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Il doppio effetto delle sanzioni sul Niger e la divisione in blocchi dell’Africa Occidentale

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A partire dallo scorso luglio, il Niger si trova sotto pesanti sanzioni imposte sia dalla Comunità Economica dell’Africa Occidentale che da altri attori internazionali come l’Unione Europea. I Paesi membri dell’ECOWAS (escluse le nazioni golpiste di Mali, Burkina Faso e Guinea) assieme ai membri del West African Economic and Monetary Union hanno inoltre chiuso i confini terrestri con Niamey, bloccato ogni tipo di aiuto e finanziamento e congelato gli asset bancari nigerini e non sembrano al momento intenzionati a porre fine a questo regime punitivo, intensificando così una crisi umanitaria e alimentare che da tempo si protrae nel Paese. Oltretutto, le azioni dei membri dell’ECOWAS si sono ripercosse anche sulle proprie economie interrompendo l’import/export col Niger, bloccando le supply chain locali e intaccando la qualità della vita dei propri cittadini risiedenti lungo il confine col Niger stesso. Contemporaneamente, Niamey sta intessendo rapporti sempre più stretti con Mali e Burkina Faso non solo a livello militare ma anche economico, un problema in più per i Paesi dell’Africa Occidentale che rischiano di dividersi in due blocchi antagonisti.

Il Niger dopo cinque mesi di sanzioni

La reazione dell’ECOWAS riflette più o meno direttamente il preciso volere politico della Nigeria di mostrarsi come leader forte e autorevole dell’organizzazione, alla luce del fatto che il presidente Tinubu, allo scoppio del golpe, si era appena insediato sia come nuovo presidente della Nigeria che come presidente di turno dell’ECOWAS. I capi di Stato degli altri Paesi membri, non solo hanno riconosciuto la guida di Tinubu a livello politico, ma anche dinnanzi all’eventualità di un intervento militare, consci del fatto che la Nigeria rappresenta la più grande forza armata dell’Africa Occidentale.

Nonostante questo doppio riconoscimento, Tinubu e l’ECOWAS sembrano aver forzato troppo la mano e aver provocato effetti indesiderati non solo in Niger, ma anche negli altri Paesi limitrofi come Ghana, Benin o la stessa Nigeria: per quanto riguarda Abuja, la chiusura dei confini ha completamente paralizzato ogni forma di commercio transfrontaliero bloccando i rifornimenti e le attività commerciali dei villaggi di confine, aumentando così il disagio economico-sociale ed esacerbando problemi umanitari radicati da diverso tempo nell’area. Sul fronte politico, invece, l’interruzione improvvisa di ogni contatto diplomatico ha stroncato la cooperazione bilaterale in funzione antiterroristica.

Allo stesso tempo, i civili sono coloro che stanno pagando il prezzo più alto di queste sanzioni a causa di un inasprimento dell’insicurezza alimentare e della difficoltà delle ONG di arrivare sul campo e portare attivamente soccorso alla popolazione: la giunta nigerina ha reso pressoché impossibile l’accesso alle ONG nel Paese impedendone l’arrivo da Benin e Togo e costringendole a passare per il Burkina Faso, ritenuto tuttavia troppo pericoloso per essere attraversato.

Nonostante il Niger continui a commerciare con i suoi alleati militari, in particolare Ciad e Burkina Faso, la stragrande maggioranza dei prodotti di importazione dai quali dipende la popolazione proviene dai porti di Nigeria e Benin, ora inaccessibili. Ne consegue che nei mercati del Paese sono improvvisamente spariti generi alimentari, medicine, zucchero, fertilizzanti e olio, mentre i prezzi dei pochi articoli disponibili sono inevitabilmente schizzati alle stelle. Un secondo risultato ben visibile sono i cali di corrente che hanno colpito tutto il Paese, inclusa la capitale, costringendo i negozianti a ricorrere all’uso di generatori e consumando così il poco carburante disponibile. Se intere attività sono state costrette a chiudere a causa delle lacune energetiche e dell’impossibilità di coprire i costi legati al mantenimento dei generatori, un altro fattore poco considerato è quello della conservazione dei cibi: senza elettricità i frigoriferi non funzionano e il poco cibo disponibile viene spesso buttato. 

