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NotizieNazionalismo e geopolitica, un binomio indissolubile

Nazionalismo e geopolitica, un binomio indissolubile

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La storia moderna europea e, di riflesso, quella mondiale sono state plasmate, e talvolta sconvolte, da un concetto concreto, potente, quasi palpabile ma, al tempo stesso, multiforme e difficile da descrivere: il nazionalismo. Questo termine, generalmente inteso come l’esaltazione della propria nazione e dei suoi tratti distintivi, ha subito variazioni più o meno profonde di significato e, ad oggi, viene declinato in forme ed accezioni differenti in varie parti del mondo.

Nazionalismi nel mondo

Quasi ogni popolo ha, infatti, sviluppato una propria forma di nazionalismo che lo vede generalmente opporsi a quella del suo più prossimo vicino e la storia, recente e passata, è ricca di esempi a supporto di tale asserzione. Prendendo come modello gli Stati Uniti, infatti, possiamo notare come il nazionalismo abbia influenzato i rapporti con il resto del continente dando vita ad una forma di nazionalismo parallelo e antitetico. L’America Latina e, in particolare, il Venezuela di Chavez e Maduro, possono, infatti, considerarsi portatori di una forma di nazionalismo sui generis: il pan-latinismo, ossia l’unione di tutti i popoli latini contro l’egemonia statunitense, a sua volta creatrice di un nazionalismo pan-americanista che vorrebbe, fin dai tempi della dottrina Monroe, l’unione del continente americano e la sua liberazione da ogni influenza esterna (naturalmente sotto la bandiera a stelle e strisce). Il pan-latinismo, difatti, affonda le sue radici nelle guerre di indipendenza ispanoamericane e si associa spesso all’opera di Simon Bolivar (e per questo definito anche bolivarismo), generale venezuelano divenuto simbolo e principale fautore della lotta delle ex colonie spagnole contro la madrepatria. Il suo desiderio di creare una Confederazione indipendente ed erede politica dell’impero ispanico naufragò definitivamente nel 1826 quando convocò, a Panama, un’assemblea degli Stati Americani che avrebbe dovuto favorirne l’unione, ma diede vita ad un nuovo mito politico. La sua eredità è stata raccolta, nel tempo, da numerosi leader, spesso anche molto diversi tra loro, come ad esempio Juan Domingo Perón e Fidel Castro, che l’hanno declinata in maniera differente (tanto da parlare di peronismo e castrismo) ma con un obiettivo finale comune.

Quando, tuttavia, si ha a che fare con una superpotenza in grado di esercitare il proprio potere su scala globale sia direttamente che indirettamente tramite i suoi alleati, diventa inevitabile alimentare nazionalismi contrastanti anche in Stati molto lontani. Ecco allora che un’altra forma di nazionalismo simile e diversa al tempo stesso può essere rinvenuta agli antipodi del mondo. In un Paese come la Cina, dove vige formalmente un regime comunista, non sarebbe fuori luogo parlare, infatti, di nazionalismo (generalmente associato a dottrine e ideologie di estrema destra o simil-fasciste). Qui il nazionalismo si sviluppa spesso in chiave anti giapponese, nemico storico fin dai tempi del Celeste Impero, con cui mantiene aperta la disputa territoriale legata al controllo delle isole Senkaku/Diaoyu. Il ritorno alla geopolitica si lega allo scontro tra comunismo o, se si preferisce, “socialismo con caratteristiche cinesi”, e liberal capitalismo di cui il Giappone, bastione degli USA in Estremo Oriente, si fa portavoce. Si potrebbe quindi parlare di un nazionalismo “per procura” ma, in realtà, esso si alimenta dello scontro geopolitico in corso per la leadership globale, tendendo a sovrapporre il piano tattico a quello strategico. Se, infatti, il controllo di queste isole può risultare importante per lo sfruttamento e l’allargamento della propria zona economica speciale, oltre che per eventuali manovre ed esercitazioni militari, l’impatto sul piano propagandistico è decisamente più rilevante e si inserisce nell’alveo delle rivendicazioni territoriali di cui il Partito Comunista Cinese si fa portavoce dinnanzi al suo popolo (sul piano interno) e al mondo intero (terzomondismo).

