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09/05/2025
Cina e Indo-Pacifico

La Guerra nascosta del Myanmar. Un’analisi funzionale della crisi secondo i tre gap di Charles T. Call

di Martina Bolzonello

Ad oggi, la crisi in Myanmar rappresenta uno dei conflitti più complessi e prolungati dell’Asia contemporanea. Dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Paese è precipitato in una guerra civile latente, in cui si vedono coinvolti molteplici attori sia interni che esterni; si tratta di uno scenario drammatico con implicazioni significative per la stabilità regionale e globale. Pertanto, il presente articolo, si propone di analizzare la situazione attraverso tre vuoti sistemici: security gap, capacity gap e il legitimacy gap, secondo la logica utilizzata da Charles T. Call. Questo approccio permette di uscire dalla visione dicotomica Stato funzionante/fallito e quindi di scomporre la crisi nei suoi elementi funzionali- sicurezza, capacità amministrativa e legittimità- per individuare in modo mirato le cause del conflitto e di conseguenza, le possibile strade per la ricostruzione.

Ad oggi, la crisi in Myanmar rappresenta uno dei conflitti più complessi e prolungati dell’Asia contemporanea. Dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Paese è precipitato in una guerra civile latente, in cui si vedono coinvolti molteplici attori sia interni che esterni; si tratta di uno scenario drammatico con implicazioni significative per la stabilità regionale e globale. Pertanto, il presente articolo, si propone di analizzare la situazione attraverso tre vuoti sistemici: security gap, capacity gap e il legitimacy gap, secondo la logica utilizzata da Charles T. Call. Questo approccio permette di uscire dalla visione dicotomica Stato funzionante/fallito e quindi di scomporre la crisi nei suoi elementi funzionali- sicurezza, capacità amministrativa e legittimità- per individuare in modo mirato le cause del conflitto e di conseguenza, le possibile strade per la ricostruzione.

Security Gap

Il Security Gap si riferisce all’incapacità dello Stato di fornire sicurezza fisica ai suoi cittadini contro la violenza armata, sia da parte di attori statali che non statali. In questo contesto la sicurezza non riguarda soltanto l’assenza di guerra o conflitto interno, ma implica anche la capacità dello Stato di proteggere attivamente la popolazione da minacce alla vita e all’integrità fisica, inclusi crimine, insurrezioni, milizie, e violenza sistemica. Un security gap si verifica quando questa funzione viene abbandonata, distorta o esercitata in modo coercitivo e illegittimo, come spesso accade nei regimi autoritari o durante guerre civili.

In Myanmar, il security gap è profondo e strutturale in quanto lo Stato non solo non riesce a garantire i livelli minimi di sicurezza alla popolazione, ma è esso stesso fonte primaria di insicurezza. Il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 ha segnato un punto di rottura nel già fragile equilibrio interno del Myanmar, innescando un’escalation del conflitto armato e un profondo deterioramento delle condizioni di sicurezza. Dopo aver preso il potere, la giunta militare del Tatmadaw, guidata dal generale Min Aung Hlaing e rappresentata politicamente dallo State Administration Council (SAC), ha consolidato il controllo su una parte del territorio nazionale (in particolare su Yangon Region, Naypyidaw Union Territory, Mandalay Region,Ayeyarwady Region e Tanintharyi Region) mentre vaste regioni – tra cui Chin, Shan, Kayah, Sagaing, Kachin e Rakhine – sono rimaste fuori dal suo dominio diretto. In queste aree, il vuoto di potere statale ha permesso l’emergere o il rafforzarsi di diversi attori armati: gruppi etnici armati (EAOs) con proprie strutture militari e politiche, le People Defence Forces (PDF) affiliate al governo di unità nazionale (NUG), e una miriade di milizie locali o spontanee nate in risposta a condizioni di insicurezza o ingiustizia.

La frammentazione del controllo territoriale ha trovato una risposta sistematica da parte della giunta nel ricorso alla violenza. Lungi dal garantire sicurezza, il SAC ha fatto ampio uso della forza per reprimere ogni forma di resistenza e punire le comunità considerate ostili. Attacchi indiscriminati, esecuzioni extragiudiziali, bombardamenti aerei e distruzione di villaggi sono diventati strumenti ricorrenti della strategia militare, contribuendo a rendere lo Stato stesso una fonte primaria di insicurezza per i civili.

In questo contesto, la sicurezza nel Paese è diventata territoriale e temporanea, dipendente dal controllo momentaneo esercitato da attori armati locali. Sebbene molte di queste forze – in particolare le PDF e gli EAOs – siano percepite da parte della popolazione come legittime forme di resistenza, la loro molteplicità e la mancanza di coordinamento strategico contribuiscono a una frammentazione strutturale del sistema di sicurezza.

