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Le Nazioni Unite estendono l’embargo sulle armi in Somalia tra il malcontento della popolazione

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Una decisione che ha provocato forti obiezioni quella presa dal Consiglio di Sicurezza che ha confermato la permanenza dell’embargo sulle armi applicato in Somalia. Hassan Sheikh Mohamud, l’attuale presidente in carica si mostra preoccupato che tale risoluzione possa costituire una minaccia verso la pace e la stabilità del paese aggravata dalla crescente presenza del gruppo terrorista al-Shabaab.

Il lungo embargo della Somalia

La Somalia è sottoposta alla misura dell’embargo da diversi anni. Nel gennaio 1992 in piena guerra civile, un anno dopo il rovesciamento del governo di Mohamed Siad Barre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con voto unanime applicò la “Risoluzione 751” a tempo indeterminato e ciò comportò l’attuazione di diverse misure di sicurezza verso la nazione africana. Tra queste l’inizio dell’operazione UNISOM I, acronimo di United Nations Operation in Somalia, la cui finalità era quella di favorire l’afflusso di aiuti umanitari e controllare che venissero rispettati gli accordi del cessate il fuoco e l’attivazione di un blocco generale della vendita di armi al paese. Lo scopo dell’embargo era duplice: in primo luogo doveva impedire che la Somalia potesse acquistare armi attraverso meccanismi di controllo applicati anche ai partner commerciali, i quali dovevano attenersi al regolamento; così facendo l’afflusso di armi che convergeva nella regione sarebbe diminuito con conseguente impatto sulla guerra civile, iniziata circa un anno prima, che stava peggiorando la situazione umanitaria. L’impatto di questa risoluzione si estendeva anche alle forze dello stato e ciò suscitò proteste da parte del governo. 

Nel 2007 le misure restrittive furono alleggerite: venne specificato che l’embargo doveva riguardare armi, conoscenza e tecnologia bellica trasferita nel paese verso attori non statali, di conseguenza le forze governative somale furono esentate e la fornitura di equipaggiamento militare fu consentita al Governo Federale della Somalia al solo scopo di rafforzare la sicurezza del paese. Negli anni successivi l’embargo è stato riconfermato più volte dalle Nazioni Unite.

Cosa cambia ora

Durante l’ultima votazione tenutasi nel mese di novembre con 11 voti favorevoli e 4 astenuti (Russia, Cina, Gabon e Ghana) è stata adottata la “Risoluzione 2662”. Con quest’ultima modifica all’embargo il paese del Corno d’Africa ora può importare missili terra-aria, missili anticarro e droni da combattimento il cui possesso è consentito solo alle forze governative. Un alleggerimento delle misure di sicurezza che rappresenta un chiaro segnale positivo nel percorso del paese secondo l’ambasciatore britannico delle Nazioni Unite James Kariuki: “Ciò aiuterà il Consiglio ad attuare ulteriori cambiamenti verso le misure relative ad armi e munizioni nel futuro.” Nella nuova risoluzione permangono ancora alcuni divieti; resta l’impossibilità della vendita o del trasferimento di componenti chiave nella preparazione di esplosivi artigianali che sono largamente usati dall’organizzazione al-Shabaab. La regolamentazione proibisce anche l’importazione e l’esportazione del carbone estratto in Somalia ritenuto uno dei principali mezzi di finanziamento delle attività del gruppo terroristico.

Non sono certo mancati malcontenti dalla parte destinataria dell’embargo: Abukar Osman, ambasciatore della Somalia alle Nazioni Unite, si dice profondamente insoddisfatto del risultato delle votazioni e fa appello agli astenuti affinché si schierino dalla parte del paese attribuendo l’origine dell’instabilità sociale e politica alla presenza di al-Shabaab. Il ridotto afflusso di tecnologia militare impedirebbe un sufficiente approvvigionamento da parte delle forze statali che si mostrerebbero quindi inefficienti nel respingere la minaccia terroristica rendendo vani gli sforzi fatti dal paese nella ricerca della stabilità politica.

L’ombra di al-Shabaab

La presenza della cellula terroristica affiliata ad al-Qaida rappresenta uno dei principali problemi del paese che negli ultimi anni ha ingigantito la propria influenza sul territorio somalo. Il suo controllo si estende dal 2006 nella parte sud della regione e la principale arma di offesa è costituita da attentati alle istituzioni dello stato organizzati con esplosivi fabbricati. Questi attacchi spesso arrivano a ledere i paesi vicini come Uganda e Kenya, che si mostrano ugualmente allarmati dall’escalation. Un freno all’azione di al-Shabaab è stato posto nel 2011-2012 quando una grande carestia ha lacerato il tessuto sociale del paese provocando un gran numero di vittime. Pochi anni dopo si è registrata una recrudescenza del fenomeno terroristico e nonostante gli sforzi della missione di pace, coordinata dall’Unione Africana, AMISOM la situazione resta ancora critica. L’ONU riferisce che negli ultimi mesi, nel pieno della siccità, il gruppo estremista ha deliberatamente distrutto alcuni pozzi e ne ha avvelenato uno nella regione dell’Hiran. L’offensiva non si ferma qui, nel mese di ottobre un attentato suicida vicino alla sede del Ministero dell’Educazione a Mogadiscio è costato la vita a 121 persone ferendo oltre 300 civili. Pochi giorni prima un attacco terroristico perpetrato con l’ausilio di autobombe all’Hayat Hotel, nella capitale, ha causato la morte di più di 20 civili tenuti in ostaggio.

Non sono mancate di certo aperture e tentativi di instaurazione di un dialogo da parte del governo con al-Shabaab, anche se spesso quest’ultima si è rifiutata specificando che il richiamo delle truppe straniere in missione in Somalia è una condizione imprescindibile per iniziare la negoziazione.

In questa situazione precaria l’estensione della durata di quello che per ora è il più lungo embargo mai disposto nei confronti una nazione pesa sulle parole dell’ambasciatore somalo che, successivamente al risultato della votazione, manifesta un malcontento più accentuato che cerca di incarnare quello della popolazione vittima delle violenze del gruppo terroristico domandandosi perché la rimozione dell’embargo dovrebbe rappresentare una minaccia per la nazione quando altri paesi vengono spesso armati per difendere il proprio territorio.

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