Le proposte tedesco-statunitensi per la stabilizzazione del conflitto libico

Dopo aver assunto la Presidenza del Consiglio Europeo a luglio, la Germania sta spingendo per far resuscitare il Processo di Berlino, accantonato dopo la controffensiva del GNA in seguito al fallimento dell’assedio di Tripoli. Anche gli Stati Uniti stanno adottando una diplomazia più assertiva, con la priorità di ottenere un cessate il fuoco e la riapertura dei terminal petroliferi libici. L’asse tedesco statunitense è l’unica speranza della diplomazia occidentale per evitare che la stabilizzazione libica passi esclusivamente in mano russo-turca.

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L’influenza turca a scapito dell’Italia

Gli sviluppi sui cambi di battaglia libici degli ultimi mesi hanno relegato ad un ruolo secondario l’Unione Europea mentre hanno enormemente rafforzato la posizione di Ankara, dato che il Governo di Accordo Nazionale deve la sua sopravvivenza soprattutto al supporto militare turco-qatariota. Nonostante le posizioni dell’UE e della Turchia siano allineate, è innegabile come Erdogan si stia unilateralmente preparando ad una futura stabilizzazione della Libia, consolidando i propri guadagni e capitalizzando l’enorme influenza che Ankara ha su Tripoli. Dopo l’accordo sulle Zone Economiche Esclusive e quello sulla cooperazione militare firmato lo scorso anno, ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, l’omologo qatariota Khalid al Attiyah, e il viceministro degli Esteri del GNA, Salahal Namroush, hanno raggiunto un accordo tripartito per la cooperazione militare fra i paesi, con l’obbiettivo di potenziare le capacità belliche delle forze di al-Sarraj tramite l’invio di consulenti militari per l’addestramento, e l’apertura in Libia di sedi delle accademie militari turche e qatariote. In cambio, diverse fonti citano di come Tripoli abbia ceduto ad Ankara il porto di Misurata per 99 anni, segnando il primo passaggio di un’infrastruttura navale libica ad Ankara, dopo la cessione della base aerea di Al-Watiya. Misurata è una città dall’intrinseco valore strategico, dotata anche di un aeroporto e distante solamente 243 km da Sirte, l’attuale linea del fronte. In quest’ultimo, è presente un contingente italiano nell’ambito dell’Operazione Ippocrate (assistenza sanitaria alle truppe dell’LNA attiva dal 2016) che due settimane fa ha visto essere respinto l’ingresso a 40 militari, apparentemente a causa della mancanza del visto. La notizia di ieri non farebbe altro che confermare come Misurata sia il prossimo obbiettivo di Ankara, che le consegnerebbe un importante vantaggio logistico, consentendole di consolidare la propria proiezione aeronavale nel Mediterraneo ed esercitando una pressione critica sulla linea del fronte. Per il nostro paese si tratterebbe nuovamente di una sconfitta geopolitica, dato che nonostante l’Italia sia stata fin dall’inizio in prima linea per risolvere la questione libica, ricordando la Conferenza di Palermo del 2018, l’influenza della Farnesina sul governo di Tripoli sembra essersi costantemente deteriorata, a scapito di una maggiore presenza turca.