Per quanto riguarda la politica interna, non sappiamo ancora con precisione quale sia la posizione della popolazione in merito alle sanzioni. Ad agosto un sondaggio di Premise Data dava la giunta con un indice di gradimento del 79%, tuttavia il pool intervistato era molto piccolo e forse ancora inebriato dalla svolta anticoloniale (e soprattutto antifrancese) che aveva pervaso il Niger; in aggiunta a ciò, le sanzioni non avevano ancora manifestato i propri effetti. Ad oggi è impossibile interpretare i sentimenti della società civile anche perché il regime sta esercitando un forte controllo sulla popolazione. In politica estera invece, la giunta militare ha chiesto alla Corte di Giustizia dell’ECOWAS ad Abuja di cancellare le sanzioni definendole troppo pesanti se paragonate a quelle imposte ai vicini di Niamey negli anni precedenti. La risposta è stata perentoria: l’ECOWAS non riconosce il governo della giunta militare; pertanto, le sue istanze non possono essere accolte né tantomeno ascoltate dalla Corte.

Spiragli di dialogo

Eppure, qualcosa sembra si stia muovendo: il 10 dicembre i membri non sospesi si sono incontrati ad Abuja e, stando alle dichiarazioni del presidente della commissione dell’ECOWAS Omar Touray, Benin, Togo e Sierra Leone hanno deciso di esplorare la possibilità di interloquire con la giunta nigerina riguardo alla transizione democratica nel Paese e al conseguente alleviamento delle sanzioni. Qualora il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) dovesse rifiutare le condizioni proposte dell’ECOWAS, le sanzioni perdurerebbero. Benin, Togo e Sierra Leone hanno inviato i rispettivi presidenti a negoziare un accordo per un veloce ritorno alla democrazia, la definizione degli organi addetti a tale transizione e l’istituzione di un organismo di controllo e vigilanza, oltre all’immediato rilascio del presidente eletto Bazoum. L’incontro si è concluso in un nulla di fatto alla luce della proposta dei militari di riportare il Niger allo stato democratico nell’arco di tre anni, ritenuti eccessivi dagli inviati dell’ECOWAS. Inoltre, a sottolineare la volontà dei Paesi dell’Africa Occidentale di riattivare un vero dialogo con le giunte saheliane ci ha pensato il presidente Tinubu, il quale sta operando assieme agli Stati Uniti per raggiungere una soluzione democratica nella regione.

Due giorni prima del summit di Abuja il generale Tiani, capo del CNSP, si è recato in Togo: il Niger vede nel presidente togolese Gnassinbé un possibile facilitatore del dialogo tra Niamey e la comunità internazionale. I due Paesi hanno raggiunto un accordo per l’apertura di un’ambasciata togolese in Niger e la facilitazione dei rifornimenti terrestri lungo l’asse Lomé-Ouagadougou-Niamey. 

Fondamentale è stata anche la voce delle ONG e delle agenzie umanitarie che hanno chiesto per mesi la riapertura del confine col Benin tramite una petizione firmata anche da organizzazioni di rilevanza internazionale come Oxfam e Save the Children. Le ONG lamentano un significativo peggioramento delle condizioni di vita dei nigerini a seguito delle sanzioni che da agosto precludono l’ingresso di medicinali e cibo, mentre si stima che tra ottobre e dicembre circa due milioni di persone si siano trovate in uno stato di insicurezza alimentare che ha costretto centinaia di migliaia di persone a spostarsi in cerca di una qualunque forma di sussistenza. L’ECOWAS ha risposto che i Paesi membri hanno garantito il passaggio delle attrezzature necessarie e ha puntato il dito contro la giunta militare accusandola di bloccare gli aiuti umanitari e di impedire alle ONG di svolgere il proprio lavoro.

