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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoMosca deve accettare il peso geopolitico di Pechino

Mosca deve accettare il peso geopolitico di Pechino

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“La geopolitica vive di vuoti da colmare”, questo è probabilmente l’unico postulato del metodo d’analisi geopolitico. Quando si parla di vuoti ci si riferisce allo spazio geografico, arena in cui competono le grandi potenze. Spazio che condiziona, limita, influenza e talvolta favorisce le traiettorie di quest’ultime, senza scadere però nel troppo semplicistico determinismo geografico.

Il rapporto tra Pechino e Mosca analogamente vive ad oggi di vuoti da colmare, la questione insiste però sul chi debba farlo e su chi abbia le capacità. In merito al secondo fattore, la Repubblica Popolare Cinese ha sicuramente caratteristiche strutturali più solide rispetto a quelle attuali della Russia, favorendone una proiezione geoeconomica e geopolitica più proficua. Il problema, non marginale, insiste sulle ambiguità dei rapporti tra Mosca e Pechino che riconoscono alla medesima regione geografica, l’Asia Centrale, la stessa importanza dal punto di vista economico e strategico. Tale dinamica condiziona negativamente il rapporto tra i due e difficilmente può essere camuffata dalla cosmetica “partnership senza limiti” che Xi e Putin hanno promosso al vertice che inaugurava le Olimpiadi di Pechino. 

Il vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tenutosi a Samarcanda tra il 15 e il 16 settembre, ha esplicitato gli attuali equilibri tra i due attori. Russia e Cina vedono il loro rapporto e le organizzazioni che condividono, come appunto la SCO, in senso strategico, cioè funzionale alla creazione di un contrappeso sistemico agli Stati Uniti ed i suoi alleati. L’obiettivo strategico è attualmente l’unico collante, Russia e Cina conoscono difatti significative diffidenze sui mezzi tattici. Mentre Pechino ha una capacità economica sicuramente più solida che le vale anche da soft power, come abbiamo visto per le BRI, Mosca è stata costretta più volte ad usare la forza, segno di debolezza diplomatica caratterizzata da un soft power disfunzionale e criticità strutturali. Elementi che allarmano i vicini della Federazione Russa. 

Il caso ha voluto che ad avvicinare la Russia alla Cina sia stata l’annessione della Crimea del 2014, contingenza che costrinse Mosca a formalizzare la partnership strategica con il vicino asiatico, vista la parziale spaccatura creatasi con i vicini europei. Oggi è proprio la questione ucraina che alza la tensione tra Mosca e Pechino, in particolar modo per quanto riguarda i mezzi utilizzati dal Cremlino per sconfessare l’egemonia statunitense. Pertanto, l’attacco a Kiev non è configurabile come mero attacco al territorio ucraino, ma come offensiva convenzionale all’egemonia americana, come più volte affermato da Putin. Pechino per ora si discosta dalla scelta del Cremlino, tuttavia legittima la sua narrazione legata allo strangolamento operato dalla Nato, situazione che la Cina vive dinanzi alle sue coste. Non condividendone la scelta dei mezzi, è chiaro che Pechino non ha intenzione di sostenere la scelta russa, tanto che Mosca ha dovuto chiamare in causa l’Iran e la Corea del Nord per l’acquisto di armamenti da mandare sul fronte. 

Una vicenda particolare si è registrata in Kazakistan il giorno prima del vertice a Samarcanda. Qui Xi Jinping, incontrando il Presidente kazako, ha promosso investimenti per una BRI più assertiva e per legami più solidi. Inoltre, elemento di significativa importanza dal punto di vista geopolitico, Pechino ha rassicurato il Kazakistan sulla sua indipendenza e sulla protezione da interferenze di attori esterni. Dichiarazione volta a presentare la Cina quale attore poco incline ai mezzi bellici. Xi manda nel frattempo un avvertimento anche a Putin. Pechino infatti aveva in precedenza investito in Ucraina per i progetti infrastrutturali della BRI e la scelta russa di invadere Kiev ha apportato serie problematiche alla sicurezza infrastrutturale nella regione. Il messaggio è in sostanza un chiaro invito alla Russia a non operare in modo analogo in Asia Centrale dati gli interessi strategici ed economici pechinesi. 

