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“Noi il popolo siamo il governo”. Il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Biden

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Lo scorso 29 aprile Biden ha tenuto il suo primo discorso alla seduta congiunta del Congresso a 100 giorni dall’inizio del suo mandato. Con la pandemia quasi alle spalle, il presidente ha enunciato i suoi piani per il futuro della nazione

Articolo precedentemente pubblicato nell’ottavo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Nel 1981, durante la sua prima inaugurazione presidenziale, Ronald Reagan pronunciò una frase destinata ad essere una dei suoi più duraturi lasciti ideologici. “The government is the problem” divenne il mantra della Reaganomics e si impose come verità assoluta nel dibattito americano fino al punto di spingere anche i presidenti democratici successivi, a partire da Clinton, a tenere il governo più lontano possibile dalla vita economica del paese. “The era of big government is over”, sentenziò Clinton nel suo discorso al Congresso nel 1996. Ma i tempi sono cambiati. Il Washington Consensus del futuro, le posizioni economiche raccomandate dall’IMF e dalla World Bank, potrebbero finalmente distanziarsi da un neo-liberismo assoluto.

Un nuovo paradigma?

Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione – la tradizione presidenziale di rivolgersi al Congresso riunito annualmente (nel primo anno di presidenza tecnicamente è chiamato “Discorso davanti la seduta congiunta del Congresso) – Biden ha a suo modo dato una risposta alle parole di Reagan di 40 anni prima, seppur con un linguaggio diretto e poco ideologico. “È tempo di ricordare che noi il popolo siamo il governo, voi e io. Non un potere in una capitale lontana. Non un forte potere su cui non abbiamo autorità”. E proprio l’azione governativa è quello che Biden, nelle varie parti del suo discorso, ha proposto come risposta ai problemi che affliggono l’America di oggi. Presentando ogni misura proposta come derivata dal senso comune, piuttosto che da dottrine economiche, il presidente ha delineato i suoi svariati programmi di spesa per stimolare l’economia americana, superare la pandemia e ridurre le disuguaglianze. 

Biden ha iniziato riconoscendo l’importanza della presenza dietro di lui della prima vice-presidente donna nella storia americana, Kamala Harris, affiancata dalla prima Speaker della Camera donna, Nancy Pelosi. Ha poi continuato riassumendo i risultati dei suoi primi 100 giorni in carica, evidenziando il successo del piano vaccinale e del suo piano di aiuti economici come uno dei più grandi risultati nella storia degli Stati Uniti. Tuttavia, ritiene che sia necessario fare di più, motivati dalla competizione cinese, per “vincere il 21esimo secolo”.

Dopo aver elencato una serie di importanti conquiste americane dovute agli investimenti pubblici, come lo sbarco sulla Luna o la Ferrovia Transcontinentale, Biden ha svelato quello che ha definito “il più grande piano di lavori pubblici dalla Seconda Guerra Mondiale”. Con l’intento di creare nuove infrastrutture, garantire griglie idriche senza piombo, portare internet ad alta velocità a tutti gli americani, ammodernare la rete elettrica, fornire assistenza ad anziani e disabili attraverso caregiver professionali e combattere il cambiamento climatico, l’American Jobs Plan creerebbe milioni di posti di lavoro ben retribuiti e soprattutto destinati alle fasce che più hanno sofferto i cambiamenti economici portati dalla globalizzazione degli ultimi quarant’anni. Probabilmente, affermando che il 90% di questi posti di lavoro non dovrebbero richiedere una laurea, Biden si stava rivolgendo proprio ai cittadini bianchi senza educazione universitaria, che negli ultimi anni si erano rivolti al trumpismo per cercare una soluzione alla propria perdita di privilegi e status economico. Posizionandosi contro l’outsourcing della produzione all’estero, ha cercato di evidenziare i benefici di investimenti nel green anche da un punto di vista economico e patriottico: “Non c’è alcuna ragione per cui le pale delle turbine eoliche non possano essere costruite a Pittsburgh invece che a Pechino. Nessuna.”

