Narendra Modi, Xi Jinping e l’inestricabile nodo della frontiera sino-indiana

Nella regione del Sikkim, tra le impervie vette che superano i seimila metri di quota ed in condizioni climatiche estreme le forze armate di India e Cina continuano a confrontarsi in schermaglie minori che rinfocolano il conflitto pluridecennale. Nel momento contingente, per ragioni di politica interna ed estera nessuno dei due attori sarebbe avvantaggiato da una soluzione definitiva della disputa a patto che le schermaglie non superino livelli di guardia come avvenne nel 1962 e nel 1967 (proprio nel Sikkim). Il conflitto a bassa intensità è quindi, con ogni probabilità, destinato a protrarsi almeno sino al termine della presidenza Modi.

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Le dispute confinarie fra Repubblica Popolare Cinese e India riguardano, come noto, un lungo profilo confinario suddiviso in tre spezzoni per una lunghezza totale di circa 4000 km, causa di confronti diplomatici e scontri militari fra i due stati quantomeno dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento. L’area settentrionale del Sikkim, teatro dell’ultima schermaglia, avvenuta a Naku La, avamposto indiano nel nord della regione, è molto importante nella geopolitica dei due contendenti per la strategica posizione. Si tratta di un vero e proprio saliente: una lingua di terra indiana che si insinua fra la Repubblica del Nepal e il regno del Bhutan, due stati che hanno goduto della loro posizione di neutralità nell’annoso confronto fra Pechino e Nuova Delhi, il primo traendone vantaggio e mantenendo buoni rapporti con ambedue almeno dal 1960, anno in cui venne siglato il Trattato di pace e amicizia sino-nepalese.

Un momento particolarmente infiammato di crisi confinaria fra i due paesi è stato nell’estate appena trascorsa, quando tra maggio e fine luglio, a causa di scontri militari di ben più intensa entità, si sono avuti decine di caduti da ambo le parti. La situazione di violenta crisi fra Il PCC e il governo indiano è stata raffreddata con l’implementazione politica di una serie di colloqui che hanno visto impegnati i vertici militari e politico-militari dei due paesi, ma l’attrito di sottofondo è rimasto. Una volta che la situazione sul versante dell’Aksai Chin sembrava tranquillizzatasi il confronto si è di nuovo materializzato nel Sikkim.

La situazione di politica interna che sta vivendo il governo del Primo ministro Narendra Modi, offuscato dalla gestione dell’emergenza sanitaria ed in cattive acque economiche non consente alla sua immagine di nazionalista e conservatore un cedimento sulle questioni di confine. Quest’estate il governo di Nuova Delhi è arrivato a dover promuovere, come leggi d’emergenza, dei provvedimenti di liberalizzazione del mercato agricolo che rischiano di schiacciare i produttori agricoli  e che sono stati momentaneamente sospesi, nella loro applicazione, dalla Corte suprema indiana. La Corte ha agito nel tentativo di salvare il governo dall’impasse e da una violenta serie di  rivolte del proletariato agricolo (classe numericamente molto consistente in India) bilanciando una situazione socialmente ormai instabile.

Xi Jinping da parte sua non può certo disimpegnarsi da una politica di potenza, pur non aggressiva (ancora) sia nel Pacifico che nel subcontinente indiano. E’ lontana, anche in politica estera l’immagine di potenza dedita al soft-power le cui ultime propaggini sono forse state rappresentate dalla politica di assistenza ai paesi più o meno vicini colpiti dalla pandemia (la cosiddetta “diplomazia delle mascherine”). Nel suo discorso on-line, pronunciato per l’evento World Economic Forum-Agenda lunedì 25 gennaio ha diffidato gli stati dal tenere un comportamento arrogante e dall’imporre un certo tipo di modello di civilizzazione cercando di forzare la cultura di certi paesi, riferendosi abbastanza chiaramente a chi cerca di diffondere i valori della democrazia occidentale. Un segnale chiaro e coinciso inviato anche a Joe Biden insomma, come a informarlo di non farsi l’idea quanto mai sbagliata di attendersi un atteggiamento accomodante da parte di Pechino. In campo economico, strategico e diplomatico la Cina percorrerà la sua strada promuovendo un nuovo modello di relazioni internazionali basato sul multilateralismo e promuovendo la cooperazione fra stati senza l’imposizione di modelli (con chiaro riferimento a quelli occidentali). A questo determinato approccio programmatico corrisponde una gestione configurabile come un hard power giuridico evidenziatasi nella vicenda di Hong Kong, un hard power strategico dimostrato proprio in questi giorni dalle esercitazioni condotte nello stretto di Taiwan (secondo molti analisti per testare il punto sino al quale la nuova amministrazione americana è disposta a giungere per supportare l’alleato) e una non più insistente ricerca di immagine di potenza pacifica. Questo orientamento generale non può certo essere smentito nei confronti dell’India a prescindere dall’importanza dei territori contesi per ragioni legate allo sviluppo della Belt and Road Initiative.


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Il gioco delle scaramucce, che nell’ultimo caso (sconfinamento di una pattuglia da esplorazione cinese avvenuto il 20 gennaio) non hanno visto che qualche ferito causato da una sassaiola, conviene quindi ad ambedue le dirigenze politiche. Questo a patto che la reciproca confidenza nel comportamento razionale dell’altro venga mantenuta evitando una pericolosa escalation. La situazione di lieve instabilità permarrà pertanto sino al permanere delle attuali posture strategiche nell’area e nella politica interna dei due paesi.