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11/09/2025
Europa, Italia

La negligenza della politica italiana nei confronti della Serbia. La Serbia protesta, l’Italia chiude gli occhi.

di Goran Lošić

Questo testo traccia un parallelo storico e analizza le azioni del governo italiano e degli ambasciatori italiani durante il 1999/2000 e il 2024/2025 nel contesto delle proteste studentesche e civiche contro i governi e i leader autoritari serbi. È giunto il momento per Roma di cambiare la sua politica dello status quo nei confronti di Belgrado?

Questo testo traccia un parallelo storico e analizza le azioni del governo italiano e degli ambasciatori italiani durante il 1999/2000 e il 2024/2025 nel contesto delle proteste studentesche e civiche contro i governi e i leader autoritari serbi. È giunto il momento per Roma di cambiare la sua politica dello status quo nei confronti di Belgrado?

L’interscambio commerciale tra Serbia e Italia nel 2024 conferma l’Italia come terzo partner commerciale (dopo la Germania e la Cina) della Serbia, con un volume di 4,47 miliardi di euro. Ciononostante, la Serbia ha di nuovo un leader non democratico e autoritario, che probabilmente si trova nell’ultima fase del suo governo, e con cui l’Italia sta collaborando in modo evidente. Lo dimostrano le visite, le dichiarazioni di alti funzionari italiani nel corso del 2024/2025 e i business forum in Italia e Serbia. Il presidente serbo Aleksandar Vučić governa il Paese dal 2012 e ora è sotto forte pressione da parte di manifestazioni studentesche e civiche che accusano lui e il governo serbo di criminalità, corruzione e violazioni delle libertà civili e dei media. Le proteste iniziarono quando a novembre 2024 a Novi Sad, 16 persone morirono nel crollo di tetto di una stazione ferroviaria appena ricostruita.

La storia si ripete come nel caso della cooperazione italiana con Milošević? Quali sono le somiglianze e le differenze?

L’ambasciatore italiano Riccardo Sessa arrivò a Belgrado nel 1997, quando il regime di Milošević era corrotto, criminale, antidemocratico e autoritario, proprio come lo è oggi quello di Vučić. Tuttavia, il regime di Milošević non è caduto nel 2000 solo a causa delle violazioni delle libertà civili, né a causa di un regime autoritario e antidemocratico, bensì a causa del conflitto con i paesi occidentali per il Kosovo. Le caratteristiche del suo regime sopra menzionate esistevano anche nel 1997, ma allora ricevette il sostegno dell’Occidente, nonostante le manifestazioni di massa contro il suo regime fossero in corso. All’epoca, l’Italia aveva un’eccellente rapporto con Milošević e gli altri dirigenti serbi tra cui Ivan Milutinović e Živadin Jovanović. La cooperazione economica era di alto livello e c’erano molti progetti per migliorarla. Per esempio, Telecom Italia acquistò Telecom Serbia (l’affare concluso durante il Governo Prodi). L’opposizione serba vide questo tipo di cooperazione economica come un sostegno italiano al regime di Milošević, che era in crisi, sotto pressione interna ma non esterna. In particolare, l’Italia e i governi occidentali dell’epoca consideravano Milošević dopo il 1995 il garante degli accordi di Dayton (che posero fine alla guerra in Jugoslavia); lo vedevano come un fattore di pace e stabilità. L’interesse economico dell’Italia era più importante, ma stavanno correndo rischi in questo modo. L’opposizione serba ha definito l’azione del governo italiano come un malinteso, poi è stato risolto rapidamente nel 2000. Tuttavia, i rapporti tra l’ambasciatore Sessa e il leader dell’opposizione serba Zoran Đinđić non erano cordiali. Nel 2000, Đinđić non ha voluto ricevere Sessa mentre l’ambasciatore lasciava Belgrado.

Tuttavia, dopo la guerra in Kosovo, l’Italia, principalmente a opera di Massimo D’Alema e Lamberto Dini, inizió a fornire un notevole aiuto economico all’opposizione serba a Milošević. Anche durante le più grandi proteste contro il governo di Belgrado, il 5 ottobre 2000 dopo la falsificazione dei risultati elettorali, l’allora nuovo ambasciatore Giovanni Caracciolo di Vietri seguì gli eventi dalla sede del partito di opposizione DSS (Il partito democratico della Serbia) e fornì un grande sostegno all’opposizione.

