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La morte di Navalny, così se ne va il grande oppositore di Putin

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Venerdì 16 febbraio, Alexey Navalny, storico oppositore del regime di Vladimir Putin, è deceduto in circostanze poco chiare nella sua cella nella Siberia nordoccidentale. La morte di Navalny getta ulteriori ombre sul regime di Mosca, il cui carattere autoritario si è fortemente accentuato a seguito dell’invasione dell’Ucraina.

I primi passi

Russo di discendenza ucraina, Alexey Navalny è nato a Butyn, città situata nell’Oblast di Mosca nel 1976. Dopo una buona carriera come avvocato, nel 2000 entra in politica all’interno del partito Yabloko, venendo eletto nel consiglio regionale dell’Oblast di Mosca. Nel corso degli anni successivi sale ai vertici del partito e ne diviene vicecapo della sezione moscovita. A metà degli anni Duemila Navalny inizia a gestire un blog personale, affrontando duramente la dirigenza del partito Yabloko, processo che conduce alla sua espulsione nel 2007. Nello stesso periodo egli si allinea al fronte nazionalista, partecipando alla “marcia russa” del 2006, la quale riuniva numerosi gruppi ultranazionalisti ed esprimendosi in maniera fortemente contraria all’immigrazione. Navalny si dimostrerà altresì un forte sostenitore della politica estera di Putin, schierandosi a favore dell’intervento militare in Georgia nel 2008, nonché dell’integrazione economica tra Russia, Ucraina e Bielorussia.

Tuttavia, è proprio nel 2008 che avvierà la sua lunghissima lotta contro il regime di Vladimir Putin. In quello stesso anno, infatti, acquista azioni in cinque grandi compagnie energetiche russe, sfruttando la sua posizione di azionista per investigare nelle oscure pratiche di corruzione perpetrate al loro interno. Due anni dopo, nel 2010, pubblica una serie di documenti che dimostrano il furto di 4 miliardi di dollari da parte dei leader della compagnia a Transneft nell’ambito della costruzione dell’oleodotto ESPO. Nel dicembre dello stesso anno lancia il progetto Rospil, dedicato alla lotta contro pratiche di malversazione nell’ambito degli appalti pubblici. La sua fama di personaggio antiestablishment e anticorruzione si rafforza nel 2011, quando pubblica documenti relativi ad uno scandalo nel settore immobiliare. Nello specifico, un edificio moscovita impiegato come ambasciata dall’Ungheria era stato venduto ad una società off-shore di proprietà dell’oligarca Viktor Vekselberg per 21 milioni di dollari, ma quest’ultimo l’aveva immediatamente rivenduta al governo russo per 116 milioni.

La guerra alla corruzione e la trasformazione politica

Alla fine del 2011 Navalny fonda la Fondazione Anti Corruzione, la quale avvia imponenti indagini a danno di numerosi personaggi di spicco appartenenti all’élite politica russa. In un’intervista radiofonica rilasciata nello stesso anno accusa Russia Unita, il partito del Presidente Putin, di essere una formazione composta da “ladri e corrotti”. La svolta definitiva avviene nel 2013, anno in cui si candida come sindaco di Mosca. La sua campagna elettorale pur ricevendo una scarsissima copertura televisiva, riesce ad attirare numerosi sostenitori e un’ingente quantità di donazioni individuali, la più alta mai registrata in Russia. Le consultazioni terminano con la vittoria del sindaco in carica Sobyanin, sostenuto dal partito di Putin “Russia Unita”, ma Navalny riesce ad ottenere un sorprendente 27%, frutto soprattutto del voto delle classi più abbienti. Di fronte alla crescente popolarità di Navalny, vengono avviate diverse inchieste nei suoi confronti. Detenuto agli arresti domiciliari nel 2014 e condannato a 3 anni di detenzione con pena sospesa per riciclaggio e appropriazione indebita nell’abito del caso Yves Rocher, decisione fortemente contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha giudicato la condanna “arbitraria”.

