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NotizieMosca e Washington, un anno di relazioni

Mosca e Washington, un anno di relazioni

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In modo trasversale rispetto ai principali dossier che hanno sollecitato l’attenzione del Cremlino nell’ultimo anno, le relazioni tra Mosca e Washington si sono ulteriormente degradate. Il blocco del Nord Stream 2 tra fine 2019 e inizio 2020, l’escalation in Ucraina di questa primavera, la crisi bielorussa, il caso Navalny, il ritiro statunitense dall’Open Skies Treaty, gli attacchi cibernetici SolarWinds, l’appellativo di “assassino” rivolto al presidente russo e una nuova ondata di sanzioni, sono i principali elementi che hanno caratterizzato il crescendo della crisi che ha intensificato la competizione geopolitica in essere tra Mosca e Washington. All’interno di questa competizione strategica questioni apparentemente separate sono così diventate inevitabilmente interdipendenti nonché barometro generale del crescente divario tra il Cremlino e la Casa Bianca. Un divario che, essendo strategico, ha trasceso anche il cambio di presidenza negli Stati Uniti. Rispetto agli anni passati in cui è stata Mosca ad agire in offensiva, nelle relazioni bilaterali più recenti è stata invece Washington a condurre il gioco. Dal canto suo, Mosca, con l’obiettivo di preservare le conquiste raggiunte negli ultimi anni, si è limitata a reagire rimanendo sulla difensiva, puntando al completamento del Nord Stream 2, al congelamento del conflitto in Ucraina onde impedirvi un’espansione della NATO, al mantenimento della Bielorussia nella propria sfera di influenza indipendentemente dal destino del suo leader, e alla preservazione del suo ritrovato ruolo in Medio Oriente.

Diverse presidenze americane, stessi obiettivi strategici

L’offensiva statunitense su Mosca ha certamente subito un’accelerazione con l’arrivo di Biden, ma, a ben guardare, era già iniziata durante l’amministrazione Trump che aveva identificato sia la Cina che la Russia come i “long-term strategic competitor” degli Stati Uniti. L’approccio delle due amministrazioni nei confronti di Mosca si è infatti distinto più a livello retorico e nella frequenza degli interventi che sul piano del contenuto, che contrappone Mosca e Washington fin dal 2014, soprattutto in Europa. Non a caso, la maggior parte delle crisi fra Russia e USA nell’ultimo anno si sono manifestate proprio nel Vecchio Continente, eterno oggetto di discordia tra i due paesi. In Europa Washington appare più intenta che in passato a riaffermare il proprio ascendente sugli alleati, mentre Mosca è determinata a salvaguardare quello che vi rimane della propria sfera di influenza. 

Proprio in Europa la competizione strategica fra Mosca e Washington trova la sua declinazione più evidente nel gasdotto Nord Stream 2. Come ricordato dallo stesso Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, Washington e i paesi dell’Europa orientale, che si vedrebbero circumnavigati dal progetto, osteggiano con timore il consolidamento della cooperazione tra Mosca e Berlino. In questo contesto, nel dicembre 2019 Trump firmò il provvedimento sanzionatorio del Congresso contro le compagnie impegnate nella costruzione del gasdotto che costrinse le autorità regolatrici tedesche a bloccarne la costruzione nel maggio 2020. La stessa opposizione al progetto è stata ribadita dall’amministrazione Biden fin dalle prime settimane del suo insediamento definendo il Nord Stream 2 un “bad deal” per l’Europa.

Un esempio più sottile ma altrettanto parlante della trasversalità dell’approccio statunitense è dato dalla pubblicazione nel giugno 2020 della “RSC National Security Strategy” da parte del Republican Study Committee. Il documento proponeva una serie di provvedimenti adottabili contro i principali avversari degli Stati Uniti. In particolare, per aumentare la pressione su Mosca, per la prima volta si proponeva di imporre sanzioni sul debito sovrano russo. Un suggerimento che, nella più recente ondata di sanzioni, è stato successivamente adottato nell’aprile 2021 proprio dall’amministrazione Biden.

Tale continuità di intenti era stata rilevata dallo stesso presidente russo già durante la campagna elettorale statunitense. Nell’ottobre 2020 in un’intervista Putin aveva indicato con scetticismo la sostanziale immutabilità dell’approccio della Casa Bianca nei confronti del Cremlino, ascrivendo tale continuità al “consenso bipartisan che esiste ormai negli Stati Uniti nell’obiettivo di contenere la Russia”. Se da una parte i russi sono ormai “abituati alla retorica antirussa” del candidato Biden, con lo stesso scetticismo Putin sottolineò a suo tempo come, a discapito di tutti gli auspici iniziali, il miglioramento delle relazioni bilaterali durante una presidenza Trump non sia mai avvenuto, ma che anzi, è stato proprio durante questa presidenza che la maggior parte delle sanzioni è stata introdotta. 

È invece nelle modalità e nei toni che si rilevano le principali differenze tra gli inquilini della Casa Bianca. Il modo di portare avanti l’offensiva contro il Cremlino ha infatti rispecchiato le modalità più congeniali alle loro personalità. Lo scetticismo di Trump nei confronti dei trattati internazionali lo ha condotto a imporre pressioni su Mosca proprio sul terreno del controllo degli armamenti – ultimo ambito in cui Russia e Stati Uniti sono ancora legalmente alla pari. Ciò è avvenuto prima con l’uscita degli Stati Uniti dal Open Skies Treaty e successivamente con la dichiarazione di non voler rinnovare il New Start a meno che questo non venisse allargato alla Cina, minacciando così di depauperare Mosca del suo status di unica grande potenza interlocutrice di Washington in questa sfera. Se l’approccio di Trump aveva alienato gli alleati europei, Biden ha cercato di ricompattarne le fila rispolverando l’enfasi sui diritti umani. Una narrazione che gli permette di tornare a rivolgersi agli alleati europei in una duplice chiave: da una parte, ritrovando un terreno di valori comuni e, dall’altra, ponendoli di fronte all’imbarazzante rischio reputazionale di cooperare eccessivamente con un capo del Cremlino definito “killer”. 

