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La linea pacifista M5S sulla guerra in Ucraina. Intervista al Senatore Marton

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“L’unica prospettiva reale e credibile per superare questo conflitto è imporre una svolta diplomatica […] È la storia che lo insegna”. Questa la linea ufficiale del Movimento 5 Stelle ribadita dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una conferenza stampa lo scorso 27 gennaio. Quali sarebbero, però, i capisaldi su cui impostare questa svolta? Questi sarebbero compatibili con l’accertamento della verità giudiziaria per i gravi atti denunciati in Ucraina? Lo abbiamo chiesto al Senatore Bruno Marton, membro della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama e già parlamentare del Movimento nella XVII Legislatura.

1. Senatore Marton, la ringraziamo per aver accettato il nostro invito. È al suo secondo incarico da parlamentare, come è cambiata la politica estera e difesa italiana nel corso degli ultimi 10 anni?

Grazie a voi per l’invito. Siamo entrati in Parlamento nel 2013 chiedendo di ritirarci dall’inutile guerra in Afghanistan e di non buttare via miliardi per gli F-35. Dieci anni dopo l’Occidente si è ritirato dall’Afghanistan lasciandolo esattamente come l’aveva trovato e gli F-35 sono già vecchi, tanto che già si stanno investendo nuovi miliardi nei caccia che li rimpiazzeranno. Venendo dunque alla sua domanda: negli ultimi dieci anni, nonostante i tentativi fatti dai governi Conte per imprimere una svolta, alla fine poco è cambiato: in politica estera l’Italia continua a seguire gli interessi di Washington anche quando è chiaro che questo va contro i nostri interessi nazionali; in difesa il nostro Paese, invece di farsi promotore di una difesa comune europea più efficiente e meno costosa, continua ad essere condizionato dall’industria bellica.

2. In Ucraina si va verso il primo anno di guerra. Il M5S si è mostrato scettico riguardo l’invio di ulteriori armi a Kiev. La posizione del Movimento si lega a una misura programmatica ispirata al pacifismo e all’opposizione dell’uso della forza militare anche per esigenze di autodifesa o alla specificità dello scenario ucraino?

Le due cose di legano, perché la situazione in Ucraina dimostra in concreto la validità e la necessità storica del pacifismo, quello vero, non di facciata, quello che ripudia la guerra come soluzione delle contese internazionali come sta scritto nella nostra Costituzione, che parla anche del sacro dovere del cittadino di difendere la sua Patria. L’autodifesa è un diritto assoluto che va garantito anche aiutando chi non riesce a difendersi da solo, come stabilito dall’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite. All’inizio era necessario aiutare il Paese aggredito da una potenza che, ricordiamo, ha un arsenale nucleare. Ora bisogna lavorare per arrivare a qualsiasi costo a una soluzione negoziale, perché l’alternativa è un’escalation militare che può portarci alla catastrofe. Superato il tabù dell’invio dell’artiglieria pesante, delle batterie missilistiche e dei carri armati, ora sta per cadere anche il tabù dei cacciabombardieri. Ricordo cosa disse Biden poche settimane dopo l’inizio della guerra: “Qualsiasi cosa diciate, non illudetevi: l’idea che invieremo equipaggiamento offensivo e faremo entrare aerei e carri armati si chiama Terza Guerra Mondiale!”. Se andiamo avanti così presto ci troveremo a parlare non di invio di armi ma di truppe. Passo dopo passo sembra che si stia entrando in guerra, quasi inconsapevolmente: quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi. Dobbiamo fermarci prima.  

3. Proprio in relazione alla guerra, nel programma con cui il M5S si è presentato alle ultime elezioni, si sottolineava l’esigenza di “organizzare una Conferenza di pace che faciliti un processo negoziale in grado di ottenere la cessazione delle ostilità originatesi dalla criminale invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Secondo lei, quali dovrebbero essere i punti cardine di questi negoziati? Sarebbe auspicabile la creazione di un tribunale internazionale ad hoc per l’Ucraina?

