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TematicheItalia ed EuropaNext Generation EU: le posizioni di Spagna e Portogallo

Next Generation EU: le posizioni di Spagna e Portogallo

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Spagna e Portogallo hanno espresso dubbi in merito alla possibilità di accettare la quota di prestiti prevista dal Next Generation EU. Alla vigilia della presentazione dei recovery plan, non è ancora chiaro se questi paesi faranno ricorso ai prestiti. La nascita dell’esecutivo Draghi potrebbe cambiare la posizione dell’Italia, portandola sulla linea dei paesi iberici.

Le titubanze dei paesi iberici

La scadenza entro la quale i paesi europei dovranno consegnare i progetti definitivi dei recovery plan (i piani di ripresa finanziati dal Next Generation EU) è fissata al 30 aprile, sebbene sia previsto un margine di flessibilità. A poche settimane da questa scadenza non è ancora chiaro quanta parte dei fondi del NGEU verrà utilizzata dai paesi iberici. Durante gli ultimi mesi del 2020 infatti, i governi di Spagna e Portogallo hanno dichiarato che potrebbero non utilizzare le quote di loans (prestiti) che ammontano rispettivamente a circa 70 e 10 miliardi. Entrambi i paesi faranno utilizzo della parte di grants (sovvenzioni) che per la Spagna è di circa 70 miliardi e per il Portogallo ammonta a circa 15 miliardi. A novembre il ministro spagnolo dell’Economia Nadia Calvino ha annunciato che la Spagna utilizzerà tutti i 140 miliardi di NGEU, impiegando i prestiti solamente a partire dal 2023, anno delle elezioni politiche. L’eventuale ricorso ai prestiti sarà probabilmente centrale nel dibattito politico che precederà le elezioni, determinando un ampio grado di incertezza sull’effettivo utilizzo dei prestiti da parte della Spagna.

Le ragioni per rifiutare

L’incertezza di Spagna e Portogallo in merito ai prestiti è dovuta al timore che questi determinino un aumento eccessivo del debito che nel 2020 ha raggiunto rispettivamente il 120,3% e il 135,1% nel rapporto debito/PIL. Un ulteriore indebitamento potrebbe essere un problema per diverse ragioni. Sappiamo che il patto di stabilità e crescita (PSC) è stato sospeso fino alla fine del 2021, ma se le regole del PSC fossero ripristinate come erano prima della pandemia, la Spagna e il Portogallo si troverebbero di fronte alla possibilità di cadere sotto il controllo di Bruxelles, perdendo la sovranità in materia di finanza pubblica. Se la BCE riducesse il suo programma di acquisti di titoli pubblici, lo scenario sarebbe altrettanto pericoloso per questi due paesi, che potrebbero sperimentare un aumento dei tassi di interesse tale da rendere insostenibile il loro debito pubblico. Un altro motivo per rifiutare i prestiti NGEU è la possibilità di emettere debito finanziato tramite tradizionali emissioni di titoli a livello nazionale. Questo debito sarebbe libero da condizionalità e vincoli di spesa e potrebbe essere utilizzato per il welfare e altre spese correnti, i governi manterrebbero così la possibilità alimentare il consenso politico senza dover rendere conto a Bruxelles.

Le ragioni per accettare

Molte sono le ragioni per accettare i prestiti del NGEU. Prima di tutto gli interessi da pagare sono inferiori a quelli che la Spagna e il Portogallo dovrebbero pagare se decidessero di emettere debito proprio. In secondo luogo, questo nuovo debito legato ai prestiti, avendo una scadenza molto lunga, risulterebbe più sostenibile rispetto alle tradizionali forme di indebitamento. Inoltre le aree in cui i paesi possono investire i soldi dee NGEU sono ampie, questo consente ai governi di scegliere come adattare gli investimenti alle esigenze dei loro paesi.