La Cina, d’altra parte, alimenta il suo nazionalismo non solo nei confronti dei suoi nemici esterni, siano essi prossimi o lontani, ma anche nei confronti di quelli interni. Il più classico degli esempi è l’annosa questione degli Uiguri nello Xinjiang, dove il nazionalismo cinese, fondato sulla millenaria stirpe Han, si scontra con un’etnia turcofona di religione islamica.


Volendo cambiare protagonista, possiamo quindi prendere come modello il nazionalismo russo o “panslavismo”, che può oscillare da una generica solidarietà fra gli Slavi al tentativo di creare una vera e propria unione politica di tutti i popoli slavi, sotto l’egida del maggiore di essi, vale a dire la Russia. Questa visione ha portato non poche difficoltà ai suoi più prossimi vicini, in primis Ucraina e Repubbliche Baltiche, creando non pochi disagi anche al processo di integrazione europea nel suo versante orientale.

Tuttavia non manca di impensierire anche il lungo versante meridionale della Federazione Russa. Qui il nazionalismo slavo di stampo etno-linguistico si fonde con l’elemento religioso, legandosi a doppio filo alla Chiesa Ortodossa e scontrandosi con i paesi turcofoni e musulmani vicini ad Ankara. In questo caso il nazionalismo russo, seppur completamente diverso da quello cinese, si trova ad affrontare problemi simili, dove si può rinvenire un parallelismo tra la lotta al terrorismo uiguro e quella al terrorismo ceceno.

D’altra parte anche la Turchia si fa oggi portavoce, in patria e all’estero, di una propria forma di nazionalismo che trae forza e origine dal secolare Impero Ottomano e che si erge a difesa dell’islam sunnita. Questo nazionalismo, oltre a frapporsi alla faglia esistente tra il mondo sino-centrico e il mondo russo, si scontra sia con Paesi che, sulla carta, dovrebbero essere suoi alleati, in quanto membri della stessa alleanza atlantica, sia con Paesi musulmani, ma afferenti ad una diversa confessione, come l’Iran sciita. A tal proposito, possiamo citare sia l’eterna disputa con la Grecia per l’influenza sull’isola di Cipro, strettamente legata all’esplorazione e allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi limitrofi, ma che risale alla notte dei tempi fin dall’era delle guerre persiane, sia la recente questione libica dove lo scontro con la Francia si palesa nel sostegno a due diverse fazioni. Lo scontro con l’Iran invece si è sviluppato, in primis, nel conflitto iracheno e siriano ma estende le sue ramificazioni ad ogni questione legata al Medio Oriente poiché entrambe le potenze si erigono a guida del blocco di paesi appartenenti alle due principali dottrine dell’islam. Sul piano interno, invece, il nazionalismo turco si rivolge principalmente contro la minoranza curda, popolo che da sempre anela ad una sua indipendenza ma mai riconosciuto e, anzi, combattuto aspramente da Ankara.

L’eterno ritorno del nazionalismo

Si comprende quindi facilmente come il nazionalismo possa svilupparsi in modi anche molto differenti, se non addirittura opposti, tra di loro. Quello che tuttavia accomuna le varie forme di nazionalismo è il loro elemento fondante, ossia la dicotomia “amico-nemico” espressa circa un secolo fa da Carl Schmitt. Obiettivo del nazionalismo diventa allora la costruzione di una entità statale omogenea per lingua, religione, razza e cultura e, di conseguenza, l’esclusione (se non addirittura, nelle forme più estreme e tragiche, l’eliminazione) di ciò che è estraneo e disgregante. Il nemico, quindi, non è un avversario in generale, ma è «essenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero». Come abbiamo visto esso può trovarsi tanto all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

Quando il conflitto arriva al culmine porterà allora alla guerra che, nel primo caso, sarà civile.
Se questa definizione è vera, il nazionalismo risulterebbe inestricabilmente legato alla natura umana e quindi difficilmente eliminabile, si pronto a mutare di intensità e gradazione, ma destinato a ripresentarsi sempre uguale e diverso nel tempo e nella storia del mondo.

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