd, complici il collasso elettorale del movimento e quindi l’uscita di scena di Giuseppe Conte. La destra sarebbe così stata a leadership ‘atlantista’, con la Lega ‘filorussa’ in netta minoranza, e con FI in funzione di ‘garante’ europeo presso il PPE; il centrosinistra sarebbe stato dominato dal partito democratico, allo stesso tempo ‘atlantista’ ed europeista; in mezzo avremmo avuto un forte centro accentuatamente ‘atlantista’. Cinquestelle, come abbiamo detto, sarebbe stato fuori da tutti i giochi.

L’idea quindi era quella di un sistema politico con una doppia logica strutturale, a doppia mandata per così dire: il bipolarismo competitivo e l’adesione ‘atlantista’ comune ai vertici dei due poli, bipolarismo competitivo e egemonia ‘atlantista’. Era un programma ‘di sistema’ dal punto di vista geopolitico: era un programma potenzialmente forte dove aveva un ruolo chiave la ‘formula Draghi’ a mo’ di lucchetto.

Ma il 25 settembre l’operazione politica ‘di sistema’ non è riuscita. Ora dopo le elezioni, a destra, la Lega salviniana è indispensabile a livello di voti ed ancora di più a livello di seggi per la maggioranza di governo meloniana e il leader leghista continua a controllare movimento e gruppi parlamentari.  Con le votazioni delle presidenze delle Camere la Lega salviniana ha conquistato un ulteriore importante spazio politico. E Forza Italia di Silvio Berlusconi ha una posizione geopolitica ‘originale’, come mostrano le continue esternazioni dell’ex presidente del consiglio sulla tragedia ucraina. Ciò apre una importantissima faglia geopolitica nella coalizione di governo. E la componente ‘filorussa’ della coalizione di destra, al contrario delle aspettative del ‘fronte atlantista’, appare per ora piuttosto rafforzata.

Dall’altra parte dello schieramento politico, il Pd, allo stesso tempo ‘atlantista’ ed europeista, è stato duramente sconfessato dagli elettori, in particolare dai suoi stessi elettori di sinistra anche per motivi di politica internazionale; e il blocco centrista calendian-renziano non ha raggiunto la sperata e invocata percentuale a due cifre.

Infine, Cinquestelle di Giuseppe Conte, pur perdendo per strada ben oltre la metà degli elettori rispetto al risultato peraltro eccezionale dal punto di vista numerico delle elezioni del 2018, è riuscito a smentire le previsioni ‘cimiteriali’ di una certa opinione pubblica: al contrario ha dimostrato una certa capacità di ripresa di consensi, una capacità ulteriormente confermata dai primi sondaggi post-elettorali.

Il sistema politico bipolare competitivo a doppia mandata ‘atlantista’ quindi non ha preso il volo. Invece ha preso piede un assetto politico a più poli (a cinque/sei attori partitici, per la precisione, e relative tendenze geopolitiche): una destra spaccata in tre diversi orientamenti geopolitici, ‘atlantisti’ e ’filorussi’ più Forzaitalia; un blocco centrista fortemente ‘atlantista’; un Pd in totale confusione politica (e, sospettiamo, anche in confusione geopolitica); infine Cinquestelle su posizioni europeiste (seppur parzialmente contraddittorie) vicino alle sensibilità cattoliche del Papato di Papa Francesco. 

Gli elettori hanno quindi creato una situazione ben differente da quella auspicata da osservatori e super-specialisti seguaci del bipolarismo e adepti delle diverse declinazioni di ideologia neocon, di destra o di sinistra. L’egemonia ‘atlantista’ con due poli, è stata sostituita da una dialettica molto più frammentata non solo a livello di attori partitici, ma anche di componenti geopolitiche. La linea politica sulla tragedia ucraina sarà mantenuta dal nuovo governo anche con assertività, ma alcune crepe geopolitiche si stanno formando nella coalizione al potere e dintorni. 

Di fronte al risultato elettorale ben diverso da quello auspicato dai ‘neobipolaristi-atlantisti’, il presidente del consiglio uscente è stato presentato come ‘lord protettore’ del futuro governo Meloni, per cercare di salvare il salvabile di quegli assetti politici o comunque per cercare di consolidare la posizione ‘atlantista’ dell’Italia. La successiva evoluzione politica, però, pone ulteriori problemi geopolitici.

