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12/08/2025
Russia e Spazio Post-sovietico, Stati Uniti e Nord America

La nomina del nuovo ambasciatore russo a Washington: uno sguardo alle relazioni tra Russia e Stati Uniti

di Vincenzo Fiorillo

La nomina di Alexander Nikitich Darchiev ad ambasciatore della Federazione Russa a Washington, avvenuta nel marzo 2025, era stata accolta da diversi osservatori internazionali come un potenziale punto di svolta, suscettibile di inaugurare una nuova fase di “reset” nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Russia. Tuttavia, a oltre quattro mesi dal suo insediamento, le prospettive di un dialogo costruttivo tra le due potenze permangono incerte.

La nomina di Alexander Nikitich Darchiev ad ambasciatore della Federazione Russa a Washington, avvenuta nel marzo 2025, era stata accolta da diversi osservatori internazionali come un potenziale punto di svolta, suscettibile di inaugurare una nuova fase di “reset” nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Russia. Tuttavia, a oltre quattro mesi dal suo insediamento, le prospettive di un dialogo costruttivo tra le due potenze permangono incerte.

La nomina ha rappresentato un evento di rilievo nel contesto delle relazioni internazionali, soprattutto alla luce del fatto che, dal rientro in patria di Anatoly Antonov nell’ottobre 2024, la carica di ambasciatore russo a Washington era rimasta vacante. In questo periodo, le rispettive sedi diplomatiche dei due Paesi hanno operato in maniera parziale, riflettendo lo stato di tensione che da anni caratterizza i rapporti tra Mosca e Washington. Tali difficoltà affondano le radici principalmente nell’evoluzione degli eventi post-Maidan dal 2014, che ha progressivamente acuito le divergenze strategiche tra le due potenze, portando a un dialogo sempre più teso e frammentato, segnato da visioni geopolitiche contrapposte.

La ripresa del dialogo: Darchiev a Washington

Nato il 14 maggio 1960 in Ungheria in una famiglia di diplomatici, Alexander Nikitich Darchiev è un diplomatico con una lunga esperienza. Laureatosi in storia nel 1983 presso l’Università Statale di Mosca Lomonosov, ha successivamente conseguito un dottorato nella stessa materia nel 1987 presso l’Istituto per gli Stati Uniti e il Canada dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. 

Prima di entrare nel servizio diplomatico russo, ha svolto attività di ricerca nello stesso istituto, occupandosi di politica estera e affari nordamericani. Ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1992, entrando a far parte del Ministero degli affari esteri della Federazione Russa, dove ha iniziato la sua attività nel Dipartimento per il Nord America dal 2003 al 2005. 

Dal 2014 al 2021 ha ricoperto l’incarico di ambasciatore russo in Canada, in un periodo segnato da un notevole deterioramento nei rapporti tra Mosca e Ottawa, in particolare dopo la crisi di piazza Maidan e l’annessione della Crimea. Tra le funzioni svolte più rilevanti vi sono anche quelle di direttore del Dipartimento per l’America e, in seguito, del Dipartimento per il Nord Atlantico presso il Ministero degli esteri russo. Nel marzo 2025, Darchiev è stato nominato ambasciatore russo negli Stati Uniti, assumendo un ruolo centrale in una delle relazioni diplomatiche più delicate della Russia contemporanea. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, ha descritto Darchiev come «un americanista che ha dedicato la sua carriera ai dossier Stati Uniti e Canada», affermando che il suo obiettivo principale sarà quello di far funzionare di nuovo senza intoppi l’ambasciata e i consolati russi negli Stati Uniti.

La sua nomina a Washington è stata interpretata da alcuni osservatori come il segno di una nuova strategia russa di avvicinamento pragmatico agli Stati Uniti, agevolata dai propositi manifestati dal presidente Donald Trump sin dalla sua campagna elettorale. Lo confermano le parole dell’ambasciatore: «Russia e Stati Uniti sono destinati, in quanto grandi potenze, a vivere un’esistenza pacifica e non conflittuale». 

