Il Myanmar verso le elezioni: il percorso del Paese del Sud Est asiatico verso le imminenti consultazioni elettorali

Le elezioni previste in Myanmar per l’otto novembre 2015 rappresentano un importante snodo per il futuro del paese, l’attenzione dei media mondiali è altissima e le consultazioni elettorali sono l’ulteriore tappa del processo di apertura del regime verso una democratizzazione. Un percorso iniziato nel 2010 quando la giunta militare, che controllava la vita politica del paese dal 1962, ha lasciato spazio ad un governo misto composto da esponenti della società civile e politici legati al regime.

Il Myanmar verso le elezioni: il percorso del Paese del Sud Est asiatico verso le imminenti consultazioni elettorali - GEOPOLITICA.info Aung San Suu Kyi nel parlamento birmano, 2015 (cr: CNN)

Il controllo dell’amministrazione dello stato e le decisioni politiche sono rimaste saldamente in mano ai militari, ma sin dai primi mesi del 2011 il Myanmar ha scelto una graduale accettazione delle richieste di democratizzazione. Il rilascio di Aung San Suu Kyi rappresenta il gesto più noto, insieme alle graduali scarcerazioni dei prigionieri politici coinvolti nelle rivolte degli anni precedenti come i monaci protagonisti della cosiddetta “rivoluzione zafferano” del 2007 ma anche i leader della protesta studentesca del 1988. Nelle elezioni dell’aprile 2012, la National League for Democracy (NLD) conquistò ben 43 dei 45 seggi disponibili, eleggendo la stessa Aung San Suu Kyi.

Per la prima volta dal 1990 fu concessa la possibilità alla NLD di partecipare alle elezioni, consultazioni che furono giudicate in maniera positiva da tutti gli osservatori internazionali intervenuti. Nello stesso anno Aung San Suu Kyi riceve in Norvegia il Premio Nobel per la Pace vinto nel 1991 e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama visita il paese. Un evento storico per il Myanmar, Obama è stato il primo presidente statunitense a visitare il paese del Sud Est asiatico, la missione è stata anticipata da un viaggio ufficiale del presidente Thein Sein a Washington e un tour della stessa Aung San Suu Kyi in America del Nord. Anche sul fronte interno la situazione sembra migliorare notevolmente, sempre nel 2012 viene abolito il divieto promulgato dopo le rivolte studentesche del 1988 che vietata gli assembramenti di gruppi superiori alle cinque persone e continuano le concessioni nei confronti dell’opposizione con l’abolizione della restrizione all’ingresso nel paese per 2000 esuli politici. Il presidente Thein Sein sigla numerosi accordi con i principali gruppi etnici che da decenni combattono una strenua lotta contro il regime dei militari.

La tregua con i guerriglieri Karen è ormai in vigore da due anni e nonostante alcuni sporadici scontri verso il confine con la Tailandia, la situazione con i ribelli del principale gruppo etnico birmano sembra essere sotto controllo. Il governo del Myanmar ha aperto un tavolo di trattativa con i ribelli delle etnie Shan e Kachin sin dal 2011 e ha raggiunto un cessate il fuoco con entrambi i gruppi, di fatto ponendo un freno ad una guerra di bassa intensità che ha impegnato il paese nell’ultimo ventennio.La minoranza musulmana del paese invece continua a rappresentare una minaccia agli occhi del regime birmano, la condizione dei Rohingya ha attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. Il presidente Thein Sein ha ripetutamente sottolineato la diversità tra la i ribelli etnici e i musulmani nella regione confinante con il Bangladesh.

L’opinione pubblica interna ha dimostrato una scarsa comprensione nei confronti dei Rohingya e la stessa Aung San Suu Kyi ha attirato le critiche di alcune associazioni umanitarie per lo scarso impegno mostrato nel supportare le rivendicazioni della minoranza musulmana nello stato del Rakhine.Il faticoso e lento percorso verso una parziale apertura del paese è stato accompagnato da vari incentivi economici, sia gli Stati Uniti che la Comunità Europea hanno ripreso l’erogazione di fondi strutturali in Myanmar e molte imprese occidentali stanno investendo nel paese dopo la rimozione delle sanzioni e delle restrizioni. Non sono mancate le critiche nei confronti della pretesa democratizzazione del paese, secondo alcuni analisti le aperture sono state esclusivamente delle piccole concessioni ad uso dei media, mentre la repressione politica e la negazione di un confronto democratico continua in maniera evidente e palese in Myanmar.

Le critiche non hanno risparmiato gli Stati Uniti e la Comunità Europea, colpevoli di aver sovrastimato le riforme di Yangon e la stessa Aung San Suu Kyi accusata di aver avallato alcune scelte del regime in cambio di una maggiore libertà di azione in vista delle prossime elezioni e di aver cercato in maniera eccessiva l’approvazione di Pechino, alleato e supporter dell’attuale governo. Il potere, nello scorso quinquennio, è stato fermamente in mano al gruppo di potere che ha amministrato il paese negli ultimi cinquanta anni e il processo di transizione non sarà semplice, né rapido. La tamadaw, un termine che indica le forze armate birmane ma che sottende l’intricato reticolo di potere che i militari hanno creato nei decenni di governo del paese, non intendono lasciare le leve del comando e le forze di opposizione probabilmente non sarebbero in grado di gestire l’apparato amministrativo e burocratico del paese senza una sinergia o una cooperazione con l’esercito.

Gli sforzi dell’attuale presidente sulla strada per la democratizzazione sono apprezzabili e notevoli, considerando il grado di chiusura del paese sin a qualche anno fa. Le elezioni di novembre 2015 rappresentano un importante momento di svolta, ma non potranno generare un immediato cambiamento radicale in Myanamar. Aung San Suu Kyi potrà essere eletta nel parlamento ma la costituzione birmana la esclude dalla presidenza a causa di una legge che impedisce ai cittadini sposati con stranieri di ricoprire la massima carica dello stato.

La NLD sta affrontando anche la difficile gestione della lista dei candidati, nella ricerca di unequilibrio tra le esigenze elettorali e la necessità di rappresentare tutte le forze che in questi anni hanno appoggiato l’opposizione al regime, spesso pagando un prezzo altissimo in termini personali.

La figura di Aung San Suu Kyi ha rappresentato un incredibile catalizzatore per l’opinione pubblica mondiale nell’ultimo ventennio, la capacità di concertare una probabile vittoria elettorale con largo consenso con la necessità di avviare un processo di  pacificazione con il regime che ha esercitato una repressione nei confronti dell’NLD costituirà l’ennesimo banco di prova per la società civile birmana che ha lottato contro un regime dittatoriale e per la leader del principale partito di opposizione.