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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaNon solo locale: l’internazionalizzazione del conflitto Hamas-Israele

Non solo locale: l’internazionalizzazione del conflitto Hamas-Israele

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Come in ogni riflessione sul rapporto tra potere e violenza, occorre interrogarci su quali siano state le ragioni che hanno indotto Hamas a realizzare l’operazione “Alluvione al-Aqsa”. È difficile credere che le sole restrizioni all’accesso all’area sacra della moschea possano giustificare un attacco che potrebbe costare molto caro – in termini di vite umane, agibilità politica e danni economici – all’organizzazione terrorista palestinese. 
Non è possibile, pertanto, restringere il perimetro di osservazione al solo stato di guerra – così lo ha definito il governo israeliano – in corso tra Gerusalemme e Gaza. Né per comprendere cosa lo ha reso possibile, né per provare a tracciare lo scenario in via di definizione.

È presumibile che, come già spiegato su Geopolitica.info da Pietro Baldelli e Alessandro Ricci, fattori locali come il riorientamento di parte delle energie dello Shin Bet verso minacce “domestiche”, l’evocativo cinquantenario della Guerra dello Yom Kippur e, soprattutto, la volontà di Hamas di scongiurare un accordo tra israeliani e sauditi fondato anche su nuove concessioni all’Autorità Nazionale Palestinese guidata dai rivali di al-Fatah, si siano combinati con fattori di scala regionale e globale. 

In presenza di un rapporto di forze asimmetrico, d’altronde, è tendenzialmente inverosimile che la parte militarmente più debole di un conflitto compia un passo di tali dimensioni per ragioni esclusivamente interne e senza poter contare sul sostegno di attori esterni. Ancor di più nel caso di Hamas e Israele, dove il primo non ha il controllo dello spazio aereo e marittimo e, quindi, dipende necessariamente da partner esterni – ostili al secondo – per il rifornimento di armi e tecnologia a uso militare.

I sospetti sulla presenza di una regia esterna dietro l’offensiva si sono subito rivolti verso Teheran. I missili e le incursioni lanciati dal sud del Libano, così come l’intransigenza dei toni del comunicato rilasciato dal Qatar, sembrano indicare una mobilitazione delle forze regionali vicine all’Iran. Quest’ultimo, ha sicuramente tra i suoi obiettivi di breve termine quello di bloccare la normalizzazione delle relazioni tra Gerusalemme e Riad, considerati il culmine del processo di pacificazione avviato con la sigla degli Accordi di Abramo. Teheran non può che guardare con sospetto all’ipotesi di un compattamento del fronte dei suoi nemici in Medio Oriente. Meglio, invece, interagire con attori che restano a loro volta divisi da rivalità e che, dunque, sono costretti a disperdere le loro risorse politiche, diplomatiche e militari su obiettivi di sicurezza diversi. L’operazione di Hamas difficilmente non avrà effetti negativi su questo processo, come fa presagire il comunicato del ministero degli Esteri saudita che ha ricondotto l’escalation di violenza al «perpetrarsi dell’occupazione» israeliana della Palestina.

Al netto della luce verde concessa dall’Iran, non si può escludere che l’attacco sia stata sferrato oltre l’intensità concordata. Il fatto che numerosi esponenti di Hamas abbiano frettolosamente chiarito che l’operazione è stata sostenuta «direttamente» da Teheran, mentre le autorità iraniane si siano ugualmente affrettate a negarlo potrebbe significare due cose. O che l’Iran non aveva chiara la portata di “Alluvione al-Aqsa” e ora teme una ritorsione israeliana, o che Gaza stia provando a “intrappolare” Teheran chiamandola in causa come “mandante” dell’operazione al fine di esercitare su Gerusalemme una qualche forma di deterrenza in attesa della sua controffensiva.

La crisi, tuttavia, non sembra coinvolgere solo l’Iran o gli altri attori che appartengono alla regione. La Turchia, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Fratellanza Musulmana a cui Hamas è legata, ha già avanzato la sua candidatura a mediatore tra le parti, riproponendo quella formula che, applicata alla guerra in Ucraina, le è valsa l’uscita dal vicolo cieco diplomatico in cui si era cacciata negli anni precedenti. La Russia resta in posizione defilata, sia perché mossa da ben altre preoccupazioni al momento, sia per evitare qualsiasi tipo di associazione con Hamas, avendo numerosi esperti di affari militari avanzato il sospetto che le tattiche usate nel recente attacco da Hamas – soprattutto l’utilizzo dei droni in funzione anti-carro – siano state mutuate proprio dalle forze armate di Mosca. Restare in un cono d’ombra rispetto a questa crisi, inoltre, non può che rafforzarla, essendo prevedibile che Washington dovrà dirottare parte dei suoi sforzi politici, militari ed economici a sostegno di Gerusalemme, sottraendo dunque risorse al fronte ucraino.

Proprio gli Stati Uniti, infine, sembrano essere stati costretti a ritornare a occuparsi di Medio Oriente, come confermato dall’invio di una formazione navale guidata dalla portaerei a propulsione nucleare “Gerald R. Ford”. Se l’obiettivo esplicito della missione è quello di agire da deterrente contro il coinvolgimento o il rilancio delle ostilità da parte di qualsiasi attore esterno – non solo l’Iran, ma anche Hezbollah e Siria – quello implicito è garantire la sicurezza di Israele, scongiurando che un eventuale senso di accerchiamento possa indurlo a uno strike contro l’Iran, che aprirebbe scenari dai contorni imprevedibili. 

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