Tuttavia, malgrado le dichiarazioni di apertura al dialogo provenienti da entrambe le parti, le difficoltà strutturali nel ristabilire un canale di comunicazione stabile e duraturo restano evidenti.

Iniziative diplomatiche e l’illusione del nuovo “Reset” 

Nei primi mesi della presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno avviato una serie di iniziative volte a migliorare i rapporti con la Federazione Russa. Nel febbraio 2025, le delegazioni dei due Paesi hanno avviato round di colloqui diplomatici a Istanbul. A rappresentare la Russia in uno di questi vi era proprio Darchiev, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare la piena operatività delle rispettive ambasciate e aumentare il numero di funzionari diplomatici. 

Nello stesso mese, a Riyadh, nel primo incontro di alto livello dopo anni di assenza di dialogo, i Ministri degli esteri Sergey Lavrov e Marco Rubio avevano posto le basi per il successivo dialogo. In quell’occasione, l’attenzione era stata rivolta principalmente alla ricerca di una soluzione negoziale al conflitto russo-ucraino, allo scambio di prigionieri di guerra, nonché ad altri dossier di interesse comune, tra cui il Medio Oriente e l’intelligenza artificiale. Nel corso di incontri successivi, sempre a Riyadh, furono raggiunti accordi su alcuni punti specifici, tra i quali la tregua nel Mar Nero e di un nuovo grain deal.

I primi segnali di distensione si sono poi concretizzati con la proposta di ridurre alcune sanzioni su settori strategici — come l’energia e il commercio finanziario — e con la sospensione temporanea dell’assistenza militare statunitense all’Ucraina. Queste misure, adottate dall’Amministrazione Trump, avevano l’intento di incentivare la partecipazione della Russia al processo negoziale e a raggiungere un cessate il fuoco. Tuttavia, le visioni proposte dalle parti sono risultate inconciliabili, e l’iniziale slancio americano verso una soluzione diplomatica si è progressivamente affievolito. 

Darchiev abbraccia la visione del Cremlino

La visione dell’ambasciatore Darchiev risulta pienamente allineata a quella del Cremlino. Già nel marzo 2022 aveva affermato che «Washington avrà bisogno di tempo per abituarsi al fatto che la sua egemonia appartiene al passato e dovrà fare i conti con gli interessi nazionali della Russia». In una delle sue prime interviste da neoambasciatore in Canada, ha ribadito che «la Crimea è Russia, una volta per tutte. Stiamo parlando della volontà del popolo». Inoltre, ha espresso il proprio sostegno a un dialogo franco e rispettoso, richiamando il principio della coesistenza pacifica in vigore durante la Guerra Fredda. 

Alla presentazione formale delle sue credenziali da ambasciatore, Darchiev ha espresso al presidente Donald Trump la sua fiducia per essere «finalmente passati dai monologhi della precedente amministrazione, e da una generale assenza di discussione, a una conversazione piuttosto pragmatica, una conversazione complicata». 

Lo stesso presidente russo Vladimir Putin aveva accolto positivamente le iniziali aperture del nuovo Presidente degli Stati Uniti elogiandone l’approccio pragmatico, riconoscendo il ruolo americano nel facilitare la ripresa dei colloqui diretti tra Russia e Ucraina volti a raggiungere un potenziale accordo di pace. Nonostante ciò, i ripensamenti successivi della politica di Washington — in particolare riguardo al sostegno a Kiev — hanno generato incertezza e alimentato la diffidenza del Cremlino, rendendolo riluttante a fare concessioni sostanziali. 

A gravare sul processo di riavvicinamento è stata anche la persistente mancanza di fiducia reciproca, radicata nel fallimento dell’attuazione degli Accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Le difficoltà nella concretizzazione di tali accordi sono state imputate a interpretazioni divergenti, all’assenza di meccanismi di applicazione efficaci e, secondo il Cremlino, alla mancanza di una reale volontà occidentale di rispettarli. A sostegno di questa tesi, nel 2022 Angela Merkel dichiarò che gli accordi di Minsk avevano permesso a Kiev di guadagnare tempo e di rafforzare il proprio apparato militare in vista dello scontro con le forze armate russe. Proprio in considerazione di ciò, Mosca ha più volte respinto risoluzioni temporanee, richiamando invece alla necessità di affrontare le cause profonde del conflitto, sulle quali la comunità internazionale presenta ancora diverse opinioni e non vi è unanimità riguardo all’identificazione delle responsabilità e delle motivazioni alla base della guerra.

