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I negoziati riprendono ma la musica è diversa e stavolta dirige Teheran. Cosa aspettarsi

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I negoziati fra l’Iran e le controparti occidentali (E3 + Cina + Federazione Russa – gli Stati Uniti sono rappresentati indirettamente) hanno seguito andamenti tortuosi e si sono interrotti mesi fa, dopo le elezioni persiane, per riprendere il 29 novembre.

La situazione fotografata prima dell’estate era quella di un Iran ancora a guida Rouhani (uscente) interessato ad un reintegro effettivo del Paese nel consesso mondiale (per il quale aveva svolto intense azioni di riforma ed iniziato il processo di confronto con la Comunità internazionale, formalmente “sul nucleare”), ma profondamente avversato da un’Amministrazione statunitense repubblicana molto vicina ad Israele ed apertamente opposta alla normalizzazione dei rapporti. E’ opinione di chi scrive che l’Iran sia un Paese con caratteristiche culturali e storiche tali da farne un membro integrabile del consesso occidentale, sebbene con caratteristiche proprie, attraverso l’unica possibile via del reintegro effettivo del Paese ai commerci e ad un’effettiva ripresa degli scambi con il resto del mondo. Chi conosce l’Iran sa bene che nessuna vera riforma di quel Paese può partire se non dal suo interno e mai per influsso esterno, e che l’apposizione di sanzioni – sebbene nominalmente dirette a danneggiare il vertice del Paese – non farà altro che rafforzarlo distruggendo una “classe media” che tende invece a considerarsi non solo vicina, ma addirittura affine al consesso occidentale. La Rivoluzione islamica aveva reagito alla presenza di un Monarca che si riteneva responsabile dell’umiliazione del Paese e del suo asservimento verso Potenze straniere – o, meglio per un Paese della cultura e dell’orgoglio dell’Iran: dell’asservimento a modelli culturali non persiani, imposti dall’esterno. Ecco perché per comprendere l’Iran attuale è più utile studiare i primi anni ’50 che i tardi ’70. I negoziati riprendono con difficoltà. L’ idea più plausibile è che l’Iran abbia assolutamente desiderio di addivenire ad un accordo, ma che voglia venderlo prezzi molto alti e certamente solo dopo aver avuto garanzie sulla posizione americana: non vogliono certo un secondo ritiro statunitense, e desiderano avere rassicurazioni sul quadrante di riferimento (il Golfo Persico, l’Oceano Indiano, il Mediterraneo Orientale). Il 25 aprile scorso, la pubblicazione da parte di un’emittente controllata da un cittadino saudita di un audio di circa 3 ore relativo ad un colloquio avvenuto fra l’allora Ministro degli Esteri Iraniano Zarif ed un economista persiano (geopolitica.info ne ha parlato in questo stesso “speciale”) fece luce sull’invadenza dei Guardiani nelle questioni di politica estera. Zarif criticava l’intervento militare iraniano in Siria come voluto dai Guardiani stessi ed in massima parte dovuto a desiderata russi, sottolineando come quella dei Guardiani nel quadrante della Mezzaluna Fertile fosse una presenza anche diplomatica, di rappresentanza dello Stato persiano, utile ad una più immediata trasmissione della volontà della Guida, bypassando il suo Ministero degli Esteri. Con l’elezione di Raisi la posizione massimalista della Guida e quella dell’Esecutivo tornano a coincidere, godendo di forte appoggio parlamentare. 

Mentre gli Stati Uniti tornano a non escludere un attacco militare, il capo negoziatore Bagheri Kani asserisce che indietro non si torna e che a sabotare l’accordo sono stati gli statunitensi, ritirandosene unilateralmente. Difficile smentire questa ultima affermazione. Il ritiro americano ha fatto sì che l’Iran si sentisse autorizzato a venir meno a sua volta ad alcuni obblighi stabiliti nel 2015, aumentando nel tempo le attività di arricchimento vietate dall’accordo e costruendosi quindi una posizione negoziale di forza. Proprio quello che ci voleva per portare allo stallo negoziale. Ci sarà un attacco statunitense? Difficile, perché questo porterebbe ad un aumento del prezzo del petrolio e ad ulteriore aumento dell’inflazione, cosa che si cerca di evitare ad ogni modo anche attraverso nuovi “lockdown” apparentemente sanitari ed alla chiusura “ad orologeria” di alcune frontiere, che crea shock economici (vedi variante sudafricana). Se invece si immaginasse che un’operazione militare potrebbe essere utile a mitigare alcuni effetti negativi per l’economia mondiale, possiamo attendercelo da un momento all’altro.

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