La nascita di un nuovo blocco

Mentre non sembra esserci una vera e propria decisione riguardo alla fine delle sanzioni se non alle condizioni dell’ECOWAS, il Niger si allontana sempre di più dagli ex partner a favore di Mali e Burkina Faso: a settembre il Paese si è unito alle giunte maliane e burkinabé nell’Alleanza degli Stati del Sahel, un accordo di difesa militare e supporto reciproco. I due Paesi hanno inoltre continuato a mandare aiuti al Niger nonostante anch’essi siano da tempo soggetti a sanzioni, rafforzando così la propria immagine agli occhi della popolazione e solidificando la partnership con Tiani, il quale ha recentemente dichiarato che l’alleanza deve evolversi in un’organizzazione di cooperazione militare, economica, politica e monetaria. La proposta di Tiani è stata accolta favorevolmente da Traorè e Goita e a novembre i ministri delle finanze dei tre Paesi si sono riuniti per discutere di integrazione economica, securitaria, finanziaria, sviluppo industriale e sostegno energetico e alimentare. Tra gli argomenti trattati spiccavano la creazione di un’unione monetaria, di una banca centrale per gli investimenti e di un fondo comune per far fronte agli shock. Pochi giorni dopo, anche i Ministri degli Esteri si sono incontrati e hanno addirittura ipotizzato l’istituzione di una confederazione saheliana.

Tali dichiarazioni non servono soltanto a mandare un messaggio all’ECOWAS e a proteggersi dalle azioni dell’organizzazione stessa, ma anche a cancellare definitivamente ogni traccia del passato coloniale francese come il Franco CFA.

Gli effetti collaterali nei Paesi sanzionatori

Una possibile soluzione verso la riappacificazione, dunque, potrebbe essere la revisione delle sanzioni al fine di colpire solo quegli asset che sono direttamente collegati al governo nigerino senza arrecare danni alla popolazione civile. Il Sahel è una regione particolarmente porosa dove le regioni di confine intessono vivaci legami di interdipendenza economica e sociale; per questo motivo la chiusura delle frontiere col Niger si è dimostrata non solo una punizione verso la popolazione nigerina, ma anche quella nigeriana composta perlopiù da agricoltori e lavoratori informali o stagionali che dipendono dai movimenti transfrontalieri. A riprova dell’intersezionalità delle problematiche saheliane basti pensare alle regioni nigeriane di Borno e Yobe: esse versano da tempo in una forte condizione di insicurezza alimentare e sono oltretutto geograficamente collocate in prossimità del bacino del Lago Ciad, tristemente noto per la sua invivibilità dovuta a cambiamento climatico, conflitti etnici e la presenza di milizie jihadiste come Boko Haram.

La chiusura dei confini ha dunque esacerbato questa precaria situazione a cui si aggiunge lo spettro del collasso economico del Niger che costringerebbe migliaia di rifugiati ad oltrepassare il confine, dilagando in queste regioni.

La Nigeria non è l’unico Paese ad aver subito le ripercussioni delle proprie azioni. Ad esempio, il Benin ha un forte rapporto commerciale col Niamey dato che circa il 70% del volume di merci che arrivano al porto di Cotonou sono prodotti destinati al Niger. Il Ghana, nel 2021, rappresentava quasi il 10% dell’export nigerino, mentre la quasi totalità delle importazioni del Niger proveniva da Nigeria (34%) Costa d’Avorio (13%), Togo (12%), Ghana (11%) e Benin (6%).

Diventa quindi evidente che questi Paesi si siano preclusi un mercato importante, indebolendo le proprie economie e generando malcontento tra tutte le categorie coinvolte nelle attività indirettamente colpite dalle sanzioni.

La situazione politica nel Sahel diventa più incerta giorno dopo giorno e non sembra esserci una soluzione a breve termine. I Paesi dell’ECOWAS non sono disposti a fare sconti al Niger, il quale a propria volta non vuole andare incontro a nessuna delle richieste avanzate dall’organizzazione se non attraverso Togo, l’unico amico rimasto all’interno del blocco economico. ECOWAS e giunte saheliane sono ormai agli antipodi e la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel potrebbe intensificare le tensioni nella regione dividendola in due blocchi opposti rendendola ancora più volatile e insicura.

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