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Lo stability policy tra passato e futuro. Intervista al Gen. De Magistris

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La NATO osserva con attenzione ciò che accade nei Balcani e continuerà a lavorare per la stabilità della regione. Questa, in estrema sintesi, la posizione espressa dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg a margine delle sue visite in Bosnia Erzegovina, Kosovo, Serbia e Macedonia del Nord tenutesi lo scorso novembre. Un impegno che l’Alleanza svolge concretamente da decenni, anche attraverso i dettami dello Stability Policing. Principi che, secondo quanto affermato dal Generale di Brigata Giuseppe De Magistris, direttore del Center of Excellence for Stability Police Units, già a capo del NATO Stability Policing of Excellence – resteranno fondamentali anche nel prossimo futuro. “Lo Stability Policing – afferma De Magistris – s’inserisce a pieno titolo in un’ottica di copertura della minaccia a 360 gradi, così come richiesto dallo stesso NATO 2022 Strategic Concept”.

“La recrudescenza della tensione politica tra Kosovo e Serbia ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica sulla rilevanza dello Stability Policing nella regione balcanica. Quali sono, secondo lei, i fattori che concorrono al successo di KFOR?”

Il successo della Kosovo Force (KFOR) è da ricondursi ai seguenti elementi:

Ruolo nella stabilizzazione: la KFOR è una missione internazionale della NATO, con l’obiettivo principale di mantenere un ambiente sicuro – Safe And Secure Environment (SASE) – e garantire la libertà di movimento – Freedom Of Movement (FoM) – nel Kosovo. Il ruolo principale della KFOR è quello di fornire sicurezza e stabilità, evitando il ripetersi delle violenze passate e il deterioramento delle relazioni tra le comunità. La presenza di una forza internazionale in grado di mantenere l’ordine e la sicurezza pubblica e prevenire conflitti contribuisce al successo complessivo della KFOR, attraverso la forza “deterrente” di una presenza.

Cooperazione con le forze di polizia locali: La KFOR lavora in stretta collaborazione e sinergia con la Kosovo Police (KP), la forza di polizia locale, fornendole supporto, mentoring e aiutandola a sviluppare le proprie capacità operative nell’ottica di garantire la sicurezza delle comunità locali attraverso il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica nel Kosovo.

Scambio di conoscenze: la MSU (Multinational Specialized Unit), è un’unità a framework Arma dei Carabinieri, che – a seconda del mandato – ha funzioni d’imposizione (come inizialmente in Kosovo) e mantenimento della pace, assistenza umanitaria e polizia civile. Essa è stata già impiegata con successo in Bosnia Erzegovina, Albania, Iraq e, appunto, in Kosovo, dove è tuttora operativa. Componente fondamentale della KFOR, ha anche avuto il merito di riversare le proprie procedure e tecniche nel settore dell’ordine e della sicurezza pubblica alla KP, consentendole di acquisire capacità operative in settori strategici quali, tra gli altri, il crowd control (controllo della folla), la Polizia Giudiziaria e la Protezione Ambientale.

Supporto alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali: KFOR fornisce supporto alla sicurezza locale, alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali responsabili della sicurezza pubblica, in particolare alla KP e alla missione EULEX (European Union Rule of Law Mission in Kosovo). Questa cooperazione è fondamentale per garantire una gestione efficace dell’ordine pubblico e affrontare le sfide che possono emergere nella regione.

Capacità di adattamento e flessibilità: KFOR, compresa la MSU, ha dimostrato un’elevata capacità di adattamento alle mutevoli esigenze e alle evoluzioni della situazione nel Kosovo. La MSU ha svolto un ruolo fondamentale durante la transizione delle funzioni di polizia dalla KFOR alla KP. Ciò ha permesso di trasferire progressivamente le responsabilità di prevenzione e repressione del crimine alla polizia locale, consentendo alla KP di assumere un ruolo sempre più autonomo nel mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.

