New Delhi, Pechino e Islamabad: il Kashmir al centro del triangolo strategico

Il 5 agosto dello scorso anno ha segnato una data fondamentale per la storia del Kashmir, la regione più militarizzata al mondo, al confine con il Pakistan, dove da decenni il desiderio di indipendenza dallo stato centrale si scontra con una feroce repressione.

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Dal 1987 ha avuto inizio nella regione un’insurrezione armata che dura ancora oggi contro il governo indiano e che ha causato oltre settantamila vittime. Centinaia di migliaia di kashmiri hanno deciso di scendere in piazza scatenando la reazione del governo indiano che ha represso ogni tentativo di ribellione con inaudita violenza. Il Kashmir, amministrato dall’India dal 1947, guadagna da allora una certa autonomia grazie all’articolo 370 della costituzione, che gli garantisce uno statuto speciale: un primo ministro, una bandiera e una propria assemblea legislativa, mentre l’India ne controlla gli affari esteri, la difesa e le comunicazioni. Qualsiasi legge indiana ha bisogno dell’approvazione del Kashmir per essere applicata nella regione.

Tutto ciò fino alla mezzanotte del 5 agosto 2019 quando il governo indiano ha messo fine all’autonomia della regione lanciando una campagna di repressione militare feroce. La regione è stata isolata dal resto del mondo tramite l’oscuramento di internet, e l’interruzione delle linee telefoniche ha impedito qualsiasi forma di comunicazione. Alla gente è stato vietato di incontrarsi, di riunirsi, ai familiari di poter comunicare, gli uffici e le scuole sono stati chiusi, ogni forma di protesta brutalmente sedata. Moltissimi tra politici, persone comuni, attivisti e imprenditori sono stati arrestati e sottoposti a detenzione preventiva.

Il giorno seguente il parlamento Indiano ha approvato una legge che ha privato lo stato di Jammu e Kashmir dell’autonomia e dello statuto speciale abrogando unilateralmente l’articolo 370 della costituzione indiana. Oltre all’abolizione dell’articolo, la legge prevede di dividere lo stato in due territori federali, Jammu e Kashmir e Ladakh, ufficialmente per motivi di sicurezza e per promuovere lo sviluppo economico, in realtà per aumentare il controllo. In base a questa legge infatti il Ladakh non avrà un suo parlamento e sarà governato direttamente da New Delhi.

La decisione del governo indiano guidato dal Primo ministro Modi ha scatenato innanzitutto la reazione del vicino Pakistan e della Cina, e ha suscitato la preoccupazione della comunità internazionale che ha invitato l’India e il Pakistan, che a sua volta rivendica il controllo del Kashmir, ad agire con prudenza. A suscitare particolare timore nei due vicini asiatici sono state le affermazioni nel parlamento indiano del ministro dell’interno Amit Shah che ha dichiarato di “essere pronto a dare la vita” per conquistare i territori che l’India definisce come “Kashmir occupato dal Pakistan” e facendo riferimento anche alla regione dell’Aksai Chin, territorio controllato dalla Cina dal 1962. Il ministro si è così addentrato in una questione molto delicata come quella dei confini che separano tre potenze nucleari e che sono motivo ancora oggi di grande tensione. A tali affermazioni il governo cinese ha risposto invitando l’India a “usare prudenza sia nelle parole sia nei fatti per quanto riguarda il confine.”

In Pakistan alla diffusione della notizia è esplosa la rabbia nei confronti dell’India, con proteste che hanno toccato la capitale Islamabad e la capitale commerciale Karachi. Il Pakistan ha inoltre condannato la decisione giudicandola destinata a inasprire ulteriormente le tensioni tra i due paesi rivali e ha affermato di essere pronto ad intervenire per tutelare i diritti della regione. Il primo ministro Imran Khan in una dichiarazione del governo ha ordinato non solo che venissero sospesi tutti gli scambi commerciali tra i due paesi, ma anche che tutti i canali diplomatici venissero attivati​ “per smascherare la brutalità del regime razzista indiano e le violazioni dei diritti umani”.

Il governo indiano ha celebrato la notizia come una vittoria della Nazione guidata da Modi e dal suo partito nazionalista indù, il Bharatiya janata party (Bjp), sottolineando l’importanza dei cambiamenti introdotti nello statuto amministrativo del Jammu e Kashmir e dichiarando che l’obiettivo è quello di garantire la sicurezza, promuovere una buona attività di governo, la giustizia sociale e lo sviluppo economico. Il premier Narendra Modi, all’indomani dell’approvazione della legge, ha affermato inoltre che l’autonomia della regione ne impediva la piena integrazione al resto della nazione.

Ma nonostante ciò, ad un anno di distanza, la ricorrenza non è stata accompagnata da alcun festeggiamento. L’India infatti si trova in una situazione interna molto delicata che la porta ad agire con prudenza e a concentrare tutti gli sforzi interni nell’affrontare tre crisi contemporaneamente, una sanitaria dovuta allo smisurato avanzare della pandemia che risulta sempre più fuori controllo, una economica e una diplomatica. Per utilizzare le parole della scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy: “L’India ha un drago sull’uscio di casa, e non è per nulla benevolo.” Il 16 giugno il paese si è svegliato con la notizia dell’assassinio di venti soldati indiani da parte dell’esercito cinese tra i ghiacci della remota valle di Galwan, al confine tra il Ladakh e la Cina. Nei giorni successivi, nonostante entrambe le parti siano intervenute per stemperare la tensione, ancora oggi la questione risulta poco chiara e i movimenti lungo la Linea Attuale di Controllo (Lac) continuano.


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È necessario notare inoltre che nonostante la causa ufficiale dell’incidente sia stata la costruzione di una strada nella valle di Galwan, un altro motivo rilevante dello scontro risiede in un’altra strada, quella che costituisce una parte fondamentale della via della Seta, il Corridoio economico Sino-Pakistano. La strada, costruita da Pechino nella regione fra il Ladakh e il Kashmir, scende attraversando il Pakistan fino ad arrivare sulle coste dell’Oceano Indiano, attraversando anche il Kashmir amministrato dal Pakistan. Si potrebbe supporre dunque che la Cina non abbia apprezzato le affermazioni del ministro dell’interno indiano e tantomeno che il Bjp, abbia cancellato l’autonomia del Kashmir e sia intervenuta quindi per proteggere i propri interessi probabilmente minacciati.

La particolare preoccupazione della Cina è infatti apparsa evidente dalle affermazioni del rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite Zhang Jun il quale in un’intervista ha sottolineato più volte che la questione del Kashmir dovrebbe essere adeguatamente risolta in modo pacifico in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e gli accordi bilaterali pertinenti. Ha inoltre sottolineato che sia l’India che il Pakistan hanno entrambi ottime relazioni con la Cina, e che essendo entrambi grandi paesi in via di sviluppo necessitano di mettere al primo posto lo sviluppo nazionale.

La Cina invita pertanto entrambe le parti a mettere la pace e la stabilità nell’Asia meridionale come la massima priorità, a gestire adeguatamente le problematiche storiche, ad evitare azioni unilaterali e risolverle in modo pacifico attraverso il dialogo.