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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoNegoziare o non negoziare: questo è il problema

Negoziare o non negoziare: questo è il problema

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A seguito del fallimento dell’offensiva estiva ucraina e dell’esplosione del conflitto nella Striscia di Gaza, in Europa e negli Stati Uniti si è iniziato a parlare apertamente della possibilità di un riprendere un negoziato con Mosca per porre fine al conflitto in Ucraina. Sebbene a livello ufficiale i governi europei e l’amministrazione Biden mantengano la linea dura verso la Russia, nel dibattito pubblico la scelta di riprendere il negoziato viene sempre più spesso presentata come un’alternativa auspicabile e realizzabile, dimenticando però la complessità della situazione internazionale che ha preceduto il conflitto e le inevitabili conseguenze che questo ha avuto. 

La situazione attuale

Da un punto di vista strettamente militare, per ammissione dello stesso Capo di Stato Maggiore ucraino, Generale Valerij Zalužnyj, il fronte è in una situazione di stallo, in virtù del mancato raggiungimento degli obiettivi minimi predefiniti dell’offensiva estiva ucraina e del mantenimento della coesione operativa e morale dell’esercito russo, che dopo le difficoltà dello scorso inverno è riuscito a contenere efficacemente la spinta ucraina. Nel corso dei mesi estivi, inoltre, si sono visti i limiti dell’addestramento fornito dalla NATO alle forze ucraine, considerato inadeguato dalle forze di Kiev a causa di una sostanziale differenza tra le dotazioni e la qualità dei soldati dei paesi occidentali rispetto ai reparti ucraini, composti da forze reclutate con una leva di massa e prive del necessario supporto aereo che è al centro delle dottrine e delle tattiche della NATO. Parallelamente, si è assistito ad un progressivo rallentamento dell’invio degli aiuti da parte dell’Occidente, che, dopo gli sforzi diplomatici profusi per creare una cordata per l’invio dei Leopard tra gennaio e febbraio, non ha mantenuto un adeguato ritmo nel sostenere l’Ucraina, in virtù di chiare difficoltà a livello industriale e della riduzione delle scorte utili ad essere inviate a Kiev. In particolare, le defezioni di Polonia e Slovacchia, i primi due Paesi europei ad esplicitare l’impossibilità di inviare ulteriori armamenti a Kiev, hanno messo in luce i limiti della disponibilità di armamenti degli Stati europei e le difficoltà nell’avviare nuove linee produttive per il sostegno a Kiev in assenza di una chiara volontà politica di procedere in questo senso. Da ultimo, gli ultimi mesi di guerra hanno dimostrato una significativa difficoltà per entrambi i contendenti nel condurre operazioni complesse su vasta scala che possano essere risolutive anche solo a livello di singoli fronti. Questo è stato il risultato di un decadimento strutturale delle capacità operative di entrambi gli eserciti che hanno ridotto le unità di manovra a singoli battaglioni o reggimenti (in alcuni casi addirittura compagnie), avendo perso, o dovuto riadattare per formare e integrare al meglio le nuove unità di leva, parti consistenti dei propri reparti professionali. 

L’insieme di questi fattori ha quindi comportato una variazione minima del territorio conquistato dall’una o dall’altra parte negli ultimi mesi e quindi lo stallo in corso. Considerando il periodo giugno-ottobre, infatti, si registra come l’esercito ucraino abbia complessivamente riconquistato 500 km2, con una variazione prossima però allo zero nel periodo agosto-ottobre. Di conseguenza, l’impossibilità di procedere oltre nella riconquista dei territori occupati, unità ad aspettative eccessivamente alte rispetto al successo dell’offensiva nei mesi precedenti alla stessa, ha comportato un senso di generale scoramento e stanchezza nel sostegno all’Ucraina, la cui vittoria sul campo, sembra oggi più lontana di quanto non fosse a seguito sul successo della controffensiva di settembre-novembre 2022. Inoltre, l’esplosione del conflitto nella Striscia di Gaza e le difficoltà interne dell’amministrazione Biden, legate alla graduale preparazione dei partiti statunitensi alle elezioni presidenziali del prossimo anno, hanno messo in luce una sostanziale difficoltà di Washington nel sostenere parallelamente Israele e Ucraina. Se il consenso verso il sostegno al primo sembra infatti essere ancora bipartisan, con l’unica significativa eccezione dell’ala radicale del Partito democratico, verso Kiev sembra essere emersa l’avversione di una componente consistente del Partito repubblicano, soprattutto di fede trumpiana. 

La presenza combinata delle due formazioni ha fatto sì che per due volte il Congresso abbia respinto delle misure di sostegno ad Israele e Ucraina, i cui provvedimenti erano stati presentati congiuntamente per tentare di bypassare il veto dell’organo legislativo con un unico voto che approvasse entrambi i pacchetti di aiuti. L’opposizione di una parte del Congresso agli aiuti a Kiev non è però riconducibile ad una avversione alla causa ucraina, bensì ad azioni di riposizionamento interno dei singoli partiti e congressmen funzionali alle prossime elezioni. Ciononostante, per Washington sostenere Kiev è diventato oggi più complesso e verosimilmente sarà sempre più difficile con l’avvicinamento delle elezioni. 