L’assenza di un’autorità statale funzionante e legittima ha inoltre favorito la crescita di un ecosistema di attori non statali che aggravano ulteriormente il security gap: narcotrafficanti, reti di contrabbando e gruppi criminali agiscono indisturbati, soprattutto nelle aree di confine con Cina, Laos e Thailandia. Zone come il cosiddetto “Triangolo d’Oro” sono diventate enclave fuori controllo, dove nessuna autorità – né statale né non statale – è in grado di garantire la legge o la protezione.

Il risultato è un sistema altamente instabile in cui nessun attore riesce a fornire sicurezza sistemica, duratura e legittima su scala nazionale. Questo quadro frammentato alimenta la crisi interna e rende estremamente complesso ogni tentativo di avviare un processo di pace sostenibile.

Capacity Gap 

Il Capacity Gap si riferisce all’incapacità dello Stato di fornire servizi pubblici fondamentali e di amministrare efficacemente il proprio territorio. Tuttavia, la capacità statale non si limita al mantenimento dell’ordine pubblico, ma include anche la fornitura di beni pubblici essenziali considerati primari all’interno del tessuto sociale come servizi sanitari, scolastici, le infrastrutture,i trasporti, la giustizia penale e civile. Il capacity gap emerge quando lo Stato non riesce a svolgere queste funzioni, per mancanza di risorse, istituzioni competenti, personale qualificato o controllo territoriale. Ciò non implica necessariamente il collasso dello Stato, ma piuttosto una disfunzione funzionale che compromette la sua efficacia e credibilità.

Dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, il Myanmar si configura non solamente come uno Stato assente, quanto come uno Stato trasformato in un apparato autoritario funzionale alla sopravvivenza della giunta militare. Il Myanmar’s State Administration Council (SAC), organo politico del Tatmadaw, ha accentrato il potere decisionale in un ristretto comando militare, escludendo sistematicamente ogni forma di partecipazione civile. L’apparato statale, pur privo di capacità inclusive e redistributive, è tutt’altro che inesistente: è infatti impiegato in modo selettivo e coercitivo per reprimere il dissenso, consolidare il controllo territoriale e garantire la continuità del potere militare.

Un esempio emblematico è la legge sulla coscrizione obbligatoria del 23 gennaio 2025, che impone restrizioni ai giovani in età militare e minaccia ritorsioni contro le loro famiglie all’estero. Questa misura ha suscitato un’ondata di paura nella diaspora e intensificato l’esodo giovanile, aggravando la già critica carenza di manodopera in settori strategici come l’industria tessile, contribuendo così al peggioramento della crisi economica.

A ciò si aggiunge il collasso di interi settori dell’apparato statale a seguito dell’adesione massiccia di funzionari pubblici al movimento di disobbedienza civile (CDM). Il blocco della burocrazia ha avuto effetti devastanti su ospedali, scuole e uffici pubblici, soprattutto nelle aree a maggioranza anti-giunta. Tuttavia, anziché affrontare queste debolezze con politiche di rafforzamento istituzionale, il SAC ha reagito militarizzando ulteriormente la gestione del potere, perpetuando un modello basato su controllo repressivo più che su capacità amministrativa.

Questa dinamica autoritaria si innesta in una più ampia struttura economico-politica che spiega la resilienza della giunta anche in assenza di legittimità popolare. Il potere militare, infatti, si sostiene attraverso un sistema di clientelismo interno alle forze armate e il controllo diretto di risorse economiche strategiche. Conglomerati come Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) e Myanmar Economic Corporation (MEC) forniscono al Tatmadaw una base economica autonoma, alimentata anche da traffici illeciti e dal controllo di risorse naturali nelle regioni periferiche. Questo intreccio tra economia militare, sfruttamento delle risorse e criminalità ha permesso alla giunta di mantenere una struttura di potere solida e resiliente, malgrado l’isolamento internazionale.

Parallelamente, le autorità alternative che si oppongono al regime – in primis il National Unity Government (NUG), le People’s Defence Forces (PDF) e vari gruppi armati etnici (EAOs) – rappresentano per molti una resistenza legittima, ma non priva di contraddizioni. Il Myanmar era già uno Stato frammentato prima del golpe: la storia post-coloniale del Paese è segnata da profonde divisioni etniche, conflitti armati irrisolti e un sistema di governance disomogeneo. Anche oggi, le forze anti-giunta non costituiscono un blocco unitario: vi sono divergenze strategiche, difficoltà di coordinamento e riconoscimenti diseguali nei territori da loro controllati, che limitano la possibilità di costruire un’alternativa coesa e funzionale al regime militare.

Il terremoto del 28 marzo 2025, con epicentro nella già martoriata regione di Sagaing, ha messo ulteriormente in luce queste dinamiche. Invece di mobilitare risorse per rispondere alla crisi umanitaria, il SAC ha ostacolato la distribuzione degli aiuti, colpendo convogli umanitari, bombardando aree di rifugio per sfollati e sequestrando gli aiuti destinati a popolazioni considerate ostili. L’incapacità – o volontà deliberata – di rispondere all’emergenza umanitaria non è il risultato di uno Stato assente, ma di uno Stato che esercita selettivamente il proprio potere per rafforzare la dominazione militare, a discapito dei propri cittadini.