Qualcuno ha scritto recentemente di ‘alchimie delicate’ per l’ Italia. E’ un concetto errato: si dovrebbe piuttosto parlare di alchimie pessime e male assortite. Perché sono così male assortite? Ragioniamo. I sistemi politici bipolari competitivi occidentali, che hanno scandito e dominato per oltre 30 anni il ciclo economico politico globale dell’America unipolare, appaiono oggi sempre più disfunzionali in termini di capacità di governo, in termini di base sociale, in termini di delegittimante iper-polarizzazione. 

Ciò, tra le altre conseguenze, ha un impatto molto negativo sulle strutture e nelle dinamiche geopolitiche globali dell’Occidente: la ‘connection’ sistemi politici iper-polarizzati disfunzionali/logiche ed approcci geopolitici neocon di destra o di sinistra, (ambedue, neocons di destra e neocons di sinistra o ‘liberali incoerenti’, sono in conflitto ‘sistemico’ sia con il capitale globale sia con le ‘culture profonde’ dei popoli), è il cuore della crisi occidentale. 

Iper-polarizzazione e ruolo dei neocons, di destra e di sinistra, rendono impossibile, per ora, ai governi e alle società civili di larga parte del cd Occidente di elaborare e implementare formule politiche valide per le crisi economiche, la stagflazione, le contraddizioni sociali, le tensioni e i conflitti internazionali, il riscaldamento globale, la pandemia e le grandi emergenze mondiali. Iper-polarizzazione e ruolo dei neocons alterano e bloccano i processi di auto-correzione caratteristici delle democrazie pluraliste che renderebbero più efficienti questi sistemi di governo rispetto a tradizionali regimi autoritari. Ciò è un danno potenzialmente devastante dal punto di vista geopolitico e dal punto di vista capitalistico globale. 

L’Italia è stata, come spesso ci accade, un laboratorio storico della crisi organica dei sistemi politici bipolari competitivi occidentali, cioè di questa degenerazione ‘partitocratica’.

Riepiloghiamo rapidamente. La Seconda repubblica non è mai riuscita a fare le indispensabili riforme economiche se non con ‘governi tecnici’; e non è mai riuscita a mettere a punto una agenda pubblica che riunisse efficienza economica e rigore fiscale, (come imponevano ‘autocraticamente’ i ‘mercati finanziari deregolamentati’ e come cercava di declinare più democraticamente la ‘logica politica dell’euro’), con l’equità sociale, (come era richiesto dalle classi più deboli del nostro paese e da segmenti crescenti delle classi medie). Questa incapacità strutturale del sistema politico bipolare nazionale è alla base sia delle pessime performance di politiche economiche in tema di salari e di redditi procapite (siamo l’unico paese dell’eurozona che, negli ultimi venti anni, ha avuto salari e redditi procapite declinanti) sia del consenso ampiamente maggioritario delle forze ‘neo-populiste’ (l’Italia anche in questo costituisce un caso unico nei sistemi politici dei paesi dell’eurozona per l’ampiezza del consenso ‘neo-populista’). Ciò per una ragione semplicissima: il sistema politico bipolare della Seconda repubblica è stato radicalmente incapace di affrontare e correggere le contraddizioni economiche e sociali del nostro paese e del nostro capitalismo. 

Questi deficit di governo si sono poi rilevati comuni a tutti i sistemi politici bipolari competitivi occidentali. Le attuali vicende britanniche sono una conferma di ciò piuttosto evidente (è molto interessante annotare che invece i sistemi politici bipolari dell’Asia nord-orientale, di tradizione confuciana, siano abbastanza efficienti; intrigante, no?)!!!

In queste condizioni, perché cercare di restaurare in Italia un meccanismo bipolare competitivo, stavolta con una doppia mandata ‘atlantista’? La risposta non è difficile. Lo scopo ‘di sistema’ era (ed è) quello di usare la geopolitica strategica (l’influenza) americana per cercare di evitare riforme economiche ‘europee’ di efficienza e di rigore da coniugare però con una qualche agenda sociale.