In definitiva, la mancanza di fiducia tra le parti deriva principalmente da anni di visioni geopolitiche contrastanti: da un lato la “open door policy” della NATO, dall’altro il tentativo della Russia di preservare la propria sfera d’influenza. 

Nei vertici decisionali russi, ad oggi, prevale la convinzione che gli obiettivi strategici del Paese debbano essere perseguiti anche in assenza di progressi negoziali, in quanto la questione ucraina e l’eventuale espansione della NATO vengono considerate minacce esistenziali alla sicurezza nazionale. Questa linea di pensiero è rafforzata dalla percezione, sempre più diffusa a Mosca, che il contesto internazionale attuale offra condizioni vantaggiose: il sostegno strategico della Cina, l’allargamento dei BRICS, l’indebolimento economico dell’Europa, la crescente influenza in diversi Paesi africani e l’avanzata militare russa sul campo di battaglia vengono interpretati come segnali di un momento storico favorevole. 

L’impasse nei negoziati, determinata dalla rigidità delle rispettive posizioni e dall’assenza di concessioni sostanziali, rafforza uno scenario in cui la dimensione militare e strategica continua a prevalere sui tentativi di raggiungere un accordo politico di compromesso. 

Il cambiamento della retorica statunitense

Nei mesi più recenti, a seguito del fallimento dei colloqui di pace, la linea politica statunitense ha subito un netto irrigidimento, soprattutto sul piano retorico. Il presidente Trump ha emesso una serie di ultimatum nei confronti della Russia, chiedendo un cessate il fuoco immediato, sotto la minaccia di introdurre dazi del 100% su qualsiasi Paese che importi petrolio russo, oltre a nuove sanzioni secondarie. Se inizialmente era stata concessa una finestra di cinquanta giorni, la scadenza è stata drasticamente ridotta. Tuttavia, queste esternazioni aggressive, volte a costringere Mosca a una maggiore cooperazione, non stanno sortendo gli effetti sperati. Al contrario, il rischio è quello di alimentare un’escalation verbale – e, si auspica, solo verbale – che ha già registrato un picco nella disputa pubblica tra Trump e l’ex presidente russo Dmitry Medvedev. Quest’ultimo, con un post su X aveva dichiarato che «ogni nuovo ultimatum è una minaccia e un passo verso la guerra». In risposta, Trump ha ordinato lo spostamento di due sottomarini nucleari in aree strategiche, in un gesto chiaramente intimidatorio volto a dimostrare la determinazione americana. 

Nel frattempo, la situazione diplomatica resta incerta. Dopo la partenza dell’ambasciatrice Lynne Tracy a fine giugno, la Casa Bianca non ha ancora nominato un nuovo ambasciatore a Mosca, mentre i segnali di normalizzazione sembrano subire un’involuzione. La nomina dell’ambasciatore Alexander Darchiev da parte russa e l’apparente apertura iniziale della presidenza Trump avevano lasciato intravedere la possibilità di un “reset” nelle relazioni bilaterali. Tuttavia, gli ultimi sviluppi indicano che la strada verso una distensione duratura resta lunga e accidentata.

Il successo di un processo negoziale stabile dipenderà dalla reale volontà delle parti di superare le profonde divergenze e impegnarsi in un dialogo costruttivo, che potrebbe richiedere concessioni anche a scapito di altri attori. La comunità internazionale osserva con attenzione, consapevole che un cambiamento negli equilibri tra Stati Uniti e Russia avrebbe ripercussioni globali. In un contesto di tensione elevata, la diplomazia resta l’unico strumento credibile per evitare derive pericolose e costruire nuovi spazi di cooperazione tra le grandi potenze.

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