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Prosperità Comune e Sovranità Digitale: dove si colloca la Normativa Cinese sugli Algoritmi di Raccomandazione

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Cosa accomuna il concetto maoista di “prosperità comune” con il concetto contemporaneo (e occidentale) di “sovranità digitale”? Per la Cina, domare le “big tech” domestiche ha una funzione distributiva, ideologica e geoeconomica – un aspetto che si lega a doppio filo con le politiche di censura e protezionismo economico. La nuova normativa cinese sugli algoritmi di raccomandazione è solo l’ultimo tassello in questa rete di obiettivi. Ma cosa implica a livello globale?

Contesto

Con la normativa sugli algoritmi di raccomandazione, tradotta in inglese come “Internet Information Service Algorithmic Recommendation Management Provisions”, la Cina ha introdotto importanti misure – prime nel loro genere – che dal 1 marzo 2022 regolamenteranno il capitalismo da piattaforma. In particolare, ogni algoritmo di raccomandazione dovrà essere registrato presso le autorità competenti, mettendo fine al segreto professionale. Inoltre, gli utenti potranno disattivare ogni raccomandazione personalizzata, mentre i servizi di informazione dovranno ottenere un permesso per operare in Cina e diffondere informazioni approvate dal Partito.

Se in parte non si tratta di niente di nuovo, poiché il controllo del partito sui media e la possibilità di disattivare gli algoritmi di raccomandazione non sono realtà emerse ora, questa normativa presenta un’importante innovazione nella regolamentazione delle piattaforme. La combinazione tra questi due elementi normativi crea una situazione in cui le grandi piattaforme possono (almeno potenzialmente) trovarsi senza possibilità di influenzare la navigazione degli utenti e in cui il governo è a conoscenza di strumenti di mercato strategici.

Del resto, realtà come Alibaba e WeChat (o Amazon e Facebook, in Occidente) devono agli algoritmi di raccomandazione una parte enorme del loro successo. Ma da dove arrivano queste misure regolatorie?

Una delle parole chiave è “grande rettificazione”. A fine 2020, la sparizione per tre mesi dalla scena pubblica di Ma Yun (meglio conosciuto come Jack Ma) a seguito di un’azione antitrust nei confronti della sua azienda, Alibaba, è stata il primo atto di questa campagna politica con cui il governo cinese mira a rafforzare il controllo sull’economia digitale. 

Conseguenze e obiettivi

Composta da misure antitrust e da una stringente normativa sulla circolazione e la protezione dei dati, la grande rettificazione è un processo in divenire. Come tutti i concetti politici, i confini sono sfumati e alcune delle tendenze che lo compongono sono in atto da diversi anni. A parte questo, si possono tracciare alcune traiettorie che Pechino sembra perseguire verso cinque principali obiettivi – tre di politica interna e due di politica internazionale.

Sul piano della politica interna, il governo cinese mira, in primo luogo, a domare eventuali gruppi di potere (economico, ma in futuro potenzialmente politico) che possano sfidare i vertici del Partito/Stato. In secondo luogo, il governo cinese sta promuovendo la “prosperità comune”, quindi misure economicamente ridistributive per contrastare la crescente disuguaglianza e il malcontento che l’accompagna, visti i ritmi di vita sempre più competitivi per la classe media. Infine, con la limitazione degli algoritmi di raccomandazione il governo cinese intende rafforzare il suo controllo sulla diffusione dell’informazione.

Sul piano della politica internazionale, il governo mira a potenziare il suo ruolo di coordinamento nello sviluppo delle nuove tecnologie, possibilmente creando le condizioni per una coerente strategia nazionale che veda le “big tech” cinesi coordinarsi fra loro. In secondo luogo, nel contesto di questa visione, il governo cinese intende potenzialmente anticipare alcune tendenze internazionali, ovvero la crescente regolamentazione delle piattaforme in corso anche nell’Unione Europea e, in misura minore, negli Stati Uniti. Del resto, il tema della sovranità digitale è stato anticipato di almeno un decennio dalla Cina con concetti quali “sovranità della rete” (cybersovereignty o wangluo zhuquan) e “sovranità dell’informazione”.

Conseguenze e contraddizioni

Di primo acchito, le nuove misure di Pechino sembrano inserirsi in una tendenza generale di censura già esistente nel sistema-paese Cina. Tuttavia, lo scenario è più contraddittorio di quanto si creda.

Da una parte, c’è il ruolo di protezionismo economico, oltre che di censura politica, giocato dal cosiddetto “Great Firewall of China”, che ha permesso a piattaforme come Alibaba di non competere con realtà quali Amazon in un mercato enorme quale quello cinese. Tuttavia, il Firewall non ha necessariamente bloccato i rapporti concorrenziali fra aziende cinesi, che invece sono continuati. Misure protezionistiche come il Firewall sono state messe in atto in vari settori della società per sostenere l’innovazione tecnologica domestica, ma tutto questo ha favorito, e non impedito, l’accumulazione di capitale. La guerra di prezzi fra Huawei e ZTE nel 2007 per la fornitura di infrastrutture 3G è tutt’ora un valido esempio di come la concorrenza sia stata promossa in Cina nonostante il forte protezionismo.

Le attuali misure regolatorie, quindi, sono diverse rispetto alle precedenti nel loro obiettivo di limitare l’arbitrarietà del capitalismo da piattaforma cinese invece che incentivarlo in forma deregolamentata.

E quindi?

L’Italia e l’Unione Europea possono osservare le tendenze interne al mercato digitale cinese da una duplice prospettiva.

In primo luogo, il nascente apparato regolatorio cinese potrà cambiare il modo in cui le aziende europee potranno (o non potranno) investire in Cina.

In secondo luogo, le politiche regolatorie cinesi potrebbero tracciare nuove tendenze nella regolamentazione del capitalismo da piattaforma che altre realtà pubbliche potranno voler seguire nella realizzazione della cosiddetta sovranità digitale.

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