In conclusione, il successo della KFOR nel contesto dello Stability Policing nel Kosovo dipende da diversi fattori, tra cui la cooperazione con le forze di polizia locali, l’addestramento congiunto, il supporto alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali, nonché la capacità di adattamento e flessibilità nell’affrontare le sfide in evoluzione. La presenza della KFOR e il suo impegno per mantenere un ambiente sicuro e promuovere la stabilità sono elementi chiave per favorire la pace e la convivenza nel Kosovo.

“Due anni fa, in una precedente intervista per Geopolitica.info, ci aveva rimarcato l’importanza dell’analisi periodica dell’esperienza sul campo al fine di trarne lezioni potenzialmente utili per agire con maggiore efficacia in futuro. Potrebbe sintetizzare, per i nostri lettori, alcune delle principali lezioni apprese negli ultimi anni?”

Il settore delle Lezioni Apprese (“Lessons Learned” – LL), e il parallelo sviluppo sistematico delle “Best Practices”, rappresenta uno dei quattro “pillars” su cui si fonda sia l’attività del NATO Stability Policing Centre of Excellence, sia del CoESPU.

Nello specifico, le LL costituiscono il “trigger” iniziale a favore dell’intero ciclo, che successivamente porterà all’individuazione di eventuali correttivi strutturali da recepire nella dottrina, nell’addestramento e poi nelle operazioni, preventivamente testate nelle esercitazioni.

Prima di proseguire, vorrei ricordare come l’unica definizione di Stability Policing disponibile sia quella che ci fornisce la NATO, cioè l’insieme delle attività di polizia o a essa collegate, finalizzate a rinforzare (reinfocement) o sostituire (replacement o substitution) temporaneamente le Forze di Polizia locali per contribuire al ripristino o al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, dello stato di diritto e alla tutela dei diritti umani (si veda, NATO Allied Joint Publication (AJP) 3.22 “Allied Joint Doctrine for Stability Policing”).

Ciò premesso, il NATO Stability Policing Centre of Excellence (NATO SP CoE) di Vicenza ha avviato una serie di progetti in avanzata fase di realizzazione in prospettiva di LL, focalizzati sulle più recenti attività condotte dalla NATO, ad esempio nell’area balcanica, con una specifica attenzione all’impiego sul terreno di assetti specialistici MSU in favore di KFOR, ma anche e soprattutto nel teatro operativo afghano e a quello iracheno. Per il primo è stato sviluppato un progetto congiuntamente all’organismo statunitense Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), ma nel mio articolo “La Polizia di Stabilità – il grande assente nell’equivoco afghano”, ho analizzato il collasso, avvenuto nel 2021, delle forze di sicurezza afghane, caratterizzate da una violenza brutale contro ogni forma di violazione di legge, corruzione, nepotismo e invise alla popolazione.

La precedente ed efficace esperienza dell’utilizzo della Polizia di Stabilità in situazioni di crisi come i Balcani, l’Iraq e Timor Est, adottata dalla NATO già dal 1998, avrebbe potuto indurre la Comunità Internazionale ad adottare lo stesso approccio in contesti instabili come l’Afghanistan. Caldeggiare un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per schierare idonee unità di Polizia di Stabilità, in grado di fronteggiare quello stato di quasi totale anarchia, avrebbe consentito di colmare l’imperante vuoto di sicurezza (il cosiddetto security gap). Basti prendere in esame il terrorismo: costituisce un errore di fondo considerare la lotta nei suoi confronti come un problema quasi esclusivamente militare e non anche un problema sociale e di polizia. Per affrontarlo occorre infatti procedere anche sul piano socio-assistenziale, attraverso processi di deradicalizzazione e reintegrazione nella società, e sul piano operativo, attraverso mirate investigazioni tese a smantellarne strutture, network, nonché fonti di approvvigionamento e finanziamento (ovvero il cosiddetto “Metodo Falcone”, cioè, “follow the money”).

