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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaUna nota su Kılıçdaroğlu e sulla Turchia

Una nota su Kılıçdaroğlu e sulla Turchia

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Kemal Kılıçdaroğlu è come una valanga, ma non nel senso di essere particolarmente irruento. Al contrario, l’ex funzionario delle Entrate conserva poco carisma e grane moderazione, in un Paese che quest’anno supera i venti anni di governo di un uomo, il Presidente Erdoğan, il cui grande successo viene spesso additato anche ad una presunta attitudine turca ad apprezzare uomoni di carattere. In particolare, Erdoğan dovrebbe incarnare la figura del baba, il carismatico conservatore di provincia. Nulla di più lontano dal suo sfidante.

Kemal Kılıçdaroğlu è una valanga perchè su di lui si posano tutte le speranze di un fronte che ha in comune esclusivamente il nemico, ovvero il Presidente uscente. Dopo l’appoggio del Partito Democratico dei Popoli, semplicisticamente definito il “partito dei curdi” ed in realtà istanza di una moderna sinistra europea, e la rinucia dell’ex sfidante Muharrem Ince, Kılıçdaroğlu si trova a capo di un’opposizione molto maggiore di quella inizialmente studiata per le elezioni e davvero eterogenea: dal Buon Partito che proviene dalla stessa matrice ideologica di estrema destra del Partito del Movimento Nazionalista (invece nella coalizione di governo), ostile a qualsiasi riconoscimento di una identitá curda, ai Curdi stessi, al Partito della Giustizia e dello Sviluppo: qualcosa di possibile solo a seguito di 20 anni di riforme costituzionali e della sempre maggiore fusione del partito della Giustizia e dello Sviluppo con le stesse Istituzioni dello Stato. Il Presidente Erdoğan ha voluto costruire una “nuova Turchia” usando lo stesso metodo di fusione di Partito, Stato ed ideologia che Atatürk aveva inaugurato nel 1923 con il kemalismo. Queste elezioni nel centenario della Repubblica avrebbero dovuto sancire proporio la nascita di un nuovo Stato, il passaggio di consegne ad un Paese nuovo: indipendentemente dai risultati elettorali, non gli è riuscito. Lo hanno bloccato l’inflazione, il rapporto con gli Stati Uniti, la guerra in Ucraina, l’energia che manca, e due incidenti: Istiklal ed il terremoto.

La Turchia di Erdoğan ha venti anni di esperienza e di governo forte, parole d’ordine, ideologia e mistica definite: presidenzialismo, libertá economica, nazionalismo (non voluto ma imposto dagli alleati di governo), fine del laicismo, ricostituzione dell’area di influenza ottomana (ampliata), tesaurizzazione del rapporto con gli Stati Uniti e della complessa relazione con Russia ed Iran, le altre due realtá imperiali dell’area. E date magiche: il 2023, il 2053, il 2071. Il centenario della Repubblica, i cinquecento anni della presa di Costantinopoli (data della legittimazione del Sultano come Cesare dei Romani), il millennio dall’entrata dei Turchi in Anatolia (battaglia di Manzicerta).

 La Turchia di Kemal Kılıçdaroğlu ha promesse. Promesse fatte da una coalizione che coglie qualsiasi cosa possa fare fronte contro l’attuale maggioranza, e probabilmente gode di un appoggio occidentale, che non proviene solo dalle cancellerie ma dalla finanza che conta e che non viene sbandierato.  L’attentato di Istiklal, con ogni probabilitá legato alle elezioni, era stato spiegato in due modi diversi: eliminato ogni dubbio sul fatto che potesse essere realmente opera di separatisti (nel senso che non lo era), poteva spiegarsi o come un avvertimento per la troppa libertá turca nel contesto del conflitto russo ucraino, con la famosa questione del grano, o come un avvertimento da quello Stato profondo che cercava in ogni modo di evitare una alleanza fra il Partito della Giustizia e dello Sviluppo e rappresentanza della minoranza curda, in modo da consolidare il partito di maggioranza relativo nelle braccia del Partito del Movimento Nazionalista. Erdoğan ed il suo Ministro degli Interni Soylu avevano immediatamente attribuito la responsabilitá a qualcuno, asserendo di non accettare le condoglianze dagli Stati Uniti. A conti fatti, qualsiasi sia la spiegazione corretta, l’attentato sembra aver sortito un risultato, sebbene parziale. I curdi appoggiano infatti Kemal Kılıçdaroğlu, il quale risulta ora una minaccia concreta per Erdoğan, e la coalizione di governo é saldamente a destra.

Le promesse di un eventuale governo Kılıçdaroğlu sarebbero difficilissime da rispettare. Sbaglia chi crede che la Turchia sia Erdoğan e che elementi come l’espansione della Turchia nel Mediterraneo a scapito innanzitutto di Grecia e Cipro (patria Blu) e i rapporti con la Federazione Russa potrebbero prendere una piega diversa da quella presa con il Governo attuale, perché la Turchia ha esigenze e visione che sono maturate negli anni e che sono dettate dalla propria posizione geografica e da un ineludibile contesto regionale che è venuto a crearsi nel tempo. Nulla potrà sanare il bisogno di energia della Repubblica se non un uso dei giacimenti nel Mediterraneo orientale e delle materie prime russe.

Ed anche se si è affermato che, se eletto, il nuovo Esecutivo si concilierà con il suo alleato atlantico e si ricongiungerà al programma F-35 guidato dagli Stati Uniti e porterà avanti il previsto aggiornamento della flotta turca di F16, si pensa davvero che un eventuale Governo Kılıçdaroğlu farebbe marcia indietro su tutti quegli sforzi che l’industria della difesa nazionale ha fatto e sta facendo per la propria indipendenza nella ricerca e nella produzione, funzionale proprio a prendere le distanze dagli USA? Se così fosse, i nemici interni del nuovo Esecutivo si moltiplicherebbero rapidamente nelle stesse istituzioni. E questo andrebbe a sommarsi ad una difficoltà fortissima di tenere insieme quanto resta del kemalismo, sebbene profondamente trasformato dal 2011 in poi, l’estrema destra nazionalista, il movimento curdo. Forze inconciliabili che dovrebbero governare insieme.

Certamente qualcuno potrebbe volere la vittoria di Kılıçdaroğlu proprio per ottenere una Turchia piu docile e meno volitiva, di piú facile ammaestramento.

Il Governo in carica soffre degli effetti del terremoto e della condizione economica del Paese, con un’inflazione fuori controllo all’88% risultato anche di un mancato rialzo dei tassi da parte di un Banca Centrale ora non più indipendente. Ma Erdoğan ha tenuto bassi i tassi per mantenere sempre viva l’idea di una Turchia pronta agli investimenti, aperta all’esterno, ed ha quindi scelto quello che si riteneva il “male minore” rispetto ad una chiusura del Paese. Per fare questo, ha necessitato di alzare i toni nel mediterraneo Orientale e di non staccarsi mai dalla Federazione Russa e di riprendere i rapporti con Israele. A breve sapremo cosa accadrà della Turchia, che – qualunque cosa accada – avrà sempre più fame di energia, e si troverà sempre più in Anatolia.

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