Per tali ragioni, nelle ultime settimane si è riaperto il dibattito sull’opportunità o la necessità di procedere ad un negoziato con Mosca, un confronto che è stato implicitamente confermato anche dalle dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la conversazione con i due comici russi di alcune settimane fa, durante la quale la Premier ha sottolineato le difficoltà di procedere ad un accomodamento tra le parti. Al netto delle diverse opinioni sul tema, ci sono però numerosi fattori da considerare analizzando in prospettiva la guerra, che porterebbero all’impossibilità di un negoziato nel breve periodo e, in assenza di una visione più ampia, della risoluzione del conflitto nel lungo termine. 

Le elezioni in Occidente e la guerra in Ucraina

Strutturalmente, le guerre non sono processi lineari, entrambe le parti coinvolte in un conflitto non possono sperare di procedere senza intoppi al raggiungimento dei propri obiettivi, infatti, anche le guerre più recenti sono caratterizzate da un andamento altalenante, dove vittorie tattiche si sono alternate a fasi di stallo o fallimenti. Di conseguenza, pensare che questa guerra sarebbe stata diversa e che un’offensiva condotta più per fattori politici che per opportunità militare avrebbe prodotto effetti significativi è stato una forma di autoillusione, alimentata forse da una sbagliata gestione mediatica della stessa che ha creato un’aspettativa evidentemente troppo alta rispetto alla controffensiva. In particolare, a fronte delle difficoltà manifestate nella formazione della cordata che tra dicembre 2022 e gennaio 2023 ha portato all’invio di carri armati e mezzi blindati occidentali in ucraina, Kiev è stata in parte costretta ad un’offensiva, in virtù della necessità di dimostrare ai partner occidentali, soprattutto europei, la possibilità di una vittoria sul campo delle forze ucraine.

Al netto di fattori generali però, ci sono elementi più contingenti che farebbero presagire delle sostanziali difficoltà per un accordo. Primariamente è opportuno considerare le elezioni americane, che sebbene possano rappresentare un forte limite nel sostegno a Kiev, sono allo stesso tempo un deterrente verso un nuovo eventuale accordo. In particolare, l’Amministrazione Biden arriva alle elezioni di novembre 2024 con risultati internazionali piuttosto limitati e con due macroscopici fallimenti: il ritiro dall’Afghanistan e la ripresa del conflitto in Terra Santa. Se il primo può essere spiegato razionalmente come una scelta obbligata dalla ridefinizione degli impegni americani nel sistema internazionale, da un punto di vista mediatico è stato comunque un danno di immagine importante. Il conflitto nella Striscia invece, non solo ha riportato in auge la questione israelo-palestinese, marginalizzata dagli Stati Uniti negli ultimi quindici anni nel tentativo di stabilizzare la regione, ma soprattutto ha rappresentato una significativa interruzione, se non una pietra tombale, sugli sforzi profusi da Washington nel consolidamento del Medio Oriente e nella normalizzazione delle relazioni tra Israele e i paesi arabi. Di conseguenza, aggiungere a questi eventi, un eventuale accordo che preveda la cessione di territori ucraini alla Russia, imporrebbe un giudizio fortemente negativo sulla politica estera di Joe Biden, che oggi manca sia di un grande successo internazionale da presentare ai propri elettori sia del tempo necessario a perseguirlo in virtù della complessità delle crisi in corso. Ciononostante, è opportuno considerare un ultimo fattore che potrebbe imporre un cambiamento significativo alla guerra dopo le elezioni: se è vero infatti che nei prossimi mesi Washington potrebbe incorrere in difficoltà crescenti nel sostegno a Kiev, è altrettanto vero che qualsiasi amministrazione dovesse emergere dalle elezioni avrebbe mano libera nei mesi successivi per portare avanti una politica di ampio respiro, in virtù di una sostanziale stabilità interna rappresentata dall’esito delle elezioni. Di conseguenza, nel corso del 2025 potremmo assistere ad una ripresa significativa dell’impegno statunitense nella gestione del conflitto, sia nell’ottica di una sua continuazione che di una sua conclusione. 