Col mancato impiego della Polizia di Stabilità – che svolge un ruolo cruciale in scenari caratterizzati da estrema volatilità e attacchi asimmetrici attraverso un ridotto impiego della forza, e quindi il rischio di danni collaterali, concentrandosi sui bisogni della popolazione, perseguendo ogni forma di reato commessa da insorti e/o terroristi – l’Afghanistan e la Comunità Internazionale hanno perso un’ottima occasione per provare ad accelerare il processo di legittimazione delle istituzioni locali, attraverso la promozione di pace, stabilità e primazia del diritto, contribuendo a gettare delle solide basi per il progressivo disimpegno da quel teatro operativo, piuttosto che ridursi ad una precipitosa fuga.

Anche il Colonnello Luigi Bramati, attuale Direttore del NATO SP CoE, nel suo articolo “Guerra in Iraq 2003-2009: gli errori di pianificazione della riforma del Security Sector”, ha dimostrato come l’applicazione dei principi dello Stability Policing avrebbe potuto evitare gli errori commessi nella pianificazione della missione in quel teatro operativo. In un contesto dove le principali forze della Coalizione erano convinte che il settore della polizia non fosse così rilevante ai fini della sicurezza di breve termine in quel teatro di operazioni, si inserì una generale sottovalutazione di tale fondamentale settore che determinò la predilezione di soluzioni adottate nella contingenza in luogo di una vera e propria pianificazione in materia di sicurezza interna. Questo determinò il ricorso compulsivo a corpi di polizia robusti, spesso rivelatisi incontrollabili, avvezzi agli abusi e alla violenza settaria, e l’estensivo e incontrollabile ricorso a formazioni irregolari, come milizie tribali anch’esse rivelatesi non adatte allo scopo e solo occasionalmente funzionali alla campagna di counter-insurgency. Questi fattori, uniti ad una generale indecisione nel voler costruire una credibile architettura di polizia, essendo fallite le ipotesi di schierare un adeguato numero di international police advisors, porterà a paradossali tentativi di accelerazione dei programmi addestrativi (come il programma 30.000 in 30 days, che prevedeva l’addestramento di trentamila reclute in trenta giorni), a scapito della qualità degli insegnamenti e determinando l’inevitabile fallimento del Security Sector. In tale ambito il Colonnello Bramati ha evidenziato che un’immediata applicazione dei principi dello Stability Policing, che da un lato impone la pianificazione degli aspetti relativi al policing nelle operazioni e dall’altro riconosce all’organizzazione di polizia un ruolo attivo nel settore della sicurezza interna, avrebbe restituito alle agenzie di sicurezza interna irachena la giusta priorità nella considerazione dei pianificatori, in ragione della loro qualità di attori (e non meri fattori), fondamentali per ristabilire la governance.

In estrema sintesi, nel corso di questi ultimi anni, in prospettiva LL, è emerso un unico filo conduttore che ci ha portati a concludere che, ove l’Alleanza non decida d’impiegare sul terreno assetti di Stability Policing, congiuntamente agli assetti militari tradizionali, si priva di un’importante capacità di supporto che consentirebbe maggiore flessibilità d’impiego dello stesso strumento militare, in particolare nell’ambito dei sempre più frequenti contesti di natura “ibrida”, nell’ambito dei quali un “tool” come lo Stability Policing s’inserisce a pieno titolo in un’ottica di copertura della minaccia “a 360 gradi”, così come richiesto dallo stesso NATO 2022 Strategic Concept.

“Vicenza è uno dei centri propulsivi dello Stability Policing a livello internazionale. Da pochi mesi ha assunto il comando del Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità, una struttura voluta dai governi del G8 nel 2005 per diffondere l’approccio proprio dell’Arma dei Carabinieri a livello globale. Potrebbe parlarci di più di questa struttura? Quali sono gli obiettivi per il prossimo futuro?”