Legitimacy Gap 

Il legitimacy gap che si riferisce alla distanza tra lo Stato formale (riconosciuto a livello internazionale o autoimposto internamente) e la percezione di legittimità da parte della popolazione locale. In altre parole, è il divario tra chi esercita il potere e chi è percepito come avente il diritto di esercitare. Call sottolinea che uno Stato può anche possedere capacità tecniche (esercito, burocrazia, servizi), ma se manca la legittimità percepita, rischia comunque instabilità, disobbedienza e conflitto.

Sotto questa prospettiva, il Myanmar rappresenta un caso emblematico di legitimacy gap estremo: in seguito al rovesciamento del governo civile democraticamente eletto della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), la giunta militare attualmente al potere non gode di alcuna legittimazione elettorale né partecipativa ed è ampiamente percepita dalla popolazione come un regime usurpatore e illegittimo. Con la dissoluzione del Parlamento appena eletto e l’arresto di leader politici, tra cui Aung San Suu Kyi, il SAC ha azzerato ogni forma di legittimazione democratica, ignorando il mandato popolare e instaurando un regime autoritario fondato esclusivamente sul potere militare. La mancanza di una base elettiva o partecipativa ha fatto sì che l’intera struttura di governo sia percepita come imposta, non scelta, minando alla radice ogni possibilità di legittimazione interna. La popolazione ha reagito con un’ondata di proteste di massa, seguite da uno dei più ampi movimenti di disobbedienza civile (CDM) mai registrati nel Paese. In questo contesto, la legitimacy gap è totale: il governo militare esercita il potere, ma non è riconosciuto come legittimo né dalla maggioranza dei cittadini né da gran parte della comunità internazionale.

La giunta militare ha risposto alle proteste con estrema violenza: l’uso sistematico della forza contro manifestanti pacifici, arresti arbitrari, torture, esecuzioni extragiudiziali, blackout digitali e censura mediatica ha portato a una frattura irreparabile tra lo Stato e la società civile. Il patto implicito tra Stato e cittadini — secondo cui lo Stato garantisce ordine, sicurezza e diritti in cambio di legittimità e obbedienza — è stato completamente infranto. In molte aree del Paese, soprattutto nelle regioni etniche e nei centri urbani, le istituzioni statali non sono più percepite come al servizio della popolazione, ma come strumenti di repressione, violenza e dominio militare. La brutalità della giunta ha spinto molti cittadini non solo a rifiutare l’autorità statale, ma anche a organizzarsi in forme di resistenza armata o parallela, come nel caso del Governo di Unità Nazionale (NUG) o delle People’s Defence Forces (PDFs). Il risultato è uno Stato frammentato, in cui la sovranità statale non è più riconosciuta né esercitata in modo uniforme.

Anche a livello internazionale la giunta militare non trova legittimità. Le Nazioni Unite, ad esempio, continuano a riconoscere come legittimi i rappresentanti nominati dal governo civile deposto (NLD), e non quelli designati dalla giunta. Diversi Paesi occidentali, tra cui Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e Canada, hanno imposto sanzioni mirate contro i leader del SAC e contro i conglomerati economici militari (MEHL e MEC), sottolineando il rifiuto di riconoscere il regime come legittimo interlocutore. Al contrario, alcuni Paesi asiatici come Cina, Russia e Thailandia hanno mantenuto rapporti diplomatici e commerciali con la giunta, ma più per interesse strategico o economico che per reale legittimazione politica. In questo senso, la legittimità del SAC sulla scena internazionale è strumentale e pragmatica, non basata su principi di diritto o consenso democratico. Questa ambiguità rafforza il legitimacy gap globale: la giunta esercita il potere di fatto, ma non è accettata come rappresentante legittimo del popolo birmano dalla maggioranza della comunità internazionale

Questi tre gap forniscono un quadro generale della situazione in Myanmar, delineando uno Stato profondamente frammentato, delegittimato e incapace di adempiere alle sue funzioni fondamentali. Il regime militare sopravvive solo grazie alla repressione armata, ma è privo di un progetto politico inclusivo, di strumenti istituzionali efficaci e del sostegno popolare. In questo contesto, le autorità parallele come il Governo di Unità Nazionale (NUG) e le milizie etniche, si configurano come alternative emergenti alla statualità tradizionale. Tuttavia, l’assenza di un’autorità riconosciuta a livello nazionale e internazionale rende altamente instabile ogni prospettiva di pace o ricostruzione. Senza un superamento coordinato di questi gap, il Myanmar rischia di restare bloccato in una crisi prolungata di governance, legittimità e sovranità.

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