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TematicheEuropaLa NATO e l’UE alla prova dell’innovazione militare

La NATO e l’UE alla prova dell’innovazione militare

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Il conflitto in Ucraina sta dimostrando come l’ibridazione tra vecchie (artiglieria e munizioni innanzitutto) e nuove tecnologie (ad esempio legate all’intelligenza artificiale) possa fornire vantaggi competitivi decisivi sul campo di battaglia. Negli ultimi anni, la NATO ha lanciato nuove iniziative per incoraggiare i propri membri a innovare in settori quali l’intelligenza artificiale, i big data, l’internet delle cose, la robotica e il quantum computing.

Il vertice di Vilnius ha, infatti, istituzionalizzato il Fondo per l’innovazione della NATO, con l’obiettivo di investire 1 miliardo di euro in start-up e fondi del deep tech (nel board c’è anche l’ex Ministro Cingolani). Il fondo lavorerà a stretto contatto con il Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic (DIANA), l’acceleratore di innovazione della difesa della NATO, che ha come scopo quello di intercettare aziende che lavorano su tecnologie dirompenti nel campo della difesa. Anche l’Unione Europea (UE) si sta muovendo nella stessa direzione, sostenendo le tecnologie dirompenti nel contesto del Fondo Europeo per la Difesa (FED) e del Sistema di innovazione nel settore della difesa dell’UE (EUDIS). Se da un lato vi sono importanti analogie tra le iniziative di NATO ed UE, dall’altro lato vi sono anche differenze significative e questioni irrisolte che potrebbero comprometterne l’efficacia. 

Possiamo identificare due importanti analogie. In primo luogo, i documenti strategici della NATO e dell’UE convergono nell’identificazione delle tecnologie dirompenti da supportare, principalmente l’intelligenza artificiale, ma includono anche l’analisi dei big data, quantum computing, sistemi d’arma ipersonici, biotecnologie, la stampa 3D e i progressi tecnologici nel settore spaziale. In secondo luogo, entrambe le organizzazioni hanno come obiettivo primario quello di coinvolgere il settore privato e le imprese commerciali, visto che gli investimenti nelle tecnologie sopra-citate sono trainate da catene del valore sempre più slegate dal comparto militare-industriale. Coinvolgere i giganti della tecnologia come Amazon, Google e Microsoft, così come piccole start-up di software e intelligenza artificiale, è essenziale per mantenere un vantaggio tecnologico su concorrenti come la Cina.

Le iniziative della NATO e dell’Unione Europea presentano anche delle differenze significative e delle questioni irrisolte. In primo luogo, esiste un rischio di sovrapposizione tra le diverse iniziative, che potrebbe portare alla duplicazione di progetti simili e possibili rivalità tra le due organizzazioni. Ciò è dovuto principalmente al fatto che solo cinque paesi dell’UE (Austria, Cipro, Irlanda e Malta, e Svezia) non sono membri della NATO, e uno di questi (la Svezia) è riuscito a superare il veto della Turchia proprio al vertice di Vilnius e presto entrerà ufficialmente a far parte dell’alleanza. Inoltre, bisognerebbe scongiurare il rischio che i progetti trainati dalle aziende statunitensi e britanniche diano priorità alle iniziative NATO e quelli promossi dal blocco franco-tedesco privilegino le iniziative europee. La sfida dell’innovazione militare, soprattutto nell’ottica di una competizione a lungo termine con la Cina, richiede una comunità d’intenti all’interno del blocco Euro-Atlantico. 

In secondo luogo, sebbene entrambe le organizzazioni diano priorità all’obiettivo di coinvolgere il settore privato, non è chiaro come intendano farlo. A causa dell’eccessiva burocrazia, della necessità di segretezza e dei problemi con la gestione dei diritti di proprietà intellettuali, il settore privato ha sempre avuto difficoltà a collaborare con i ministeri della difesa. Aziende come Palantir e Space-X sono considerate esempi di successo dell’integrazione del settore privato nel settore della difesa, ma sono ancora un’eccezione in un mercato dominato dall’industria militare tradizionale, che può sfruttare le economie di scala, il know-how tecnologico e le relazioni consolidate con i burocrati e il personale dei ministeri della difesa. Date le difficoltà di integrazione del settore privato e delle piccole start-up nel mondo della difesa, un’opzione più efficace e realistica sarebbe quella di fornire maggiori incentivi alle industrie militari per assorbire loro stessi le tecnologie generate dal settore commerciale. La NATO e l’UE devono fare di più per facilitare gli ecosistemi dell’innovazione e promuovere le opportunità di incontro tra grandi industrie militari e grandi e medio-piccole aziende commerciali. Si potrebbero fornire finanziamenti aggiuntivi alle aziende militari che coinvolgono il settore privato in diversi progetti e alle aziende militari che si impegnano a finanziare direttamente programmi di ricerca e sviluppo di start up in specifiche nicchie tecnologiche. 

In terzo luogo, l’innovazione tecnologica in ambito militare non dipende solo dal settore privato, ma anche dalla sistematica integrazione degli utilizzatori finali, ovvero le forze armate, nei processi di innovazione. Ad esempio, i progressi del software negli aerei da combattimento dipendono dal costante feedback dei piloti ai loro superiori e alle aziende per il continuo aggiornamento dei sistemi digitali e del software. L’UE e la NATO dovrebbero garantire lo sviluppo di scambi sistematici e bidirezionali tra le aziende private (grandi e piccole, militari e commerciali) e le forze armate. Su questo punto, la NATO, in quanto alleanza militare, sembra trovarsi in una posizione migliore rispetto all’UE, i cui piani di sostegno all’innovazione militare hanno come base giuridica la politica industriale piuttosto che la politica di difesa dell’UE. Un maggiore coinvolgimento del Comitato militare dell’UE o del personale militare distaccato presso l’Agenzia Europea della Difesa nella selezione dei progetti del FED o nell’EUDIS potrebbe garantire una maggiore sinergia tra le esigenze tecnologiche e militari europee. Il coinvolgimento sistematico degli utenti finali potrebbe inoltre promuovere una maggiore sinergia tra gli sforzi dell’UE e della NATO: ad esempio, i siti dell’acceleratore DIANA, che sulla carta coinvolgeranno in modo sistematico gli utenti finali, potrebbero essere resi disponibile anche per i progetti finanziati dall’UE.  

Le agende dell’UE e della NATO sulla tecnologia militare hanno davanti a sé un compito difficile, ma partono da una buona sinergia in termini di tecnologie su cui investire e dalla necessità di coinvolgere il settore privato. Tuttavia, per farlo in modo efficace, occorre evitare inutili sovrapposizioni tra le due organizzazioni e avanzare in modo sinergico con l’obiettivo di modernizzare le forze armate e dotarle della migliore tecnologia possibile (sia che si tratti di progetti NATO o UE). Inoltre, si dovrebbero stabilire dei meccanismi per incentivare le grandi aziende militari ad assorbire le tecnologie prodotta dal settore privato e delle start-up e per migliorare le sinergie tra settore privato con gli utilizzatori finali di queste tecnologie, in modo da consentire una migliore integrazione con le tecnologie e le dottrine militari esistenti. Non si tratta di un compito facile ed è una sfida che dovrà essere valutata nel lungo periodo, ma è necessario gettare ora le basi istituzionali e finanziarie per farlo. 

Antonio Calcara,
Ricercatore Centre for Security, Diplomacy and Strategy (Bruxelles)

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