Scenari europei

Guardando al quadro politico dell’UE, osserviamo che il patto di stabilità e crescita (PSC) è sospeso fino al 2022. Al momento, nonostante le pressioni dell’ala rigorista dei paesi nordici, è ragionevole immaginare che le regole del PSC saranno reintrodotte con delle modifiche che le renderanno più flessibili rispetto alla situazione pre-pandemia. L’Europa è a un punto di svolta. Tra i leader europei è maturata la consapevolezza della necessità di una nuova governance economica per far fronte al mutato scenario di aumento del debito. Molti politici europei, ma anche istituzioni tra cui l’European Fiscal Board, stanno discutendo sulla possibilità di modificare il PSC con regole meno stringenti. La presidente della BCE Christine Lagarde e l’EFB suggeriscono che il ‘NGEU diventi uno strumento permanente che costituisca il punto di partenza per un bilancio comune europeo dotato di una propria capacità fiscale. Il programma PEPP, che prevede l’acquisto da parte della BCE di 1850 miliardi di titoli privati ​​e pubblici, tra marzo 2020 e marzo 2022, è implicitamente legato all’NGEU. Per questo motivo è ragionevole aspettarsi che, almeno nel futuro prossimo, la BCE mantenga questa politica monetaria espansiva che sta sostenendo i paesi più indebitati.

I bassi tassi di interesse dei paesi ad alto debito sono infatti dovuti agli interventi della BCE. Senza il PEPP (136,3 miliardi di titoli italiani, 89,9 miliardi di titoli pubblici spagnoli e 17,3 miliardi di titoli pubblici portoghesi acquistati dalla BCE tra marzo 2020 e gennaio 2021) paesi come Italia, Spagna e Portogallo sperimenterebbero sicuramente tassi di interesse più elevati sui loro debiti, con conseguenti problemi a finanziarsi sui mercati. In questo quadro di sostegno della BCE ai paesi indebitati, se un paese decidesse di finanziarsi con le proprie risorse, emettendo un proprio debito per le spese correnti e non accettasse i prestiti a tassi inferiori del NGEU, potrebbe in qualche misura essere accusato di azzardo morale, approfittando dell’intervento della BCE.

Tale comportamento è tuttavia molto improbabile a causa della governance del NGEU. Infatti, tutti i piani di ripresa dovranno essere valutati dalla Commissione e approvati dal Consiglio Europeo. Questa procedura dovrebbe garantire un corretto utilizzo dei prestiti NGEU per investimenti, impedire che le sovvenzioni vengano utilizzate per investimenti improduttivi e spingere gli Stati membri ad una sorta di controllo reciproco, impedendo ai paesi di compiere l’azzardo morale

La situazione italiana

Al novero dei paesi titubanti sui prestiti potrebbe aggiungersi l’Italia, che inizialmente sembrava non mettere in dubbio il loro utilizzo. Il quadro di finanza pubblica dell’Italia si trova in una situazione peggiore rispetto a quella dei due paesi iberici. Ciò a causa del debito pubblico elevato, circa il 158 % del PIL dopo la crisi Covid, e dello spread che in autunno viaggiava attorno ai 135 punti base. L’arrivo di Mario Draghi alla guida del Governo ha determinato infatti un notevole calo dello spread, che è sceso fino a circa 90 punti base, il minimo storico dal 2015, avvicinandosi così ai valori di Spagna e Portogallo. Nel suo discorso di insediamento, Mario Draghi ha detto che il ricorso ai prestiti è legato agli obiettivi di finanza pubblica. Questo passaggio è stato interpretato come una apertura all’eventualità che l’Italia possa seguire Spagna e Portogallo ed evitare in parte la quota dei Prestiti che per l’Italia ammonterebbe a circa 127 miliardi, privilegiando almeno in un primo momento l’utilizzo degli 80 miliardi di sussidi.

Conclusioni

Se questi paesi riusciranno a presentare dei recovery plan che siano credibili, in grado di assorbire le ingenti risorse dei prestiti in modo produttivo per investimenti strutturali, seguendo gli orientamenti della Commissione Europea, un aumento del debito non sarà un problema in quanto verrebbe compensato da una adeguata crescita del PIL.

L’incertezza sui prestiti evidenzia una sfiducia dei governi di questi paesi nella capacità dei loro apparati amministrativi di spendere questi denari in modo efficiente in un arco di tempo relativamente breve (le ultime tranches del NGEU saranno erogate nel 2026). Non è per niente scontato infatti che i governi riescano a investire i fondi in modo da ottenere una crescita che sia superiore al relativo aumento del debito pubblico.

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