Tra carote e bastoni 

Oltre al tono dell’approccio, a differenziare la presidenza Biden da quella Trump nei confronti di Mosca sono state anche l’intensità e la frequenza degli interventi di pressione sulla Russia. È infatti lampante come nei primi cento giorni della presidenza di Biden le pressioni di Washington su Mosca abbiano subito una significativa intensificazione rispetto ai tempi del predecessore. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha intercalato alcuni momenti di distensione (rinnovo del New Start, proposta di un summit bilaterale, sanzioni non troppo punitive) ad altri di maggiore offensiva (opposizione al Nord Stream 2; presa di posizione sul rientro in patria di Alexei Navalny; l’appellativo “killer”; nuova escalation in Ucraina; nuove sanzioni, per la prima volta anche sul debito sovrano russo). Washington manifesta così la sua capacità di dosare a piacimento carote e bastoni, anche in previsione di possibili negoziati, mandando a Mosca un chiaro segnale: Washington allenterà – o intensificherà – la pressione, cercando magari un nuovo “modus vivendi”, solo quando riterrà che i tempi siano maturi per cambiare il suo atteggiamento. 

La posizione di forza di Washington risulta più facilmente evidente se si allarga lo sguardo al più ampio triangolo strategico che lega Washington, Pechino e Mosca. Un triangolo in cui Mosca si trova sempre più sbilanciata verso Pechino (dal febbraio 2021 anche nella sfera spaziale), ma nel quale Washington è ancora in grado di gestire le due rivali distintamente, calibrando la pressione su entrambe a sua discrezione e preferendo concentrarsi per il momento sulla Russia. Conscia dello sbilanciamento della relazione a favore di Pechino, a livello dichiarativo Mosca non perde occasione di ribadire che non vi è alcuna necessità di un’alleanza militare con la Cina. Al contempo, cerca piuttosto di capitalizzare sul suo potenziale ruolo di ago della bilancia, qualora la competizione tra Washington e Pechino dovesse aumentare, ricordando che una tale alleanza non può venire esclusa a prescindere. 

Nel dibattito americano la ripresa della diplomazia triangolare di Kissinger e Nixon, che portò all’apertura alla Repubblica Popolare Cinese in chiave antisovietica, capovolgendola questa volta contro Pechino (che a detta di Biden rimane il “most serious competitor”) viene ancora considerata  un’opzione prematura. Un diverso corso d’azione ritenuto più percorribile e sfumato sarebbe invece quello di limitarsi a incrinare la collaborazione fra Pechino e Mosca agendo sulla naturale diffidenza che intercorre tra le due puntando sul desiderio di quest’ultima di rimanere un attore autenticamente indipendente nello scacchiere internazionale. 

Possibili sviluppi

Pur nella degradazione dei rapporti tra Mosca e Washington dell’ultimo anno, sporadiche azioni di cooperazione sono state comunque possibili, un esempio è il controllo degli armamenti. A questo potrebbero aggiungersi in futuro l’azione sul clima, la gestione della pandemia, e la lotta al terrorismo. Tutti dossier che però, non a caso, esulano dall’ambito regionale europeo e che invece investono quello globale.

Di conseguenza, nel breve termine, al di là dell’esito del summit bilaterale previsto nei prossimi mesi, e data la posizione di forza in cui si trova Washington unitamente ai conflittuali interessi delle due potenze sul continente europeo, non ci sono segnali che facciano presagire a una diminuzione della discordia, soprattutto fino a quando Washington continuerà a ritenere di poter gestire la competizione con la Cina in maniera separata rispetto a quella con Mosca. Washington continuerà quindi a tenere Mosca alle strette, pur introducendo nel processo momenti di alleviamento della pressione e relegando nei fatti al medio-lungo periodo la possibilità di un significativo miglioramento delle relazioni. Da parte sua, mosso dalla convinzione che il peso strategico della Russia, seppure declinante, non possa essere ignorato, Putin ha dimostrato di sapere cogliere con pragmatismo queste aperture decretando per esempio il ritiro del massiccio ammassamento di truppe al confine con l’Ucraina o pronunciando lo scorso 21 aprile un discorso alla nazione relativamente moderato rispetto alle attese e concentrandosi su questioni interne. 

In questo contesto, c’è chi indica che stiamo assistendo alla routinizzazione di un nuovo modello dei rapporti fra Mosca e Washington, un modello che, come un pendolo, alterna le tensioni fra le due, oscillando tra fasi di escalation ed altre di de-escalation, dopo che le parti – Mosca in particolare – hanno segnalato all’altra la propria determinazione e intransigenza circa determinati contesti. In questo senso, proprio durante il discorso alla nazione, poco dopo avere menzionato il recente tentativo di colpo stato in Bielorussia, Putin ha ricordato l’esistenza di “linee rosse da non oltrepassare che la Russia si riserberà di stabilire di volta in volta”. Sebbene non esplicitate è facile presagire che tali “linee” includano il saldo ancoraggio di Minsk a Mosca e l’impedimento di nuove espansioni a est della NATO, fattori ritenuti imprescindibili per la salvaguardia della sfera di influenza russa. 

Questo articolo è uno dei contributi del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, pubblicato in occasione dell’anniversario del nostro osservatorio. Scopri qui tutti i numeri di Matrioska!

Giulia Ginevra Nascetti
Geopolitica.info

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