La geopolitica e la politica internazionale sono state sempre molto importanti negli assetti di governo e di sistema del nostro paese: la DC ha dominato la Prima repubblica, garantendo, pur tra contraddizioni rilevantissime e situazioni di corruzione, un eccezionale sviluppo capitalistico e democratico, proprio organizzandosi sulla base della frattura politica di carattere internazionale. La faglia chiave di governo fondamentale per gli assetti politici del nostro paese fu proprio quella che divideva filo-sovietici e atlantici, comunisti seguaci dell’economia di comando burocratico-collettivistica e sostenitori dell’economia di mercato corretta.

L’obiettivo oggi era, ed è, quello di ricostruire il sistema politico nazionale sulla base della geopolitica e della politica internazionale, lo schema cosiddetto ‘euroatlantico’. Purtroppo questo programma ‘di sistema’ italiano oggi aveva ed ha una logica di governo esattamente opposta a quella della frattura internazionale della Prima repubblica.

Nella Prima repubblica i condizionamenti internazionali, europei e occidentali, pur fra contraddizioni di tutti i tipi (basti pensare alla cd ‘strategia della tensione’), comportavano e hanno portato modernizzazione democratica, sociale, capitalistica, culturale, individualista, laica. I fattori atlantici e vincoli europei, inoltre, erano per lo più allineati. Oggi invece, l’idea di fondo di buona parte della ‘power-élite’ nazionale italiana, una idea non confessata ma facilmente identificabile, è quella di utilizzare l’allineamento ‘atlantico’ per cercare di bypassare le logiche europee di riforma pericolose per gli interessi del settore arretrato del capitalismo nazionale, evitando però allo stesso tempo crisi finanziarie da default del debito pubblico. Ovvero usare gli Usa per limitare e limare le pressioni di modernizzazione euro-renane. Un sistema politico bipolare competitivo ad egemonia ‘atlantista’ sarebbe perfettamente funzionale a questa logica conservatrice in termini di modernizzazione sociale, liberale e capitalistica: una vera e propria logica ‘di regime’.

Tutto ciò rischia di scontrarsi ‘sistemicamente’ con il fattore geopolitico-geoeconomico di base del nostro paese, ovvero l’adesione all’euro. E’ la BCE a comprare da due anni massicciamente il nostro debito pubblico (non la FED); è la Germania ad essere il contribuente netto del NGEU (non gli Stati Uniti) di cui l’Italia invece è il beneficiario netto; è Bruxelles a fissare norme e direttive giuridicamente valide in Italia (non il NORAD, Il Comando della difesa strategica del Nordamerica). Usare l’influenza americana per contrastare il ruolo di governo (e di riforma) europeo del ‘fronte renano’, di Bruxelles e Francoforte significa fare continue battaglie di retroguardia economica, sociale, culturale per impedire una nostra modernizzazione equa e sostenibile. Invece di cercare di declinare le agende europee in modo funzionale alla parte aperta del capitalismo e in modo equilibrato dal punto di vista sociale, si cerca di ridurne l’impatto di modernizzazione e si rinnega qualsiasi logica di equità sociale. 

La ‘linea dominante’, (ovvero l’agenda economica reale del nostro paese), in questi anni, è stata chiara ed anche relativamente semplice: adesione all’euro, implementazione delle regole fiscali europee solamente in zona Cesarini con i ‘governi tecnici’, rifiuto sistemico e generalizzato di qualsivoglia ricomposizione efficiente del bilancio pubblico e di qualsivoglia agenda sociale coniugata con la disciplina fiscale (cosa complessa ma possibile come mostrano Spagna e Portogallo). Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: il peso predominante della spesa pensionistica su qualsiasi altro intervento di welfare, la crisi permanente di scuola, istruzione, università, formazione, insomma la crisi permanente della nostra produttività e il declino bi-decennale dei salari e dei redditi pro capite nazionali. Il sistema politico bipolare della Seconda repubblica non governava le contraddizioni (salvo in zona Cesarini con ‘governi tecnici’, malamente) anzi le aggravava e le moltiplicava: per capirlo basta guardare i numeri del bilancio pubblico e i relativi trasferimenti di risorse pubbliche al settore arretrato al capitalismo nazionale.