“La classe media ha creato questo paese e i sindacati hanno creato la classe media.”

Il discorso di Biden è, per alcuni versi, più vicino ad uno del 1944 piuttosto che a quello di Reagan. Roosevelt, nel suo penultimo State of the Union, delineò la volontà di scrivere un secondo Bill of Rights, che garantisse anche i cosiddetti diritti economici, oltre a quelli politici tutelati dalla costituzione americana. Roosevelt voleva che ad ogni cittadino americano fosse fornito un lavoro dignitoso con una paga che garantisse un buon tenore di vita, una sufficiente educazione, una casa, assistenza sanitaria e sociale e protezione da pratiche di concorrenza sleale o monopolistica (la morte di Roosevelt impedì la realizzazione di un progetto del genere). Con uno spirito simile, Biden ha deciso di puntare sul benessere socio-economico della classe media a discapito dei più ricchi. Ha dichiarato che nessuno, lavorando almeno 40 ore a settimana, dovrebbe vivere sotto la soglia di povertà. Per impedirlo, vuole passare leggi per alzare il salario minimo, garantire i diritti sindacali e colmare il gender pay gap (ovvero il divario fra il salario maschile e quello femminile, sia all’interno dello stesso lavoro, che al livello di divisione delle occupazioni nella società). Inoltre, la ricerca pubblica, anche militare e medica, è stata descritta come essenziale per la nazione, per aumentare la produttività e tenere testa alla minaccia cinese. L’America di Biden non può essere superata sul piano educativo e per questo il Family Plan Act garantirà l’accesso all’asilo e aumenterà i sussidi alle famiglie, per aumentare il livello di istruzione e combattere la bassa natalità.

La parte successiva del discorso contiene alcune dichiarazioni programmatiche che, qualora realizzate, hanno la potenzialità di essere considerate storiche. Scagliandosi contro le grandi multinazionali e l’1% più ricco della popolazione americana, colpevoli di non pagare le tasse quasi completamente e di essersi enormemente arricchiti durante la pandemia che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, Biden ha dichiarato che saranno gli unici su cui alzerà il carico fiscale. Facendo una presa di posizione che una volta sarebbe stata definita keynesiana: “L’economia dall’alto verso il basso non ha mai funzionato ed è tempo di far crescere l’economia dal basso e dal mezzo”. 

Fine dell’isolazionismo?

Il presidente ha espresso la sua volontà di riaffermare la presenza dell’America come nazione leader nel panorama mondiale, per riaffermare – a discapito degli stati autoritari – che “la democrazia funziona ancora”. Anche la sua politica estera vuole essere a beneficio della classe media. Questo include la lotta internazionale al cambiamento climatico, l’evitare una escalation con la Russia e la Cina ma allo stesso tempo rispondendo duramente a violazioni dei diritti umani e il ritiro a settembre dall’Afghanistan. 

La più grande minaccia terroristica per gli americani è, secondo Biden e le agenzie di intelligence americane, il suprematismo bianco. Ha inoltre ricordato l’anniversario della morte di George Floyd come occasione per pensare ad una riforma che possa risolvere il problema del razzismo sistemico, in particolare nelle forze dell’ordine. A questo andrebbe accompagnata una legislazione per proteggere le minoranze asiatiche e LGBTQ+ e per sconfiggere la violenza contro le donne. Infine, il presidente ha fatto appello alla morale comune per cercare di convincere una parte dei senatori del GOP a negoziare una riforma delle armi che possa limitare il numero di stragi che avvengono ogni anno nel paese. Questo punto sarà probabilmente centrale nell’agenda di Biden del prossimo anno. 

Complessivamente, l’intero discorso ha come leitmotiv un sentimento di unione contro gli ostacoli comuni, incitando a superare le divisioni per il benessere della nazione di fronte a sfide esistenziali. “Abbiamo guardato negli occhi l’insurrezione e l’autocrazia, la pandemia e il dolore, e Noi il Popolo non abbiamo tentennato.”

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