Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano
Siamo sicuri che lo tsunami, l’onda anomala in Parlamento, sia arrivata solo tramite il boom di consensi del Movimento Cinque Stelle che ha saputo interpretare almeno stante la volontà degli elettorali l’idea di svecchiamento e di rinnovamento della cosiddetta “casta” politica? Non tutti se ne sono accorti, ma a metterci del loro sono stati anche i partiti così dire tradizionali e già presenti nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama che anche se in maniera più sottaciuta e non sbandierata nelle piazze hanno dato una “bella smacchiata” ai loro candidati, per dirla con uno dei motti di questa campagna elettorale.

Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano - GEOPOLITICA.info
E’ quanto emerge da un’analisi del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche comparate: i ricercatori Francesca Ragno, Simone Ferraro, Ilenia Bernardini e Hugo Daniel Rosero hanno messo a confronto la composizione dei gruppi parlamentari della legislatura appena conclusasi, la XVI, con le liste dei candidati dei corrispondenti partiti e che cosa ne è uscito fuori? Che i partiti politici le istanze di rinnovamento le hanno accolte e hanno candidato per lo più “volti nuovi” sparigliando le carte nei gruppi dirigenti.

Basta guardare i due più grandi competitor, il Partito Democratico e il Popolo delle libertà: per il primo, che ha scelto i suoi candidati per il 90% tramite lo strumento delle primarie e per il 10% su scelta del segretario nazionale del partito, i cosiddetti volti nuovi su un totale di 616 candidati raggiungevano l’81%, mentre solamente il 19% dei candidati già era presente in Parlamento, mentre il PDL, vuoi anche l’emorragia verso Fratelli D’Italia, presentava oltre l’83% di volti nuovi tra i suoi candidati e appena il 16% di ricandidature eccellenti.

I partiti più piccoli invece come si sono comportati? La Lega, travolta dagli scandali, ha deciso di presentarsi a queste elezioni con un look totalmente nuovo e ha presentato nelle sue liste appena il 7% di ricandidature rispetto alla legislatura uscente. Un destino simile a quello dell’UDC e a quello di FLI, perché entrambi presentano un rinnovamento pari al 96% per i candidati della Camera e perché entrambi si sono presentati con la lista Monti al Senato, in cui entrambi – ancora una volta – hanno ripresentato 6 candidati (tra cui Casini per l’UDC e Giuseppe Consolo, Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno per FLI).
Infine l’Italia dei valori che raggiunge il 98%, grazie però alla presentazione delle liste con Rivoluzione Civile che ovviamente fa salire di molto la percentuale, da cui restano fuori gli 8 ricandidati della fila di Centro Democratico.

Cosa ha spinto ad un così forte rinnovo? Il Professor Lanchester dell’Università La Sapienza ha sottolineato come neanche nel 1994 si ebbe un rinnovo così ampio nell’offerta elettorale. Il quid della questione dovrebbe forse rintracciarsi nell’ormai imperante e conclamata crisi della rappresentanza politica, conseguenza di due più profonde crisi: quella partitica e quella crisi parlamentare. Anche se più che un rapporto causa-effetto, la relazione logica che intercorrere tra queste tre fenomeni è lo stesso che si potrebbe rintracciare tra variabili dipendenti, perché ogni crisi influenza l’altra ed insieme hanno come basamento la crisi societaria. 

Iniziamo dalla crisi del Parlamento: sono lontani ormai gli anni della centralità del Parlamento in cui la politica italiana doveva necessariamente passare sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama, mentre a Palazzo Chigi sedeva un governo debole e soccombente alla volontà dei delegati investiti dal voto popolare.

