Myanmar: tra mille incertezze è iniziato l’avvicinamento alle elezioni

Il 7 maggio nel Myanmar si è sciolto il partito del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD). Una parte di esso dovrebbe fondare un altro movimento denominato National Democratic Force in vista della fine di quest’anno, entro l’autunno, si dovrebbero tenere, infatti, le prime elezioni libere nel Paese dopo vent’anni di regime della giunta militare. L’ultima tornata elettorale senza apparenti condizionamenti si tenne nel 1990 e furono vinte dal partito della signora Suu Kyi ma furono considerate non valide dalla giunta militare che, preso il potere, mise al bando il partito NLD e in carcere o agli arresti domiciliari i suoi maggiori esponenti. Proprio in seguito alle elezioni del 1990 iniziò il lungo calvario giudiziario del premio Nobel per la pace, che ha trascorso quindici dei ventuno anni successivi agli arresti, per lo più presso il suo domicilio.

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La NLD ha rifiutato l’iscrizione nelle liste elettorali in vista delle prossime elezioni politiche, seguendo il suggerimento della sua leader, che si è vista conferire ulteriori diciotto mesi di arresti domiciliari dopo un processo definito farsesco dalla comunità diplomatica internazionale. L’ultima condanna risale all’anno scorso quando, a poche settimane dalla data prevista per la sua liberazione, la signora Suu Kyi è stata processata e condannata per aver ospitato nella sua abitazione un cittadino di nazionalità americana. Questo fatto ha comportato la sua esclusione dalle prossime elezioni; infatti, una nuova legge emanata dalla giunta al potere ha stabilito che chiunque si trovi agli arresti domiciliari non può essere eletto né può votare. In generale la nuova legge afferma che chiunque stia scontando una pena detentiva non può appartenere ad un partito politico e, di conseguenza, presentarsi alle elezioni. I dettagli riguardanti le nuove regole per le prossime elezioni vengono pubblicati “a rate” sulla stampa di stato; per esempio poche settimane fa è stata annunciata la nascita della Union Election Commission, un organo che avrà il compito di vigilare sui partiti che si formeranno per le elezioni, organizzare le consultazioni ed eventualmente invalidarle in quelle regioni in cui, secondo la giunta, i disastri naturali o ragioni di sicurezza impedissero lo svolgimento delle operazioni di voto. 

In segno di protesta la signora Suu Kyi aveva suggerito agli altri rappresentanti del suo partito di non candidarsi alle elezioni, proposta che è stata prontamente accolta. Oltre alla leader birmana sono stati esclusi dalle elezioni, sempre a causa di questa legge, più di 2.100 prigionieri politici e membri degli ordini religiosi. Dopo il suo scioglimento la NLD si occuperà, stando alle dichiarazioni dei suoi dirigenti, dei problemi sociali del Paese, in particolare lavorerà per aiutare i prigionieri politici, le vittime del ciclone Nargis, i malati di Aids, i bambini soldato e le persone sottoposte ai lavori forzati.

Nel frattempo oltre venti funzionari di alto rango, fra i quali anche il premier e generale Thein Sein e vari ministri, hanno rassegnato le dimissioni dai loro incarichi nell’esercito in previsione della futura candidatura per le prossime elezioni. Il premier Thein Sein ha anche formato un nuovo partito da presentare alle prossime elezioni, l’Union Solidarity and Development Party (USDP).

La Costituzione votata dalla giunta nel 2008 riserva il 25 per cento dei seggi del Parlamento ai militari mentre il restante 75 per cento sarà occupato da ex esponenti dell’esercito o personalità e funzionari vicini al regime. Visti questi presupposti le elezioni saranno seguite con particolare attenzione non solo dalla popolazione birmana ma anche dal resto del mondo, in particolare da coloro che sperano in una svolta democratica nella vita del Paese. Sia l’ONU sia l’ASEAN hanno auspicato che si tengano elezioni corrette e democratiche; invece la Cina, principale partner economico della giunta militare, ha dichiarato attraverso i suoi portavoce che le elezioni birmane ricadono nel controllo della sovranità statale, che perciò come tale dev’essere rispettata. La Cina firma accordi economici con i generali birmani, li protegge regolarmente appellandosi al principio di non interferenza, ed è responsabile del 90 per cento degli investimenti stranieri nel Paese.

Un altro partner importante, sempre a livello economico, è l’India; insieme a Pechino, Delhi ha firmato accordi economici con la giunta militare per la costruzione di impianti che riforniscano di energia i due giganti asiatici. Questi accordi, sottoscritti con le più importanti potenze asiatiche, non fanno che rafforzare il potere dei leader birmani al vertice dello stato, legittimandone l’operato.