La vicenda ci presenta quindi una Cina che ormai sta penetrando quella che un tempo era la sfera d’influenza russa, non solo dal punto di vista geoeconomico ma soprattutto geopolitico. Rivendicare la stabilità e presentarsi come attore garante della sicurezza di un altro paese evidenzia la volontà pechinese di trasformare il suo potenziale geoeconomico in potenziale geostrategico. Qui entrano in gioco allora gli irrisolti problemi che travolgono Mosca e Pechino. A chi dei due compete la stabilizzazione, e quindi un peso specifico geopolitico più risoluto, della regione centrasiatica? 

Il Kazakistan, paese che appartiene alla Collective Security Treaty Organization (CSTO), organizzazione securitaria a trazione russa, aveva chiamato in causa quest’ultima nel momento in cui registrò violenti scontri interni, manifestatesi per il rialzo del prezzo dell’energia e, secondo alcuni analisti, anche per esplicitare il dissenso verso uno schiacciamento geopolitico su Mosca. Il Cremlino intervenne a sostegno del governo kazako, convinto che Astana avrebbe ricambiato il favore, sbagliando però i calcoli. Il Kazakistan non sostiene militarmente Mosca, anzi ne critica la postura bellica. Astana ospita nel suo territorio una componente etnica russa che un domani Mosca potrebbe rivendicare, analogamente a quanto sta avvenendo in Ucraina. Questo spinge Astana ad avvicinarsi a Pechino, sperando che faccia da deterrente nei confronti di Mosca. 

L’attuale situazione sul campo della Russia, che deve fronteggiare la corposa controffensiva di Kiev nella Provincia di Kharkiv, contribuisce ad assottigliare la postura geopolitica del Cremlino ed il relativo peso specifico. Tale dinamica si concretizza attraverso uno sbilanciamento a favore di Pechino, che si propone come attore stabilizzatore regionale, interessato allo sviluppo economico, logistico e securitario. 

Mosca deve quindi fronteggiare il dissenso politico internazionale del suo estero vicino e di due attori importanti come la Cina e l’India. Pertanto, se è vero che New Delhi non ha preso provvedimenti concreti nei confronti di Mosca, il Presidente Modi ha espresso preoccupazione per la guerra, postura simile a quella del Presidente Xi Jinping. Sebbene in un primo momento Mosca e Pechino avessero due ruoli differenti nella regione centrasiatica, la guerra in Ucraina ha inequivocabilmente distolto l’attenzione e la relativa capacità operativa del Cremlino da questa regione. Con l’indebolimento russo, i paesi dell’Asia centrale comprendono la necessità di passare a una politica estera meno dipendente dal Cremlino e guardano alla Cina per migliorare le rispettive condizioni geopolitiche, economiche e infrastrutturali. Non solo, attualmente, come citato pocanzi, Pechino assume un’immagine meno destabilizzante per gli attori locali, ciò gli permette di approfondire le relazioni con i paesi turcici, stabilizzando quindi lo Xinjiang, la regione a prevalenza musulmana che preoccupa gli apparati cinesi. Tuttavia, se è vero che Mosca prova disagio per la postura di Pechino nell’area centrasiatica, è anche vero che deve accettare tale situazione perché impossibilitata ad inclinare i rapporti con l’Impero del Centro, necessitando di un attore in grado di stabilizzare il fronte meridionale nel mentre distoglie risorse ed energie nel suo fronte occidentale. Infine, Mosca non può perdere un partner asiatico della caratura di Pechino, pena l’isolamento internazionale, ma deve accettare lo status di junior partner viste le sue contingenti difficoltà geopolitiche.

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