NATO: vent’anni fa la prima missione di pace

Vent’anni fa iniziava la prima operazione di mantenimento della pace della NATO. Il 20 dicembre 1995, infatti, in seguito alla firma degli accordi di pace di Dayton, l’Alleanza atlantica dispiegava in Bosnia-Erzegovina l’Implementation Force (IFOR) che, un anno dopo, sarebbe stata sostituita dalla Stabilisation Force (SFOR).

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L’IFOR, che aveva un mandato di un anno e che arrivò a contare 60.000 uomini, venne istituita con la risoluzione n.1031, adottata il 15 dicembre 1995 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ed operava ai sensi del capitolo VII della Carta ONU. La risoluzione dava all’Implementation Force il mandato di mantenere la pace ma, qualora fosse stato necessario, anche di imporla. Dunque, l‘IFOR è stata a tutti gli effetti un’operazione di peace enforcement.

Il compito dell‘IFOR era quello di sorvegliare l’attuazione degli aspetti militari degli accordi di pace di Dayton, che avevano posto fine alla guerra che aveva insanguinato la Bosnia-Erzegovina tra il 1991 ed il 1995.

Dopo la disgregazione della Repubblica Federale di Jugoslavia (FRY), iniziata nel 1991 con la secessione della Slovenia e della Croazia, la Bosnia-Erzegovina, regione a maggioranza musulmana (39,2%) ma con una significativa presenza serba (32,2%) ed una minore croata (18,4%), venne travolta da un lungo e sanguinoso conflitto.

Il territorio bosniaco divenne, a partire dal 1993, il principale campo di battaglia dello scontro tra croati e musulmani, prima, e tra croati e musulmani alleati contro i serbi, successivamente.

In territorio bosniaco i serbi, il cui obiettivo era da tempo quello di dare vita ad una Grande Serbia, avevano costituito la Repubblica serba di Bosnia, il cui presidente era Radovan Karadzic. Qui i serbi sottoposero Sarajevo ad un assedio di quattro anni, che videro la messa in pratica di un atroce genocidio ai danni della popolazione bosniaca musulmana. I tentativi compiuti dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite e finalizzati a porre fine alla guerra civile in atto fallirono l’uno dopo l’altro, conducendo, così, all’intervento dell’Alleanza atlantica.

La NATO intervenne nel conflitto bosniaco una prima volta nel 1992, su richiesta delle Nazioni Unite, per far rispettare le sanzioni economiche, l‘embargo sulle armi e la no-fly zone. Queste misure, previste dalla risoluzione n.713 (1991) del Consiglio di Sicurezza si rivelarono, però, insufficienti per porre fine al conflitto.

Nel febbraio 1994, in seguito ad un attacco di mortaio su un mercato di Sarajevo, l’ONU chiese alla NATO di condurre raid aerei contro le postazioni serbe in Bosnia. Gli attacchi aerei, che colpirono duramente gli uomini di Mladic, furono determinanti nel portare le parti in lotta al tavolo dei negoziati a Dayton e, di conseguenza, alla fine di quello che è stato considerato il conflitto più sanguinoso verificatosi sul territorio europeo dopo la conclusione della II guerra mondiale.

Il 21 novembre 1995, nella base aerea americana di Dayton, in Ohio, le parti del conflitto raggiunsero un‘intesa che poneva fine ad anni di guerra.

Gli accordi di pace, firmati dai rappresentanti delle tre  principali etnie del Paese, ossia Slobodan Milošević (presidente della Serbia), Franjo Tudjman (presidente della Croazia) e Alija Izetbegović (presidente della Bosnia Erzegovina), prevedevano, tra l’altro, che la Slovenia orientale venisse restituita ai croati e che la Bosnia conservasse la propria unità con un governo centrale, un parlamento, una capitale unica e dei confini garantiti. Tuttavia, si prevedeva la divisione del territorio bosniaco in due entità: la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serbo-croata, cui venivano assegnati, rispettivamente, il 51% ed il 49% del territorio.

A garanzia del rispetto degli accordi di pace venne dispiegata l‘IFOR, il cui compito principale era quello di garantire la fine delle ostilità e di separare le forze armate della Federazione della Bosnia-Erzegovina da quelle della Repubblica serba. Quella dispiegata il 20 dicembre di vent’anni fa è stata la prima operazione della NATO al di fuori del territorio dell’Alleanza. L’intervento in Bosnia-Erzegovina andava al di là del casus foederis previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington.

Il Trattato dell’Atlantico del Nord era stato adottato a Washington il 4 aprile 1949 e prevedeva la creazione di un sistema di sicurezza collettiva, la cui funzione principale era quella di garantire la difesa comune degli Stati membri da eventuali attacchi da parte del blocco sovietico, che nel 1955 rispose alla creazione della NATO con l’istituzione del Patto di Varsavia.

L’articolo 5 del Patto atlantico stabiliva quanto segue: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso delle forze armate, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali“.

All’indomani del crollo del comunismo erano stati in molti a scommettere sul fatto che la NATO non avesse, ormai, più ragione di esistere. L’Alleanza atlantica si ritrovava, infatti, senza un nemico da dover fronteggiare. Inoltre, era diffusa la sensazione che il crollo del muro di Berlino avrebbe lasciato il posto ad un’epoca di pace nella quale un’alleanza di carattere militare non avrebbe più trovato posto.

Con la fine della guerra fredda e del bipolarismo, però, ha avuto inizio una nuova era nella storia delle relazioni internazionali, un’era caratterizzata da un notevole incremento della conflittualità, in particolare nelle aree periferiche del pianeta, da un aumento dei conflitti interni rispetto a quelli interstatali e dal profilarsi all’orizzonte di nuove gravi minacce, quali quella rappresentata dal terrorismo di matrice islamica, emersa con forza in particolare dopo l’11 settembre 2001.

In uno scenario internazionale profondamente mutato rispetto a quello in cui l’Alleanza Atlantica ha visto la luce, quest’ultima ha dovuto riorientare la propria strategia, in modo tale da fronteggiare le nuove tipologie di rischi che l’epoca attuale presenta. In occasione del Vertice di Roma del 1991, venne approvato il nuovo concetto strategico dell‘Alleanza, che prendeva atto degli importanti mutamenti avvenuti sul piano della politica globale nonchè dell’esaurirsi di quella “minaccia monolitica, massiccia e potenzialmente immediata che ha costituito la principale preoccupazione dell’Alleanza nei suoi primi quarant’anni”.

Con l’adozione del New Strategic Concept del 1991 la NATO cercava di riorientare il proprio ruolo e le proprie strategie in modo tale da rispondere adeguatamente alle nuove tipologie di rischi per la sicurezza che il mondo post-bipolare presentava e che venivano, ormai, classificati come “multifaceted in nature and multidirectional“.

L’intervento in Bosnia-Erzegovina rappresentò il banco di prova per il nuovo ruolo che la NATO andava assumendo dopo la fine dell’era bipolare e fu il primo atto di un cambio di strategia che l’Alleanza atlantica avrebbe portato avanti nel corso degli anni successivi. Sarebbe, poi, stato l’intervento in Kosovo del 1999 a sancire il definitivo accredito delle operazioni “out of area“ dell’Alleanza atlantica.