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L’Alleanza Atlantica riparte da Madrid: intervista al Prof. Michele Testoni

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A dodici anni dall’approvazione dell’ultimo concetto strategico di Lisbona, i capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica si ritrovano nella penisola iberica per adottare il nuovo documento che guiderà la compagine atlantica nei prossimi decenni. Sullo sfondo della guerra in Ucraina e nel quarantennale dell’ingresso della Spagna nel Patto Atlantico, l’Alleanza riparte da Madrid. Quali saranno i punti principali del nuovo concetto? Quali le similitudini e le differenze riscontrabili tra la visione spagnola e quella italiana sul futuro dell’Alleanza? Lo abbiamo chiesto al Prof. Michele Testoni, Adjunct Professor in the School of International Relations presso la IE University di Madrid e curatore del libro NATO and Transatlantic Relations in the 21st Century, edito da Routledge.

L’intervista è parte dello speciale sull’Alleanza Atlantica “Prossima fermata: #NATO2030”, curato da Danilo Mattera.

Prima di avventurarci verso la più stringente attualità, facciamo un passo indietro per parlare di quanto avvenuto lo scorso agosto. Durante le drammatiche giornate del ritiro alleato dall’Afghanistan diversi giornali riportavano analisi che mettevano in luce la possibile fine dell’Alleanza. Oggi, invece, si registra una tendenza esattamente opposta. Quali sono i fattori che hanno permesso alla compagine atlantica di superare i momenti di crisi e di restare rilevante ancora oggi?

Le crisi sono strutturali nella Nato. L’Alleanza ha vissuto tante crisi, molte delle quali più gravi del ritiro dall’Afghanistan. È normale che in un’organizzazione di questo tipo, riguardante la difesa militare – composta da Stati così importanti e tre potenze nucleari – ci siano momenti di tensione. È quello che gli economisti chiamano “end problem”, ovvero ciò che va bene per il leader – in questo caso gli Stati Uniti – non è necessario che vada bene anche per gli altri. Ciò che tiene insieme l’Alleanza sono essenzialmente un insieme di tre aspetti: fattori politici, integrazione militare e sistema di valori. Da una prospettiva istituzionalista, ad esempio, è molto difficile uscire da un gruppo caratterizzato da un insieme di relazioni così istituzionalizzate e in grado di agire come piattaforma in grado di amplificare la forza dei propri membri. Per concludere vorrei aggiungere che spesso in Italia, così come in altri paesi, l’emotività finisce col danneggiare la possibilità di avere un dibattito serio in materia di politica internazionale e di difesa.

Nell’ottica di giustificare l’invasione dell’Ucraina, il Cremlino ha riportato in auge un tema molto dibattuto tra gli storici e gli studiosi ovvero quello la questione delle presunte promesse tradite in merito all’allargamento orientale dell’Alleanza. Diversi studiosi, come Mark Kramer, hanno smontato questa tesi. Ci può dire di più rispetto questa tematica? In che modo questa si inserisce nella narrazione di Mosca rispetto a quanto sta avvenendo in Ucraina? 

A mio avviso in politica, soprattutto in politica internazionale, non si può parlare di cose giuste o sbagliate. Le varie azioni e reazioni possono essere inquadrate in vario modo. Da un punto di vista russo – o meglio di questa leadership russa – è ovvio che si parli di promesse tradite. Però c’è da ricordare che il tema delle promesse tradite è stato ripreso solo negli ultimi anni: parliamo ad esempio di Primakov, della Serbia e dell’inopportunità – segnalata anche da molti in Occidente – di riconoscere l’indipendenza al Kosovo. Nella leadership russa è quindi presente la narrativa di una Russia accerchiata, claustrofobica e di un Occidente aggressivo: non dimentichiamo, infatti, che la Russia è stata più volte oggetto di processi di invasione da parte di francesi e tedeschi ma anche di containment da parte di inglesi e statunitensi. Sebbene tale visione non debba essere giustificata, resta comunque da prendere in considerazione. In questo senso ci sono alcune responsabilità occidentali per cui vale la pena riaprire questo dibattito. A differenza di altri conflitti egemonici – come, ad esempio, la Guerra dei Trent’anni o le due guerre mondiali – la Guerra fredda non si concluse con una grande conferenza ma con una serie di accordi bilaterali o multilaterali. Anche nell’ipotesi della reale esistenza di queste promesse, tali promesse facevano riferimento a un’epoca politica completamente diversa, ovvero un periodo – primavera-estate 1990 – in cui il Muro era appena crollato ma l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia erano ancora in piedi. La decisione presa fondamentalmente da Yeltsin e dai presidenti di Bielorussia e Ucraina di smembrare l’Unione Sovietica faceva decadere promesse di non allargarsi al Patto di Varsavia. Il tutto va quindi contestualizzato. Quello che mi sento di attribuire, quindi, non è tanto legato alle promesse non mantenute quanto al fatto che a fronte di un cambiamento del sistema internazionale non ci sia stata una grande conferenza sul futuro dell’Europa. Sebbene l’Alleanza abbia imbastito diverse iniziative – come, ad esempio, la Partnership for Peace o il Nato-Russia Council – mancò quel momento di ufficialità nel dire “la Nato si ferma qui” o “le porte sono aperte”. Forse solo a Pratica di Mare si andò vicino a tale risultato. È un qualcosa su cui dobbiamo ragionare.