Sul fronte europeo invece, il 2024 potrebbe essere un anno di passaggio da un punto di vista industriale. L’UE ha infatti stanziato recentemente un massiccio programma di aiuti che, pur non potendo cambiare le sorti della guerra, consentirebbe a Kiev di resistere qualora ci fosse una significativa diminuzione dell’impegno statunitense. Ciononostante, le elezioni europee potrebbero rappresentare un fattore di rallentamento, sia per l’invio di ulteriori aiuti sia rispetto ad un eventuale negoziato. Infatti, le elezioni europee comporteranno un periodo più o meno lungo di riorganizzazione delle istituzioni comunitarie i cui organismi politici dovranno essere ridefiniti in virtù del fisiologico avvicendamento di leader e dirigenti a seguito di ogni elezione. Inoltre, il processo elettorale potrebbe portare a cambiamenti politici interni agli stati membri. Sebbene le elezioni europee siano formalmente scisse dalla politica interna, i risultati elettorali delle singole coalizioni nazionali potrebbero avere ripercussioni sulla stabilità di singoli governi, in virtù di un fisiologico riposizionamento dei diversi partiti su questioni dirimenti ed elettoralmente rilevanti come il sostegno all’Ucraina. 

La guerra in Ucraina e l’ordine liberale

Infine, è necessario considerare due ulteriori fattori di carattere strutturale che potrebbero influenzare la scelta di un eventuale negoziato: la tenuta dell’ordine liberale e il futuro delle relazioni con Mosca. Relativamente al primo punto, procedere frettolosamente ad un accordo o ad un cessate-il-fuoco sul conflitto in Ucraina potrebbe avere conseguenze gravi sull’autorevolezza e la solidità della leadership degli Stati Uniti e dell’Occidente. Procedere ad un negoziato che preveda la cessione di territori ucraini alla Russia in virtù di un’azione militare, comporterebbe la caduta di uno dei principi cardine dell’ordine europeo post Seconda guerra mondiale, ovvero l’inviolabilità dei confini degli stati europei. Si ricorderà infatti come anche all’indomani della Guerra Fredda, il processo di discioglimento dell’URSS e della Jugoslavia è avvenuto seguendo le linee di demarcazione delle Repubbliche fondative preesistenti, con l’unica eccezione del Kosovo, la cui piena indipendenza e sovranità non è però riconosciuta pienamente a livello internazionale. Di conseguenza, una cessione territoriale a favore della Russia rappresenterebbe un grave precedente, poiché comporterebbe l’acquisizione di nuovi territori a favore dello stato invasore e la conseguente modifica dei confini ucraini. Inoltre, l’eventuale evoluzione delle relazioni con Mosca resta ancora un’incognita. Procedere ad un accordo per la conclusione delle ostilità senza prevedere la normalizzazione delle relazioni con la Russia porterebbe ad una pace armata nell’Europa orientale che non garantirebbe stabilità né sicurezza. Inoltre, il regime sanzionatorio imposto dal 24 febbraio 2022 non potrebbe essere eliminato nel breve periodo, poiché verrebbe meno l’efficacia stessa delle sanzioni, che solo nel lungo termine potrebbero condizionare l’andamento macroeconomico della Federazione Russa. Inoltre, è necessario ricordare come la guerra in Ucraina non sia iniziata come una “semplice” disputa territoriale, bensì come il risultato di un problema più ampio inerente alla sistemazione dell’ordine europeo post bipolare, percepito da Mosca come esclusivo e minaccioso e dall’Occidente come l’inevitabile evoluzione dell’assetto uscito vincitore dalla Guerra Fredda. Ridurre la complessità di questi temi ad una semplice allocazione di territori significherebbe non risolvere il nodo fondamentale della politica europea degli ultimi decenni, ovvero l’assenza di meccanismi, procedure e organizzazioni che possano dirimere le controversie sul territorio europeo, la cui risoluzione, dal 1992 in avanti, è stata in realtà demandata al solo uso della forza. Per tale ragione, l’ingresso dell’Ucraina nella NATO o eventuali altre forme di garanzia di sicurezza date a Kiev da parte Stati Uniti a fronte del pieno riconoscimento della sovranità russa sui territori occupati (lo scenario che più frequentemente è stato richiamato come possibile end-state politico del conflitto) potrebbe essere un’opzione da cui partire, ma solo a fronte di un dialogo più ampio sulla sicurezza europea, il cui esito dipenderà però dalla forza relativa con cui i due contendenti e i rispettivi sostenitori si siederanno al tavolo dei negoziati. 

Come anticipato all’inizio, con questo articolo non si voleva offrire soluzioni o immaginare scenari, bensì mettere in luce alcuni fattori strutturali che influenzano o influenzeranno l’evoluzione di questa guerra. Allo stato attuale, è possibile immaginare un progressivo rallentamento del conflitto nel corso del 2024, che si trascinerà con limitati mutamenti del fronte come il 1917 sul fronte occidentale della Grande Guerra, in attesa che i diversi cicli elettorali facciano il loro corso ed emerga una nuova leadership in Occidente, che abbia la solidità politica per affrontare la continuazione del conflitto o la sua eventuale conclusione. In ogni caso, nell’immaginare un accomodamento post-conflitto sarà necessario concedere garanzie di sicurezza sostanziali ad entrambi i contendenti, in assenza di ciò, nuove tensioni si ripresenteranno ciclicamente lungo il fianco orientale dell’Europa. 

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