Il bipolarismo competitivo ad egemonia ‘atlantista’ sarebbe funzionale alla persistenza e all’allargamento di questa ‘linea dominante’ mediante una logica in tutti i sensi conservatrice: conservatrice in termini di economia, conservatrice e reazionaria in termini di ‘valori’. Con la mancata adesione degli elettori all’operazione ‘nuovo’ bipolarismo, tutto ciò rischia di ricadere sulle solitarie spalle del governo Meloni. Il quale governo Meloni si troverà in una condizione di partenza difficilissima, dovendo allocare, nella sua prima manovra di bilancio, diverse decine miliardi di euro (40) per il sostegno a imprese e famiglie a causa dell’emergenza energetica senza poter ricorrere ad uno scostamento di bilancio. Ciò in presenza di una opposizione Cinquestelle che l’ex presidente del consiglio preannuncia molto dura, per la difesa di alcune misure sociali, come il reddito di cittadinanza, come ribadito dallo stesso Giuseppe Conte in sede di consultazioni al Quirinale. Il reddito di cittadinanza (con tutti i suoi difetti), guarda caso, è una delle pochissime misure sociali in linea con le agende europee implementate in questi anni in Italia. E, guarda caso, esso viene durissimamente osteggiato non dall’UE, ma dalla destra economica italianissima, dal campo centrista (e dintorni) dello schieramento politico italianissimo, dalle destre politiche italianissime e dalla italianissima ‘agenda’ Draghi. Il problema per il nuovo governo arci-italiano è quindi piuttosto serio. In queste condizioni è difficile prevedere una evoluzione politica stabile.

C’è poi un dato ulteriore: la coalizione di governo meloniana da un lato dovrà fare, come abbiamo annotato, scelte di bilancio complicate con la forte opposizione politica e sociale condotta da Cinquestelle e dalla sinistra, sul fronte del reddito di cittadinanza e del superbonus. Dall’altro lato è plausibile che cercherà di contattare una parte dell’opposizione parlamentare, (Italia Viva ad esempio), per un percorso comune delle riforme costituzionali verso il cd ‘presidenzialismo’. Il governo Meloni, in tal modo, potrebbe però ritrovarsi con un fronte di opposizione nelle istituzioni e nel paese, sia sul piano sociale sia sul piano istituzionale, potenzialmente centrato su un asse Cinquestelle-sinistra. 

A quel punto avremo un sistema politico a multipolarismo iper-conflittuale con forti faglie geopolitiche interne divisive, ben diverso dal bipolarismo competitivo a condivisa egemonia ‘atlantista’. Ciò accadrebbe mentre l’Italia deve affrontare gli impatti immediati della crisi energetica, con il peso di squilibri e contraddizioni sociali accumulati in due decenni di bipolarismo disfunzionale. Non basta.

La transizione di governo in Italia, oltretutto, avviene in un periodo difficilissimo da tutti i punti di vista. Non solo, ovviamente, per la tragica guerra di aggressione russa all’Ucraina o per la gravissima crisi del gas nell’Europa continentale, ma per un’altra vicenda forse non sufficientemente valutata dagli osservatori, la drammatica crisi finanziaria, fiscale, economica, sociale e politica della Gran Bretagna.

La crisi britannica, infatti, innescata dal piano di riduzione delle tasse a favore, tra l’altro, dei ceti ricchi del nuovo governo conservatore britannico sta mettendo a soqquadro l’economia mondiale. I fatti sono molto interessanti: la Gran Bretagna è la prima grande economia ad essere travolta dalla tempesta, (o ‘iper-tempesta’), che rischia di avvolgere presto tutto l’’Occidente’. E’, guarda caso, una grande economia avanzata Ocse e occidentale. Ciò è accaduto, nonostante non abbia una struttura capitalistica analoga a quella delle economie dell’eurozona, afflitte ora dal drammatico aumento del costi dell’energia e dai rischi di de-industrializzazione, il Regno Unito è stata investito per primo da una crisi profondissima. Si stima per gennaio prossimo una inflazione al 18 per cento; la Bank of England è capofila della politica di rialzo dei tassi di interessi. Quando la nuova (ora dimissionaria!!) primo ministro ha presentato un mega pacchetto fiscale in stile thacheriano/reaganiano, ma in una epoca del tutto diversa da quella della Lady di ferro/Reagan, è scoppiata la tempesta. La Bank of England ha dovuto acquistare massicciamente titoli pubblici britannici per evitare il crollo di Londra e dei fondi pensione inglesi. La primo ministro britannica è stata alfine costretta alle dimissioni dopo pochissime settimane dal suo insediamento. La crisi, economica, finanziaria, politica del Regno Unito, alleato chiave degli Stati Uniti, quindi è tutt’altro che rientrata.