Gli sforzi diplomatici internazionali

I tentativi della comunità internazionale di risolvere la crisi libica sono iniziati già a settembre 2011, con la creazione dell’UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya), una missione ONU con il mandato di supportare la transizione politica libica sotto l’egida del Dipartimento degli Affari Politici. Gli sforzi della Missione portarono all’Accordo di Skhirat del 2015, il cui obiettivo era la creazione di un governo di unità nazionale, che avrebbe condotto il paese a nuove elezioni e alla creazione di una nuova costituzione. Tuttavia, il deterioramento dei rapporti fra le due istituzioni del paese (il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Tobruk) ha impedito ogni riconciliazione e inaugurato una nuova fase del conflitto libico, quella che conosciamo oggi. Da guerra civile, il teatro libico si è gradualmente trasformato in un proxy conflict, con le due fazioni rivali appoggiate più o meno direttamente da attori regionali e internazionali quali Egitto, Qatar, EAU ma soprattutto Turchia e Russia, che come in Siria, sono tatticamente rivali ma strategicamente allineati. Infatti, il loro coinvolgimento militare contrapposto è stato seguito da un rinnovato interesse a cercare una soluzione politica alla crisi libica, che ha portato l’asse turco-russo a mediare un cessate il fuoco fra le forze di Haftar e di al-Sarraj il 12 gennaio 2020. Il timore di vedere la diplomazia occidentale, ed in particolar modo europea, occupare un ruolo di secondo piano all’interno del processo di pace, ha spinto la Cancelliera tedesca Angela Merkel a convenire una nuova iniziativa diplomatica, la Conferenza di Berlino, svoltasi il 19 gennaio 2020. Il Processo di Berlino aveva il compito di ravvivare gli sforzi diplomatici della comunità internazionale creando un Comitato internazionale di Controllo (IFC) e producendo un documento operativo rivolto all’UNSMIL per la creazione di un percorso politico, militare ed economico da affrontare insieme alle fazioni libiche in modo da favorire una pacifica transizione. Ciononostante, se a livello internazionale il consenso appariva facile da raggiungere, era il livello intra-libico a creare gli ostacoli maggiori, soprattutto per quanto riguarda il percorso militare. Infatti, dopo l’enorme salto qualitativo e quantitativo del supporto turco alle forze del GNA, l’assedio di Tripoli da parte di Haftar è stato spezzato dopo oltre otto mesi, dando inizio alla controffensiva delle milizie di al-Sarraj che nel giro di due mesi sono riuscite ad espellere dalla Tripolitania le truppe fedeli al governo di Tobruk. L’escalation militare ha impedito ogni possibile avanzata della diplomazia, costringendo il Rappresentante Speciale dell’ONU in Libia Salamé alle dimissioni, e ha favorito un maggior coinvolgimento della Russia e dell’Egitto, costretti ad imporre le proprie linee rosse sulla linea Sirte-al Jufra, città chiave per l’accesso alla mezzaluna petrolifera della Cirenaica, per evitare che il GNA riunificasse l’intera Libia. Il repentino cambiamento della situazione militare ha irrigidito le posizioni del governo di al-Sarraj, il quale ha condizionato l’accettazione di un cessate il fuoco al ritiro delle milizie di Haftar da Sirte e al-Jufra, un cambiamento rispetto alla precedente richiesta del governo di Tripoli e facilmente spiegabile come il tentativo di negoziare da una posizione di forza, consci del vitale supporto di Ankara. Il problema di questo approccio è che Haftar e i suoi sostenitori stranieri difficilmente accetteranno un negoziato asimmetrico, come hanno dimostrato gli scorsi anni di conflitto e di diplomazia in Libia.