Il CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units, Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità) è stato istituito a Vicenza dall’Arma dei Carabinieri il 1° marzo 2005, grazie a un’iniziativa italiana, sostenuta dai Paesi del G-8 nell’ambito di un più ampio Piano d’Azione della Comunità Internazionale per l’Espansione della Capacità Globale per le Operazioni di Sostegno alla Pace, con particolare attenzione ai Paesi Africani.

Come struttura nazionale aperta a contributi internazionali, il CoESPU è un centro di alti studi e un hub dottrinale, che funge da think tank operativo e da centro di formazione e che opera principalmente in collaborazione con il Dipartimento delle Operazioni di Pace delle Nazioni Unite (DPO ONU) e con altre Organizzazioni Internazionali, al fine di sviluppare unità “simili ai Carabinieri” a favore di Paesi Contributori interessati e impegnati a sostenere le Operazioni di Pace.

Grazie al patrocinio e al supporto finanziario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso la sua Global Peace Operations Initiative (GPOI), il progetto si basa sulle competenze internazionali sviluppate dai Carabinieri attraverso le numerose missioni di mantenimento della pace compiute negli ultimi decenni.

Il CoESPU si dedica principalmente alla realizzazione e conduzione di programmi di formazione, elaborazione di proposte dottrinali e nuove procedure operative – con le relative best practices – in materia di mantenimento della pace da parte delle Forze di Polizia e promozione dei principi d’interoperabilità. Il Centro di Eccellenza inoltre, costituisce una parte attiva della rete “dottrinale” mondiale, interagendo con varie Organizzazioni Internazionali, tra cui – ma non solo – spiccano l’African Union, l’Unione Europea e l’OSCE, Istituti Accademici e Centri di Ricerca paritetici.

Le attività di formazione del CoESPU sono tese a preparare Forze di Polizia da impiegare in operazioni di pace, specializzate nella gestione della transizione da una situazione post-crisi verso un ambiente stabile che possa costituire un terreno favorevole per la successiva ricostruzione, attraverso un approccio orientato alle esigenze della popolazione e della comunità, il cosiddetto people and community oriented approach.

Il Centro di Eccellenza è aperto a tutti i Paesi interessati alla costituzione di proprie Unità di Polizia di Stabilità che possano essere impiegate nell’ambito delle Operazioni di Pace sotto l’egida dell’ONU e di altre Organizzazioni Internazionali.

Nel corso dei suoi 18 anni di attività, ad oggi il CoESPU ha formato 13.964 peacekeepers provenienti da 128 Paesi su 193 esistenti al mondo da impiegare nelle missioni delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni regionali, procedendo altresì all’ampliamento del proprio raggio d’azione, non solo attraverso la diversificazione della propria offerta formativa con corsi sempre più specialistici (dall’analisi della minaccia asimmetrica alla protezione del patrimonio ambientale e culturale nelle aree di crisi), ma imponendosi a livello mondiale come un centro di ricerca di riferimento nel campo della Stability Policing e della più ampia Human Security. Il CoESPU collabora attualmente con 18 atenei e centri di ricerca in tutto il mondo (nel solo 2022 abbiamo sviluppato 67 programmi di internship, master e PhD), ospita seminari e conferenze internazionali e inoltre, da qualche mese, ha fondato una rivista scientifica semestrale online dal nome “Advanced Studies”, contenente articoli scritti da Accademici e Subject Matter Experts, che si va ad affiancare al nostro storico “The CoESPU Magazine”, dove trimestralmente pubblichiamo, sempre online, dei resoconti relativi alle nostre attività, nonché articoli riguardanti lo Stability Policing scritti da esperti di caratura internazionale.