Oggi, durante le proteste di massa, l’attuale ambasciatore Luca Gori è visto dall’opposizione serba come un diplomatico che, insieme al governo italiano, fornisce supporto al regime di Vučić e guarda esclusivamente agli interessi economici italiani senza comprendere la situazione socio-politica della Serbia. Non risulta dunque un azzardo considerare la politica italiana nei confronti della Serbia come negligente nei confronti della situazione politica serba. 

Si potrebbe fare un parallelo tra gli accordi di Bruxelles con quelli di Dayton. Allo stesso modo degli accordi del 1995, dopo l’accordo di Bruxelles (redatto dal diplomatico italiano Fernando Gentilini) del 2013 e l’accordo di Vučić con gli albanesi del Kosovo, in cui la Serbia ha rinunciato a parte della sua sovranità e abolito alcune istituzioni, l’allora il vice primo ministro serbo è stato visto come il garante della pace e della sicurezza nei Balcani.

Infine, forse gli interessi economici specifici sono più importanti per l’Italia e l’UE dei valori su cui l’UE si fonda. La costante della politica italiana (sia di destra che di sinistra) è la cooperazione con le autorità serbe, chiunque esse siano, democratiche o non democratiche. Oggigiorno, la tempistica delle visite politiche italiane e la loro interpretazione sono molto importanti. Il Ministro degli Esteri Tajani ha visitato Belgrado nel gennaio 2025 e la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni il 5 agosto, durante le grandi proteste contro Vučić e il suo governo. L’opposizione e alcuni cittadini interpretano queste visite dei funzionari italiani come un sostegno politico al regime di Vučić e la conferma che l’Italia è il suo principale alleato nell’UE.

Tuttavia, L’Italia potrebbe perdere il suo ruolo di partner strategico primario se l’opposizione serba quando vince il potere si rivolgesse ad altri Paesi, come è accaduto con Germania e Gran Bretagna quando Milošević ha perso le elezioni. Inoltre, l’Italia ha il potere di mediazione, ad esempio, nel rapporto con gli albanesi, e ha uno strumento politico che ha trascurato, trasformandolo in un circolo di dibattito dell’InCE (Iniziativa Centro-europea, erede delle politiche di Andreotti e De Michelis), lasciandone il ruolo di primo grado ai tedeschi nel Processo di Berlino (dal 2014 iniziativa diplomatica di Merkel legata all’allargamento dell’Unione europea ai paesi dei Balcani occidentali).

L’Italia non perderà il suo soft power in Serbia (presente dagli anni sessanta e rafforzato soprattutto dalla firma del Trattato di Osimo nel 1975) perché non lo ha perso né dopo i bombardamenti nel 1999 né dopo il riconoscimento del Kosovo nel 2008. Inoltre, D’Alema nel 2000 non è stato condannato al carcere in Serbia come Blair, Clinton e Chirac come i responsabili dei bombardamenti nel 1999. Invece, D’Alema ha fatto la promozione del suo libro a Belgrado nel 2007 quando l’Italia era l’ospite d’onore alla fiera del libro. Prima, è stato aperto l’Istituto di cultura italiano nel 2006.

Finora, l’opinione prevalente in Serbia era che “qualunque cosa l’Italia faccia a danno dei serbi, verrà perdonata”.

La diplomazia italiana ha una grande responsabilità perché, dopo tanto tempo, ha un peso politico nell’UE, si propone come ponte tra USA e UE e, come cosa più importante, in Serbia non si posiziona più come l’attore più debole del Quint paesi – un gruppo decisionale informale composto dagli Stati Uniti e dai quattro grandi paesi dell’Europa occidentale (Francia, Germania, Italia e Regno Unito).

Dal punto di vista dei partiti italiani al governo Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega che probabilmente vinceranno di nuovo le prossime elezioni, non è tatticamente giustificato legarsi al partito serbo al governo SNS (Il partito Progressista Serbo), che potrebbe perdere le prossime elezioni. D’altro canto, i partiti italiani di opposizione potrebbero usare questo momento di cooperazione tra il governo italiano e il regime autoritario e corrotto di Belgrado come una critica nel contesto del discorso occasionale sui valori europei. Infine, a lungo termine, i partiti italiani al governo e all’opposizione dovrebbero guardare con cautela ai partiti di opposizione filoeuropei serbi, che probabilmente avranno i loro rappresentanti/osservatori nei gruppi politici del Parlamento europeo e forse un giorno nelle sedi euro-atlantiche di Bruxelles.

La diplomazia italiana sa dialogare, e sa dialogare gli altri, ma anche il tempismo è importante. Un nuovo malinteso politico probabilmente non sarebbe ben visto nella futura Serbia libera, europea e democratica, che comunque vorrebbe sviluppare le relazioni politiche ed economiche con l’Italia.

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