Il primo fatto interessante, come dicevamo prima, è che la crisi sia scoppiata in un paese legatissimo a Washington, sede della seconda piazza della grande finanza anglosassone e con una avanzatissima economia di servizi, all’americana e pro-americana dunque. Il che ci porta al secondo punto. La crisi britannica potrebbe essere l’antipasto, l’anticipo della crisi del sistema globale del dollaro americano. Di fronte al rialzo dei tassi, le politiche fiscali iper-espansive se non sono fortemente coordinate a livello globale (e se non sono fortemente orientate ad investimenti civili, per la salute, per l’istruzione, per l’ambiente), potrebbero portare all’implosione economica. Secondo alcuni analisti, nei giorni scorsi, la crisi di Londra avrebbe rischiato di innescare addirittura una ‘crisi Lehman’ in tutto il cd Occidente. 

Sia come sia, la crisi britannica rischia di rappresentare il famoso ‘canarino nella miniera’, il momento cioè che mostra il volume ormai incontrollabile di gas esplosivo (ovvero la liquidità non convenzionale) esistente nella miniera, (ovvero nel sistema globale ad egemonia del dollaro americano). Negli stessi Stati Uniti ci sarebbero segnali preoccupanti (perché la FED ha attivato ‘linee swap’ con la Banca nazionale svizzera?) ma una crisi sistemica appare, per ora, ‘filtrata’ dalla posizione egemonica del dollaro. Fino a quando?

Il rialzo dei tassi americani sta spingendo all’ingiù tutte le altre valute, in particolare quelle degli altri paesi avanzati, Europa e Giappone  in testa, oltre ovviamente la sterlina inglese; e spinge drammaticamente all’insù il dollaro stesso. Il dollaro, per essere più precisi, è spinto dai tassi in aumento della FED, dalle enorme incertezza mondiale (il dollaro è, per ora, la grande moneta rifugio) e dal ‘non peggioramento’ della bilancia dei pagamenti americana. Due di questi fattori ci sembrano in larga parte nella disponibilità politica e geopolitica di Pechino: Pechino può prendere in qualsiasi momento  (economico e/o geopolitico) misure che peggiorerebbero pesantemente e ulteriormente la bilancia dei pagamenti americana e può in qualsiasi momento (economico e/o geopolitico, sappiamo che qui stiamo ragionando in termini di geo o fantafinanza…per ora!!) favorire e scegliere una alternativa monetaria forte rispetto al dollaro americano: quella più classica della storia capitalistica, l’oro (di cui la stessa Cina è la massima produttrice mondiale). 

In queste condizioni, che cosa potrebbe accadere quando la FED si trovasse a bloccare o a invertire la politica di rialzo dei tassi o a situazioni di vera e propria ‘guerra’ monetaria globale?

Vedremo quello che accadrà, Per ora dobbiamo registrare che la crisi inglese ha innescato anche una difficile fase nella situazione valutaria in Asia: lo yen in particolare va al ribasso. Lo Yuan, la moneta cinese, si sta anch’essa svalutando ma, per così dire, sta ‘dietro’ la moneta giapponese. Il Giappone sta cercando di aiutare il cambio dello yen, mentre le banche statali cinesi sono in allarme per la situazione del cambio, ma è il Giappone ad essere ora sulla linea di fuoco.

Le banche centrali asiatiche hanno importanti riserve valutarie, in particolare proprio la People’s Bank of China; il sistema finanziario giapponese è ampiamente sotto il controllo delle autorità di Tokyo. La particolarissima condizione di Tokyo può spingere il Giappone a coordinarsi con la Cina per consentire una gestione della crisi affine a quella del 1997-1998, ma allora con il coordinamento Cina-Stati Uniti? Il coordinamento Cina-Giappone potrebbe assumere la funzione che ebbe quello sino-americano del 1997-1998? Vedremo se ciò accadrà, i fattori in gioco sono tantissimi e noi ne abbiamo evocati solo alcuni, ma la prospettiva sottointesa, anche se parziale, ci pare piuttosto interessante. 