Muoviamoci adesso verso il fulcro della nostra intervista. L’attacco russo ricade in anno cruciale per l’Alleanza: a margine del Vertice di Madrid, gli Stati membri aggiorneranno il documento strategico alleato ormai fermo al 2010. In primo luogo, le chiederei di spiegare perché questo documento è così rilevante e poi cosa ci si può attendere da questo aggiornamento. Assisteremo a uno stravolgimento totale o all’aggiornamento di pochi ma significativi elementi non più rispondenti alle attese dei prossimi anni?

Premetto che purtroppo non ho informazioni dall’interno così dettagliate: il mio sentore è che ci saranno degli aggiornamenti ma non uno stravolgimento. Lo stravolgimento potrebbe avvenire rispetto a quello che sta accadendo in Ucraina ma non credo che ci si assisterà a un mutamento sostanziale della dottrina nucleare. La “politica del doppio binario” rimane in piedi. Probabilmente ci saranno dei “cambiamenti cosmetici” al fine di adattare il documento al nuovo ciclo, ad una multipolarità simmetrica. Credo sarà data molta attenzione alla trasformazione dello strumento militare e alle tecnologie emergenti e dirompenti – come ad esempio, cyber, intelligenza artificiale e ipersonico – così come alla minaccia russa e alla Cina. C’è da aspettarsi anche un approfondimento relativo al cambiamento climatico, all’Artico e al Mediterraneo.

Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che Madrid ospiterà il vertice dei capi di Stato e di Governi alleati nel quarantennale del suo ingresso nel Patto Atlantico. Nel suo ultimo libro si è soffermato sulla posizione della Spagna all’interno della compagine atlantica. Secondo lei si possono riscontrare somiglianze e/o differenze tra la visione spagnola e italiana rispetto all’Alleanza? E rispetto all’azione sul fianco sud?

Credo che le differenze sia maggiori rispetto alle somiglianze: sono solito definirli come gemelli diversi. Ovviamente entrambi gli stati sono posizionati sul fianco sud dell’Alleanza e finiscono col condividere un arco di problemi simili: stati falliti, movimenti migratori, gruppi criminali e terroristici solo per citarne alcuni. A fronte di ciò si riscontrano differenze di natura geografica, storica e per certi versi anche culturali. Innanzitutto, la Spagna non ha davanti alle proprie coste uno stato fallito come può essere la Libia per l’Italia, una tematica di cui in Spagna non si parla molto. C’è il Marocco, ovvero uno stato fondamentale per il contenimento dei flussi migratori; il problema del Sahara Occidentale e del controllo dello Stretto di Gibilterra. In questo senso la Brexit ha avuto un effetto molto maggiore per la Spagna che non per l’Italia. Rispetto alla dimensione culturale, invece, il fascismo in Spagna è terminato diversi decenni dopo rispetto all’Italia: per certi versi, la cultura politica spagnola è molto più simile a quella tedesca, caratterizzata da una posizione difensiva, profondamente pacifista, magari anche passiva. L’ingresso di Madrid nell’Alleanza è stato un toccasana per il paese poiché ha prodotto una forte modernizzazione e democratizzazione delle forze armate nazionali. A differenza dell’Italia, l’atlantismo spagnolo è meno mercato: quando in Spagna si parla di atlantismo si fa riferimento all’America Latina. Secondo alcuni studiosi, ciò è da attribuire alla diversa posizione geografica dei due stati nello scacchiere della Guerra Fredda: una condizione che in Spagna spesso si manifesta in una sorte di “sindrome dell’abbandono”. Ospitare il vertice Nato, quindi, è grande vanto. Nonostante il profondo carattere pacifista, la Spagna ha partecipato – e partecipa con l’Italia – a diverse missioni all’estero, ritirandosi solo dall’Iraq dopo degli attentati terroristici che colpirono il paese agli inizi degli anni 2000. Credo che ci sia spazio per un ulteriore rafforzamento della cooperazione tra Italia e Spagna, soprattutto per quanto riguarda le sfide non tradizionali provenienti dal Sud (cambiamento climatico, movimenti migrazioni e organizzazioni transnazionali). Ciò che manca è un asse mediterraneo composto da stati con una posizione geografica, una storia e sfide comuni simile al gruppo di Visegrad.

Date le similitudini tra Spagna e Germania, le chiedo di commentare la decisione del governo tedesco di aumentare le spese militari e di raggiungere i famosi obiettivi del Galles. La decisione l’ha sorpresa o rientra nel naturale corso degli eventi generato dall’invasione russa? Ciò può produrre un mutamento degli equilibri interni all’Alleanza?

La decisione del governo tedesco non mi ha sorpreso, credo rientri nel normale corso degli eventi. Credo però che la sostanza non cambi di molto gli equilibri interni all’Alleanza ma rappresenti solo un fatto puramente circostanziale, di normalizzazione della politica estera tedesca. Ci vorrà del tempo per valutare tali misure ma francamente non credo che la Germania diventerà una potenza militare, almeno non nel breve periodo.

Danilo Mattera

Geopolitica.info

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