L’accelerazione della diplomazia tedesca e statunitense

La quiescenza della situazione militare nelle ultime quattro settimane indica la possibilità di un’apertura diplomatica, dal risultato tutt’altro che scontato. Con l’assunzione della Presidenza del Consiglio Europeo da parte della Germania, la diplomazia tedesca sta tentando di far proseguire il Processo di Berlino, supportata dalle retrovie dall’appoggio statunitense. In questa settimana il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas si è recato a Tripoli per discutere con il governo di al-Sarraj, proponendo un cessate il fuoco permanente che comprenderebbe la smilitarizzazione delle aree di Sirte e al-Jufra. Quest’ultima era stata già stata avanzata dalla diplomazia statunitense dato che la distruzione del mercato energetico libico ha spinto gli Stati Uniti a adottare una diplomazia più assertiva, con l’imposizione di sanzioni finanziarie a una rete di trafficante libici e maltesi che esportavano carburante dalla Libia verso Malta. Inoltre, il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert O’Brien in una dichiarazione sulla Libia ha affermato che, in quanto attore attivo ma neutrale, gli Stati Uniti stanno perseguendo un impegno diplomatico “a 360 gradi” con la Libia e le parti interessate esterne per trovare una soluzione che sostenga la sovranità libica e protegga gli interessi condivisi degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Sul tavolo delle trattative è stata posta come priorità la riapertura dei pozzi petroliferi, ormai bloccati da gennaio. Infatti, poco prima della Conferenza di Berlino, le forze alleate con l’LNA del Maresciallo Haftar, le cui forze controllano la Libia orientale e gran parte del sud, hanno ordinato a cinque filiali della Compagnia Petrolifera Nazionale (NOC) di bloccare le esportazioni da oltre 50 giacimenti petroliferi lungo la costa orientale. La NOC ha avvertito che la chiusura dei terminal portuali orientali avrebbe ridotto la produzione di greggio di 800.000 barili al giorno e ha stimato che il paese avrebbe perso 55 milioni di dollari di entrate giornaliere. Trovare un accordo sulla spartizione dei proventi petroliferi potrebbe essere il primo passo per arrivare ad un accordo politico-militare ed è su questa linea che stanno spingendo specialmente Stati Uniti e Germania. Durante la sua visita a Tripoli, Maas ha incontrato direttamente il Presidente della Compagnia Petrolifera Nazionale, Mustafa Sanalla, insistendo sulla necessità di riprendere l’attività petrolifera mentre l’ambasciatore americano in Libia, Richard Norland, si trovava in visita al Cairo per discutere con il Presidente del Parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, proponendogli un’equa distribuzione dei proventi petroliferi. A tal proposito, proprio questa notte è giunta la notizia che Haftar ha accettato di terminare il boicottaggio, permettendo la riapertura dei pozzi destinati ad alimentare le centrali elettriche libiche e garantire il loro funzionamento. Secondo il quotidiano saudita Asharq al Awsat, la decisione è stata presa grazie alla pressione del Presidente egiziano al-Sisi che ieri mattina ha inviato un messaggio al Feldmaresciallo Haftar per convincerlo a rispondere alle richieste tedesche e statunitensi sulla ripresa della produzione di petrolio. Questo confermerebbe, da parte occidentale, un nuovo approccio multilaterale nel tentativo di ottenere un compromesso fra tutti gli attori interessati, sia libici che esterni, considerato che la prossima visita del Ministro degli Esteri Maas sarà proprio negli Emirati Arabi Uniti, il maggiore sponsor di Haftar insieme all’Egitto.


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Dopo la debacle del periodo post-Berlino la diplomazia occidentale potrebbe finalmente tornare ad occupare un ruolo di primo piano nella ricerca di un accordo di pace fra Tripolitania e Cirenaica. Normalizzare il mercato energetico libico ed evitare un escalation militare intorno alla linea del fronte Sirte-al-Jufra rappresentano attualmente i pilastri dell’azione diplomatica a guida tedesca-statunitense, con l’obbiettivo di impedire di lasciare la stabilizzazione libica in mano all’asse russo-turco. La priorità, sia per l’intera Unione Europea che per gli Stati Uniti, è quella di evitare soprattutto l’allargamento regionale del conflitto, in un contesto di sicurezza già altamente deteriorato da rivalità ideologiche (Qatar-Turchia ed EAU-Egitto). Bisognerà vedere se le parole saranno seguite dai fatti, dato che anche la Conferenza di Berlino appariva come un successo diplomatico. È necessario anche un maggiore sostenimento internazionale all’UNSMIL, tutt’ora senza una guida politica dopo le dimissioni di Salamé, la quale potrebbe favorire il dialogo intra-libico se venissero effettivamente messe in atto le provvisioni del Documento Operativo elaborato a Berlino. Rimane da segnalare come ancora una volta l’Italia abbia raccolto i frutti marci di una politica estera priva di una strategia chiara, la quale ha basato la propria posizione sul dossier libico soltanto in un’ottica di contrasto all’immigrazione clandestina e che ha visto progressivamente relegare il ruolo italiano nella partita libica in secondo piano.

Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info