Le ‘guerre’ delle valute, come tutte le guerre, si sa come iniziano ma non si sa come finiscono!!. Non ci dobbiamo mai dimenticare che, se all’epoca del grande studioso tedesco, ‘la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi’, oggi nell’era della capacità di distruzione nucleare reciproca, del capitale globale, delle politiche non convenzionali, del cambiamento climatico e delle pandemie planetarie, ‘la guerra è la continuazione dell’imbecillità umana con altri mezzi’.

Infine, per concludere, dobbiamo al lettore una precisazione importantissima: in questa righe abbiamo parlato di ‘atlantismo’ e di europeismo. Ci sono almeno due possibili declinazioni della relazione nord-atlantica riguardo al ruolo di attore globale dell’Europa, ovvero riguardo all’europeismo come proiezione internazionale: c’è un atlantismo maturo ed equilibrato e c’è un atlantismo squilibrato e ‘di regime’. Una delle differenze cruciali fra queste due forme di relazione nord-atlantica sta nei rapporti dell’Europa con le grandi economie emergenti del Sud del mondo, tema al quale la Cancelliera Angela Merkel è stata sempre attentissima. Un rapporto neo-coloniale invece è in linea con approcci neocon, di destra o di sinistra; un rapporto ‘liberale coerente’, come quello merkeliano (ed anche ‘sholtziano’ e ‘macroniano’) invece garantirebbe un equilibrio geopolitico fra Europa e Stati Uniti e una prospettiva ‘liberale coerente’ per l’Occidente (e per gli stessi Stati Uniti). 

A nostro avviso un atlantismo maturo, quindi collegato ad una Europa social-liberale in strettissimi rapporti con le grandi economie emergenti del Sud del mondo, è ampiamente compatibile con l’europeismo; un atlantismo squilibrato, quindi subalterno ad approcci neo-coloniali (come quelli neocons di tutte le obbedienze, di destra e di sinistra o ‘liberali incoerenti’), verso il Sud del mondo, invece prima o poi si scontrerà con l’europeismo, in un modo o nell’altro. Insomma uno schema ‘euroatlantico’ ben funzionante è quello con una Europa social-liberale, capace di una visione e di strategie di forte relazione politica e di integrazione capitalistica con il Sud del mondo (e di creare spazi capitalistici integrati aperti e quadri di ‘riassicurazione’ economici strategici, ma questo è un altro discorso!), dove detto per inciso ci sono importanti e grandi democrazie pluraliste. Senza tutto ciò, secondo noi, avremo schemi cd ‘euro-atlantici’ semplicemente fallimentari. Ecco perché il metodo Merkel, e la stesse visioni di Olaf Sholtz e di Emmanuel Macron, pur con tantissimi limiti, sono fattori positivi. Ecco perché l’atlantismo squilibrato e di ‘regime’ figlio delle ideologie neocon rischia solamente di fare il gioco di Vladimir Putin (e del ‘putinismo’). D’altra parte una buona parte degli ideologi neocon in tutto l’Occidente sono di formazione bolscevica. Un caso?

L’atlantismo italiano troppo spesso è squilibrato e ‘di regime’. Un commentatore italiano recentemente aveva scritto che Washington non vedeva affatto male un governo Meloni: lo vedeva come un fratellino della destra conservatrice polacca al potere a Varsavia. Ma l’Italia non è la Polonia quanto a storia e quanto a sistema politico. Ad oggi il risultato sostanziale della dialettica politica italiana e dell’’atlantismo di regime’ nazionale è molto chiaro: Lorenzo Fontana, osservatore al referendum per l’annessione della Crimea, presidente della Camera dei deputati italiana, la Lega salviniana ‘filo-russa’ in posizione molto influente nel governo Meloni, un esponente della controversa Forza Italia ministro degli esteri. Vedremo che accadrà nelle prossime settimane, ma per ora un bel risultato, no?

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