La popolazione beduina del Negev e la disputa sulla terra

Il riconoscimento dei diritti sulla terra rimane un punto fondamentale per la popolazione beduina del deserto del Negev. A partire dal XVI secolo,la questione della terra è stata oggetto di numerosi interventi legislativi.Oggi si assiste a consistenti proteste contro un piano che prevede lo spostamento di circa 80.000 beduini da villaggi non riconosciuti verso altri insediamenti urbani.

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A 67 anni dalla nascita dello Stato d’Israele la questione della terra è estremamente attuale, non solo nell’ottica della definizione dei confini di uno Stato palestinese, ma anche per quanto concerne il riconoscimento di alcuni villaggi nel deserto del Negev. Anche la popolazione beduina della regione ha subito infatti le conseguenze della guerra del 1948, la Prima guerra Arabo-Israeliana, e continua a subirle.

La popolazione beduina in Israele è sempre stata considerata marginale e ha ricevuto attenzione da parte del governo israeliano solo recentemente. La problematicaè sempre stataritenuta secondaria rispetto a questioni più urgenti, questione palestinese in primis. La questione della terra è fondamentale per i beduini del Negev e sono frequenti i casi di ricorso ai tribunali perché siano fatti riconoscere i diritti di proprietà, così che un villaggio possa venire riconosciuto e ottenere in questo modo uno status di legalità e di conseguenza l’ottenimento di  diritti e di servizi.

E’ interessante analizzare la questione da un punto di vista storico, per capire come si è arrivati alla situazione contemporanea. Nel XVI secolo,quando la Palestina era parte dell’Impero Ottomano, la regione del Negev non subì particolari cambiamenti, ma vennero promulgate leggi riguardanti la proprietà della terra che hanno effetti sino ai nostri giorni. Infatti nel 1856 fu emanata una legge che classificava le terre in cinque categorie: proprietà private, terre ad uso agricolo o per la pastorizia, terre per istituzioni religiose musulmane, terre a scopo pubblico e terre abbandonate o senza proprietari (mawat).

Secondo tale legge, una volta ottenuta l’autorizzazione dal governo ottomano, era possibile lavorare la terra classificata come mawat. In seguito alla Prima Guerra Mondiale e alla caduta dell’Impero Ottomano, la Palestina fu posta sotto Mandato, che iniziò ufficialmente nel 1922, quando la Società delle Nazioni ratificò la proposta del Governo britannico. Il sistema dei mandati, in conformità con l’articolo 22 dello Statuto della Società delle Nazioni, consentiva alle potenze mandatarie un controllo economico e amministrativo dei territori assegnati. La potenza mandataria, per conto della Società delle Nazioni, il Regno Unito per la Palestina, si faceva garante di accompagnare il Paese in un processo di sviluppo che lo avrebbe portato all’indipendenza.

Il Mandato Britannico in Palestina non interferì in modo significativo sulla società beduina, che mantenne una certa libertà ed autonomia secondo le proprie esigenze. Le autorità britanniche intendevano ottenere il controllo sulla terra ed agirono in maniera da raggiungere quest’obiettivo. Un atto importante da ricordare fu un’ordinanza che venne emanata dalla potenza mandataria, la quale riclassificò le terre mawat, coltivate in seguito all’autorizzazione ottomana, come occupate illegalmente. Si rendeva pertanto necessario registrare le proprie terre, comprese le terre mawat, in un arco temporale di circa due mesi, così da poter ottenere tutte le autorizzazioni necessarie.

Coloro che non registrarono i propri possedimenti in questo limitato arco di tempo persero ogni diritto di proprietà e le terre  divennero proprietà statale. La maggioranza della popolazione del Negev non registrò alcuna proprietà terriera per diverse ragioni, fra cui una scarsa conoscenza dei sistemi di registrazione e una forma di diffidenza riguardo a questo sistema, temendo un aumento delle tassazioni e l’obbligo di prestare il servizio militare.

Il Mandato Britannico sulla Palestina terminò nel maggio del 1948, con l’annuncio della nascita dello Stato d’Israele: con questa dichiarazione scoppiò la guerra del 1948, la Prima Guerra Arabo-Israeliana. La popolazione Beduina del Negev lasciò il Paese o venne espulsa durante questa guerra. Si calcola che 65.000 beduini furono costretti a lasciare il Negev per rifugiarsi in Egitto, Giordania, Gaza e l’attuale West Bank. Coloro che rimasero, circa 11.000 persone, vennero sottoposti a controllo militare fino al 1966 e concentrati in un’area denominata Siyag, una zona circoscritta, compresa fra le attuali città di Beersheva, Arad, Dimona e Yeroham. La concentrazione della popolazione beduina nell’area dello Siyag era funzionale al controllo della regione ed alla protezione della popolazione ebraica da potenziali attacchi da parte dei beduini.

Dal 1950 in poi lo stato israeliano promulgò una serie di leggi volte ad incrementare il controllo dello Stato sulla terra che portarono alla perdita di diritti sulla terra da parte della popolazione beduina del Negev. Negli anni ‘60 il governo israeliano avviò un piano per lo sviluppo della regione del Negev: il piano prevedeva lo spostamento della popolazione Beduina, dispersa in un numero indefinito di villaggi, in sette cittadine che sarebbero state costruite appositamente. In realtà questo piano non ebbe successo perché la maggioranza dei Beduini rifiutò di trasferirsi e perché, almeno inizialmente, le cittadine non possedevano i servizi primari che erano stati promessi.

Oggi circa la metà della popolazione beduina del Negev vive in queste sei cittadine, mentre l’altra metà è suddivisa fra villaggi riconosciuti e villaggi non riconosciuti.

Attualmente la questione beduina è oggetto di grandi dibattiti in quanto nel 2011 è stato approvato il Piano Prawer, che prevedeva lo spostamento di circa 70.000 beduini provenienti da villaggi non riconosciuti nelle cittadine costruite per loro negli anni ‘60, in cambio di alcuni lotti di terra. Questo Piano è stato ed è tutt’ora fortemente contestato  non solo dalla popolazione Beduina, ma anche dalla società civile israeliana e da diverse ong, che protestano rivendicando il diritto dei Beduini di rimanere nella propria terra.

Attualmente la questione è in una fase di stallo e non è chiaro se e quando il Piano Prawer verrà attuato, ma le demolizioni ai danni di costruzioni ed abitazioni nel villaggi non riconosciuti continuano, al pari delle proteste organizzate dalla società civile israeliana per tentare di reagire a questa situazione.