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La morte di Prigozhin: origini e conseguenze per la politica russa

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A due mesi dall’ammutinamento del leader del Gruppo Wagner, Evgeny Prigozhin è rimasto ucciso nell’abbattimento del velivolo sul quale viaggiava con altri esponenti della compagnia mercenaria tra San Pietroburgo e Mosca. Secondo le prime indiscrezioni, il leader del gruppo mercenario sarebbe stato vittima del fuoco amico della contraerea russa, che avrebbe abbattuto per errore il vertice dell’organizzazione in volo verso la capitale, rendendo evidente il possibile coinvolgimento del Cremlino o dei livelli più alti della leadership politico militare russa nella morte del leader dell’insurrezione del 24 giugno.

La Wagner dopo l’ammutinamento

A seguito dell’insurrezione del 24 giugno, la Wagner e Prigozhin stesso avevano subito un’evidente marginalizzazione, politica e militare, in virtù dell’accordo raggiunto alla fine dello scontro tra la compagnia mercenaria e il Cremlino. Secondo quanto si è appreso infatti all’indomani della cosiddetta “marcia della giustizia”, grazie alla mediazione del leader bielorusso Aleksandr Lukashenko, Prigozhin e la Wagner sarebbero stati ridispiegati in Bielorussia, avendo salva la vita e senza accuse formali per i fatti del 23 e 24 giugno. Da allora, la compagnia mercenaria è stata quindi spostata in Bielorussia, perdendo la quasi totalità degli armamenti a propria disposizione, tanto che nei molti video circolati durante il loro ridispiegamento non erano presenti né mezzi blindati né pesanti, come pure armamenti antiaerei e anticarro. Di conseguenza, la capacità offensiva della PMC è stata significativamente ridotta, relegandola ad un ruolo di minorità nel teatro ucraino e rilanciandone l’attività invece in Africa, dove il gruppo continua a rappresentare e tutelare gli interessi russi nel continente. Inoltre, la compagnia ha subito la chiusura dei propri centri di reclutamento sparsi in tutta la Russia, nonché il congelamento di alcuni dei propri asset economici, limitandone in questo modo la possibilità di mantenere i proprio combattenti. Parallelamente, lo stesso Prigozhin era stato costretto a spostare le proprie attività dalla Russia alla Bielorussia, provando a ricostruire il proprio ruolo politico ed economico a Minsk, in virtù dell’esilio cui era stato di fatto condannato dal Cremlino.

Ciononostante, vi erano stati alcuni segnali che avevano lasciato intendere la possibilità che Prigozhin potesse essere riabilitato, almeno in parte, nell’establishment russo. In particolare, aveva presenziato al summit Russia-Africa di San Pietroburgo del 27 e 28 luglio, esponendosi poi pubblicamente a seguito del Golpe in Niger che aveva visto i sostenitori del governo militare scendere in piazza con le bandiere russe. Proprio il ruolo in Africa del gruppo sembrava infatti poter garantire una nuova vita a Prigozhin e la sua organizzazione, che avrebbe mantenuto un ruolo attivo nella tutela egli interessi russi, senza però compromettere la stabilità interna del Paese. Proprio rispetto al coinvolgimento russo in Africa, si ritiene che Prigozhin e gli esponenti di spicco della Wagner fossero in viaggio verso Mosca per discutere della riorganizzazione delle forze russe dispiegate nel continente. Secondo diverse fonti, infatti, sarebbe stata volontà del Ministero della Difesa russa trasformare la Wagner in un’unità specializzata in operazioni all’estero, riducendone così ulteriormente l’autonomia rispetto alle Forze armate regolari. Di conseguenza, è probabile che l’intera struttura dirigente della Wagner fosse diretta a Mosca proprio per negoziare l’eventuale trasformazione della società o comunque il suo futuro, il che spiegherebbe anche perché l’intero gruppo dirigente viaggiasse su un unico volo verso la capitale.

Il fronte interno

L’ammutinamento della Wagner del 24 giugno scorso non è stata una tappa fondamentale solo per la PMC, ma anche per l’intera classe dirigente russa. La crisi, infatti, aveva dimostrato che l’opposizione alla gestione della guerra in Ucraina era più estesa di quanto non sembrasse, anche tra l’élite russa, portando ad una serie di arresti e destituzioni in virtù del presunto supporto all’insurrezione del gruppo mercenario. A seguito dell’ammutinamento, infatti, molti ufficiali delle Forze Armate sono stati congedati o sospesi dai loro ruoli ufficiali, di cui il caso più celebre è quello di Sergey Surovikin comandante delle Forze Aereospaziali russe e notoriamente vicino alle istanze della Wagner. Parallelamente, l’allentamento degli esponenti più critici della gestione della guerra ha portato al consolidamento dei centri di potere più strettamente legati al Cremlino, che ha consentito ad esempio a Gazprom e al Ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu, di conservare le rispettive compagnie di sicurezza private, nonché gli asset ecnomici ad essi legate. Inoltre, l’intesa raggiunta con Prigozhin la sera del 24 giugno non è stata accompagnata, come ventilato da molti, dalle dimissioni del Ministro della Difesa o dall’allentamento del Capo di Stato Maggiore Congiunto Valery Gerasimov, che hanno evidentemente riscontrato il sostegno diretto di Vladimir Putin, che non ha fatto concessioni reali agli insorti.

La morte di Prigozhin e le sue conseguenze

A fronte di quanto detto in precedenza, la morte delle figure più influenti della Wagner avrà conseguenze sia sul futuro della compagnia militare privata che sulla politica interna russa. Dopo essere stata disarmata, la Wagner è stata anche decapitata, poiché sul volo insieme a Prigozhin erano presenti anche Dmitry Utkin, lo storico fondatore della PMC con note simpatie naziste, e altri esponenti di spicco della compagnia, che al momento non solo ha perso il proprio “frontman” nella comunicazione al grande pubblico ma anche e soprattutto il proprio referente politico presso l’apparato politico-militare russo. Di conseguenza, è probabile che nel prossimo futuro gran parte delle forze afferenti alla Wagner siano assorbite dalle unità regolari dell’esercito russo o nelle compagnie private citate in precedenza, che potrebbero sostituire il gruppo anche nei molti impegni all’estero. Da un punto di vista politico interno invece, l’attentato a Prigozhin segnala la disponibilità dell’establishment politico-militare di utilizzare qualunque metodo, anche il più plateale, per mantenere la stabilità e la sicurezza interna, tutelata non solo dai molti licenziamenti e allontanamenti dell’ultimo anno e mezzo ma anche dalla volontà di utilizzare la forza per punire coloro che hanno sfidato la stabilità del potere russo.

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