Neanche la riforma regolamentare del 1997 e la sua formula del Parlamento decidente del Presidente Violante hanno ridato smalto agli ingranaggi di una macchina ormai farraginosa e superata. Era già iniziato il processo di rafforzamento degli esecutivi: Maastricht appena alle spalle, l’Unione europea appena nata aveva bisogno di Stati membri in cui la parola d’ordine della forma di governo fosse governabilità. Certo nel nostro Paese la governabilità è stata realizzata con riforme zoppe e non organiche attraverso modifiche della legge elettorale a costituzione invariata. Ed oggi? Tamquam non esset. Finito il bipolarismo – o meglio il timido tentativo italiano – che sembrava dover risolvere l’annosa questione delle ripetute crisi di governo, sullo palcoscenico rimane la vera impalcatura di quella che forse prima erano solo quinte: l’estrema frammentazione e disomogeneità sociale che si riversa, com’è naturale che sia, sulla conformazione del sistema partitico italiano.

Un sistema partitico investito in pieno dal secondo tipo di crisi prima abbozzato, quella partitica che, alla luce di una approfondita analisi, sembra affondare le sue radici ben prima della cosiddetta crisi di regime (e che non si parli di II Repubblica come su tutti i giornali!!) del biennio 1992 –1994. Partiti che non sono più, secondo la definizione classica dei manuali di scienza politica, le cinghie di trasmissione tra le istituzioni e la società civile, i sintetizzatori dei bisogni dei rappresentati, ma formazioni – ad oggi ancora tra il novero delle associazioni non riconosciute – sempre più serventi alla conquista della carica di Primo Ministro da parte di un leader (anche se questo schema nelle ultime elezioni politiche è stato in parte scardinato dal Movimento 5 stelle in cui Grillo non era addirittura candidato e il PDL il cui leader Berlusconi non si è presentato agli elettori come candidato Premier). Ed è la figura del leader che galvanizza l’elettorato, molto più spesso nelle agorà televisive che non quelle di quartiere, che promette la realizzazione del programma di partito quasi come fosse un suo preciso impegno personale.

I risultati usciti dalle urne hanno confermato questa particolare forza della figura del “leader”: il PDL è riuscito in quella che sembrava un’impresa impossibile, riagganciare la coalizione avversaria, puntando tutto sulla carismatica e attoriale forza di Silvio Berlusconi confermando ancora una volta che è lui il catalizzatore dell’elettorato del suo partito. Dall’altro lato Beppe Grillo che con il suo modo di presentarsi nelle piazze, quelle vere e non televisive, con rabbia ha saputo dare trasposizione comunicativa al forte sentimento di frustrazione dell’elettorato, colpito come non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale da un crollo vertiginoso dell’occupazione e del potere di acquisto, a cui si aggiunge un PIL in caduta libera. Diversamente la coalizione di centro-sinistra ha voluto quasi offuscare la figura dell’unico leader politico designato da un’investitura popolare attraverso le primarie, Pierluigi Bersani, puntando sull’idea che il Partito Democratico esiste ed esisterà al di là della figura del segretario pro-tempore (basti notare che il nome di Bersani non compariva in nessun simbolo di partito), puntando tutto sull’idea di struttura e di squadra e una campagna elettorale sottotono basata sul fattore credibilità e serietà, che però non ha pagato in termini di voti.

La crisi societaria e la crisi partitica concorrono all’exploit della terza crisi, prospettando addirittura una “Terza repubblica” quella che in qualche modo può considerarsi la risultante delle due: la crisi della rappresentanza politica, falcidiata dal corus dei “grillini” che invocano a gran voce nuove forme di e-democracy, una democrazia liquida per fare eco a una definizione del Partito Pirata tedesco che ha ottenuto ottimi consensi elettorali in Germania e a cui il Movimento 5 stelle si ispira, che scardina la stessa idea di democrazia rappresentativa. Le urne hanno consegnato un Parlamento “nuovo” sotto tanti aspetti ed è per questo che al completamento del quadro degli eletti si prospetta la necessità di analizzare come lo tsunami annunciato già con le novità nelle candidature abbia portato tante facce nuove sia a Montecitorio e a Palazzo Madama mostrando con numeri e dati alla mano quel cambiamento che già dalla prima parte della ricerca dei ricercatori del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche si prospetta di grossa portata.