Un tribunale internazionale per giudicare gli orrendi crimini di guerra commessi dalla Russia in Ucraina, per quanto sia una proposta di per sé pienamente condivisibile, non è compatibile con il tentativo di convincere le parti a sedersi al tavolo negoziale, che ora è la priorità assoluta. Sempre che non si voglia usare questa ipotesi per ricattare Putin e convincerlo ad accettare una via d’uscita dignitosa. Se vogliamo veramente la pace dobbiamo lasciare a Putin una via d’uscita, non metterlo all’angolo portandolo a fare pazzie ancor peggiori. Se devo scegliere tra evitare la Terza guerra mondiale e mandare Putin dietro le sbarre, scelgo la prima. I punti cardine di una soluzione negoziale, che noi, che la comunità internazionale ha il diritto e il dovere di discutere perché qui è in ballo il futuro di tutto il mondo non solo dell’Ucraina, dovrebbero essere quelli individuati da un folto gruppo di esimi diplomatici italiani che lo scorso ottobre hanno lanciato un appello al dialogo.  Il loro autorevole parere è che i capisaldi di un accordo di pace devono essere essenzialmente tre: l’inaccettabilità dell’uso della forza per l’acquisizione di territori, l’autodeterminazione dei popoli e la protezione delle minoranze linguistiche europee. E da questi tre capisaldi fanno discendere altrettante ragionevoli proposte negoziali: il simmetrico e contemporaneo ritiro delle truppe e delle sanzioni, la neutralità dell’Ucraina sotto tutela dell’ONU e lo svolgimento di referendum gestiti dalle autorità internazionali nei territori contesi.  

4. Sempre nel programma si parla di un “approccio proattivo per il Mediterraneo Allargato”. Ci può dire di più?

Come dicevo prima, l’Italia dovrebbe pensare maggiormente alla tutela dei suoi interessi nazionali, adottando una postura di politica estera e di sicurezza più dinamica nei quadranti geopolitici di nostro interesse, che appunto non è certo l’Afghanistan, bensì il nostro Mediterraneo inteso in senso lato come MENA (Middle East and North Africa). È una semplice questione di priorità. Oggi, nello specifico, l’Italia dovrebbe concentrare tutte le sue energie politico-diplomatiche per risolvere la crisi libica contrastando l’influenza turca – e non solo turca – in quel Paese ma anche nel Mediterraneo Orientale dove abbiamo grossi interessi energetici. 

5. Per concludere la nostra intervista, le chiederei un commento in merito al suo precedente ruolo come membro del Copasir. Nel corso degli anni, alcuni politici e studiosi hanno proposto di ristrutturare il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (ex legge 124/2007) al fine di creare un Consiglio per la sicurezza nazionale sul modello di altri stati alleati. Ritiene sia una proposta valida?

Noi abbiamo già il Consiglio supremo di Difesa (art. 87 Costituzione) presieduto dal capo dello Stato e composto da presidente del Consiglio, ministri di Difesa, Interno, Economia, Sviluppo Economico, capo di Stato maggiore della difesa e integrato da alti funzionari di Stato e personalità convocate sulla base del tema da trattare, come il comandante generale dei Carabinieri o il direttore generale del DIS, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Non serve altro. Ritengo corretta la nostra attuale impostazione, con il comparto intelligence inquadrato sotto la presidenza del Consiglio e con un Sottosegretario delegato. Il governo, nel suo ruolo esecutivo affidatogli dalla Costituzione, necessità delle migliori e più aggiornate “informazioni” per meglio operare le proprie scelte: a questo fabbisogno informativo dell’esecutivo l’intelligence deve rispondere al meglio. Il Copasir poi effettua il controllo parlamentare affinché tutto proceda secondo la legge e la Costituzione. A parer mio andrebbe semmai potenziato il comparto intelligence, aggiornato da ulteriori risorse umane, giovani preparati al meglio dalle università nelle discipline tecnico scientifiche: analisti di big data, esperti di intelligenza artificiale, cyber difesa e via dicendo. La sfida si sta spostando (lo è già da tempo in realtà) nel mondo digitale e nello spazio. Quindi per rispondere alla sua domanda, no, non la ritengo una proposta valida. Preferisco potenziare quello che abbiamo.

Danilo Mattera

Geopolitica.info

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