Colgo l’occasione per ricordare che dal 27 al 29 settembre scorsi abbiamo organizzato, insieme al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), che si avvale di una banca dati dei Beni Culturali rubati con più di 7 milioni di beni censiti di cui 1.300.000 da ricercare, la più grande al mondo in questo specifico settore, con un database contenente informazioni sui beni da ricercare, sia di origine italiana, sia straniera, la Conferenza Internazionale sulla Protezione del Patrimonio Culturale nelle Aree di Crisi (International Conference on Cultural Heritage Protection in Crisis Areas). L’importante evento ha visto la partecipazione di numerose personalità di rilievo in rappresentanza dell’UNESCO, dell’Unione Europea, dell’OSCE, della NATO e di altre organizzazioni internazionali, col prestigioso intervento, in qualità di Key-note speaker, della d.ssa Antonia Marie De Meo, Direttrice dell’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia di Torino (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute – UNICRI). Per l’Arma dei Carabinieri, come massima Autorità, è intervenuto il Vice Comandante Generale, Generale di Corpo d’Armata Riccardo Galletta.

La Conferenza Internazionale è stata preceduta dalla seconda edizione del corso “Army Monuments Officer Training” (AMOT) – tenutosi presso il CoESPU dal 18 al 27 precedenti , un’attività organizzata in collaborazione con lo U.S. Army Reserve’s Civil Affairs and Psychological Operations Command (USACAPOC – Comando per gli Affari Civili e le Operazioni Psicologiche della Riserva dell’Esercito degli Stati Uniti – con sede a Fort Bragg, in North Carolina) e l’Istituto Smithsonian.

Il corso, della durata di 10 giorni, è stato ideato per fornire ai partecipanti, 29 Ufficiali e Funzionari di polizia, provenienti da diversi Paesi (tra cui Francia, Italia, Giordania, Mauritania, Filippine, Tailandia, Togo, Turchia e Stati Uniti e cinque tirocinanti italiani provenienti da diverse Università), le conoscenze e le competenze necessarie per salvaguardare manufatti e monumenti di valore inestimabile, assicurandone la conservazione anche in circostanze difficili, raccogliendo l’eredità dei Monuments Men and Women della Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di esperti che protesse i Beni Culturali durante il conflitto (in particolare quelli saccheggiati dai nazisti).

La prima edizione del corso AMOT si è tenuta a Washington DC, negli Stati Uniti, nel 2022, con la partecipazione di specialisti dell’USACAPOC e dell’Arma dei Carabinieri che, nel 1969 fu la prima Forza di Polizia al mondo a istituire un’unità specializzata per la protezione del Patrimonio Culturale, il citato TPC.

La seconda edizione è stata finanziata sia da fondi Nazionali sia dalla menzionata Global Peace Operations Initiative che concorre finanziariamente alla realizzazione di numerosi corsi per le Nazioni Unite, tra cui: Child Protection, Training Building, Protection of Civilians, Formed Police Units (FPU) Coordinators, FPU Command Staff, FPU Pre-Deployment Training, UN Staff Officer Course, UN Police Commanders, Gender Protection, High Risk Operations, Specialized Training Materials, Police – Monitoring, Mentoring & Advising, Police – Capacity Building & Development, Community – Oriented Policing.

Ma l’offerta formativa del CoESPU non si ferma qui: grazie alla collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa, il Centro di Eccellenza garantisce un ulteriore ventaglio di corsi, tra cui: Stability Policing, Asymmetric Threat, International Military Police, Strategic Advising, Environmental Protection for Peace Operations e Cultural Heritage Protection for Peace Operations. Senza contare le attività organizzate per conto del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, tra cui: Diritto Internazionale Umanitario, Gestione dell’Ordine Pubblico e svariati corsi di lingua.

Per il prossimo futuro, stiamo rafforzando la cooperazione con l’Unione Africana – attraverso lo sviluppo di esercitazioni congiunte, corsi dedicati e l’invio di mobile training teams – ed in particolare con l’ECOWAS. In tale quadro, si inserisce anche una più forte collaborazione con la U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF) di Vicenza, con lo U.S. Africa Command (AFRICOM) di Stoccarda, nonché con il Peacekeeping and Stability Operations Institute (PKSOI) dell’Esercito degli Stati Uniti.

Danilo Mattera

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