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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl percorso di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita

Il percorso di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita

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Il tema della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita rappresenta uno dei principali dossier di politica estera che si troverà sulla scrivania il prossimo governo israeliano. Nell’opinione pubblica israeliana così come tra le principali forze politiche del Paese si respira un entusiasmo diffuso per il nuovo corso inaugurato con la firma degli Accordi di Abramo. In questo contesto, l’eventuale ingresso saudita nel framework abramitico viene percepito dall’establishment politico-militare israeliano come il tassello mancante del mosaico in grado di mutare a proprio favore l’equilibrio regionale. Pertanto, qualsiasi governo verrà formato dopo il responso delle urne, c’è da attendersi un immutato investimento nel processo di normalizzazione con Riad. Dal canto suo, l’Arabia Saudita sta ancora temporeggiando. Restia alla one-shot solution adottata da Emirati Arabi Uniti e Bahrain, Riad ha preferito investire in un percorso di avvicinamento graduale che si dispiegherà in un arco temporale più lungo.

Il presente articolo riproduce parzialmente i contenuti di un contributo dell’autore per l’edizione del 14 ottobre di “Scenari”, inserto di geopolitica del quotidiano “Domani”.

Le ragioni dell’avvicinamento

Il dialogo discreto israelo-saudita si inserisce nel processo di integrazione regionale, con l’asse Israele-Golfo come suo architrave, che trova origine nella riconfigurazione del Medio Oriente post-americano affermatosi a partire dagli anni dell’amministrazione Obama. Ponendo fine alla stagione interventista inaugurata da Bush jr a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, Obama ha dato avvio a un percorso di graduale disimpegno americano da tale quadrante regionale, per concentrare il proprio impegno internazionale sulla sfida egemonica portata dalla Repubblica Popolare Cinese. Dinnanzi a tale scenario, gli alleati mediorientali di Washington hanno percepito l’urgenza di assumere un coefficiente di responsabilità maggiore nella gestione di un’architettura regionale in linea con i propri interessi. Il graduale disimpegno americano li ha così convinti ad approfondire le reciproche relazioni. Il risultato principale di questo mutamento sistemico è rappresentato proprio dal superamento del veto anti-israeliano da parte delle monarchie del Golfo, e dalla conseguente cooptazione dello Stato ebraico nei meccanismi di cooperazione regionale. Con la firma degli Accordi di Abramo nel 2020 EAU e Bahrain hanno formalizzato le relazioni con Israele. Pur rientrando nel medesimo schema, l’Arabia Saudita ha intrapreso un percorso più cauto, che tuttavia sta puntando al medesimo risultato.

La road map della normalizzazione

Come dichiarato da diversi rappresentanti dei due Paesi, la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita passerà attraverso una road map, cioè un percorso per step progressivi di lunga durata. Nell’aprile 2021, alla CNN il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, ha affermato che una tale evoluzione sarebbe vantaggiosa sotto il profilo economico e della sicurezza regionale. Da parte israeliana il presidente della Repubblica Herzog, intervistato da Israel HaYom, ha manifestato il desiderio di recarsi presto in una visita ufficiale nel regno saudita. Dopo mesi di negoziati, i primi frutti concreti del processo di avvicinamento israelo-saudita sono stati annunciati in occasione del tour mediorientale del presidente Biden dello scorso luglio. Un primo risultato è stata la rimozione del divieto che impediva alle compagnie aeree israeliane di attraversare lo spazio aereo saudita. In secondo luogo, le autorità israeliane hanno dato il via libera al passaggio di sovranità delle isole di Tiran e Sanafir, all’imbocco del Golfo di Aqaba, dall’Egitto all’Arabia Saudita, con il conseguente ritiro delle forze di peacekeeping della Multinational Force and Observers.

Un’architettura di sicurezza arabo-israeliana

La partita più importante si gioca sul piano della difesa. La cooperazione su questo fronte è resa possibile dalla decisione del Pentagono del 2021 di spostare Israele nell’area di responsabilità di CENTCOM. Evoluzione che ha dato il via libera alla partecipazione delle forze armate israeliane a diverse esercitazioni multinazionali con la partecipazione dei partner arabi. Negli ultimi mesi la volontà americana di tornare al JCPOA sta accelerando i piani di costruzione di una architettura di deterrenza e difesa arabo-israeliana tra Paesi che, seppure con sensibilità diverse, considerano la politica regionale iraniana una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Il progetto al momento più concreto è quello di un sistema di difesa aereo integrato da costruire sotto egida americana, definito Middle East Air Defense Alliance (MEADA) – improbabile invece la costruzione di una più strutturata “Nato del Medio Oriente”. Non vi è certezza su quali siano i Paesi coinvolti, ma è probabile che oltre a Israele e i Paesi arabi con cui già intrattiene relazioni diplomatiche vi sia anche Riad. 

Evoluzioni future

È difficile immaginare che la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita possa concludersi in breve tempo. Se dal punto di vista israeliano i tempi sono maturi, variabili domestiche, piuttosto che internazionali, limitano il margine di manovra saudita su questo dossier; su tutte, il delicato percorso di successione alla guida del regno del principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS), impegnato da anni a preparare la sua ascesa al trono. Per la storica vicinanza saudita alla causa palestinese, e per il suo ruolo di custode dei due principali luoghi sacri dell’Islam, un’intesa affrettata con lo Stato ebraico potrebbe esser sfruttata come pretesto su cui coagulare forme di opposizione interna. Pertanto, se dietro le quinte la cooperazione israelo-saudita risulta essere ben avviata, anche grazie alle già richiamate forme di “tutoraggio” americano, il pieno stabilimento delle relazioni diplomatiche si farà ancora attendere, a meno di un cambio repentino alla guida del regno. In definitiva, essendo dettata da cause sistemiche e di lungo periodo, la domanda a cui trovare risposta non è «se» la normalizzazione possa compiersi o meno, ma «quando» questo scenario, invero piuttosto probabile, possa materializzarsi.

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