A partire dal 2014 Navalny, pur sostenendo che la Penisola di Crimea non potesse essere trattata come un sandwich, venendo restituita al proprietario precedente, ha cominciato a criticare sempre più la politica estera del Presidente russo. Navalny si è inoltre scusato per il supporto precedentemente espresso per l’intervento russo in Georgia. Nel 2018 ha definito Vladimir Putin il vero nemico del “mondo russo”, nonché vero artefice della sua riduzione, incolpando il regime di Mosca per aver trasformato l’Ucraina in un Paese antirusso, nonché di aver determinato la scissione tra la Chiesa ortodossa russa e quella ucraina, rompendo l’unità del mondo ortodosso. Allo stesso tempo nel 2017 la sua Fondazione Contro la Corruzione ha condotto un’indagine che ha portato alla luce numerosi scandali di corruzione legati al Primo Ministro Medvedev. Personaggio ormai decisamente scomodo, Navalny è stato sottoposto a diversi tentativi di avvelenamento e imprigionato più volte. Nel 2018 gli è stato vietato di correre per la presidenza e l’anno successivo la sua Fondazione è stata etichettata come “agente straniero” dalle autorità russe, venendo liquidata da queste ultime nel 2021.

Nello stesso anno, la Fondazione Contro la Corruzione ha pubblicato un film documentario intitolato la più grande tangente di sempre. Il video, che ha rapidamente ottenuto decine di milioni di visualizzazioni, ha mostrato l’esistenza di un sontuoso palazzo dal valore di oltre un miliardo di dollari costruito mediante una complessa manovra finanziaria da numerosi oligarchi legati al Presidente russo e adibito all’uso personale da parte di quest’ultimo. Sempre nel 2021 di ritorno dalla Germania dove si era sottoposto ad alcuni trattamenti medici, Navalny viene definitivamente imprigionato con l’accusa di appropriazione indebita. Il suo imprigionamento ha generato proteste di massa nel paese, alle quali ha fatto seguito una risoluzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per richiederne l’immediato rilascio. Le inchieste da lui condotte e l’imprigionamento da parte del regime di Mosca, gli sono valsi il conferimento del Premio Sakharov.

L’opposizione alla guerra

Nel febbraio 2022 Navalny ha manifestato dalla cella la propria opposizione all’invasione russa dell’Ucraina, paragonando la decisione di riconoscere le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk all’intervento sovietico in Afghanistan del 1979, descrivendolo come un tentativo di distogliere l’attenzione della popolazione dai problemi interni. Egli si è altresì scagliato contro i media russi, accusandoli di nascondere i crimini di guerra del Cremlino e ha chiesto alla cittadinanza di manifestare per chiedere la fine del conflitto. Nel luglio 2022 è stato ufficialmente annunciato il rilancio della Fondazione Anti Corruzione come organizzazione internazionale dotata di un board comporto dall’ex Premier belga Verhofstadt nonché da Francis Fukuyama. La nuova Fondazione Anti Corruzione si è proposta come una rete di oppositori volta a disabilitare gli intenti bellici del regime, in particolare i suoi tentativi di lanciare una massiccia mobilitazione.

Il 2023 ha visto il completamento della metamorfosi politica di Navalny, il quale ha presentato un proprio piano di pace in 15 punti fondato sul riconoscimento dei confini del 1991, la formazione di un meccanismo di compensazione per i danni inflitti all’Ucraina e la formazione di una vera democrazia parlamentare in Russia in grado di collaborare efficacemente con l’Europa. Il rilascio di un simile manifesto ha rappresentato una delle più significative manifestazioni d’opposizione al regime di Putin in più di due decenni, nonché un forte segnale per i pochi tecnici indipendenti presenti nel governo russo, i quali si sarebbero privatamente espressi in maniera contraria al conflitto.

Il martire

Il 16 febbraio 2024 la polizia penitenziaria russa ha rilasciato un comunicato nel quale ha annunciato la morte di Navalny a seguito di un malore non meglio precisato. Diversi media russi hanno asserito che il dissidente sarebbe morto in seguito ad una trombosi, ipotesi che tuttavia si contrappone alle dichiarazioni della madre e dell’avvocato, i quali hanno sostenuto che Navalny nei giorni precedenti non avesse manifestato alcun malore. La notizia della sua morte, avvenuta in una colonia penale in una zona remota della Siberia, ha suscitato dure proteste a livello internazionale. Il capo di stato ucraino Volodymyr Zelensky ha definito Putin “il male assoluto”, mentre il Presidente americano Joe Biden, il quale già in passato aveva avvertito il leader russo che ci sarebbero state “gravi conseguenze” in caso della morte di Navalny, ha accusato l’inquilino del Cremlino di essere responsabile della morte di Navalny, cogliendo l’occasione per chiedere al Congresso di sbloccare gli aiuti militari per l’Ucraina “questa tragedia ci ricorda cosa c’è in gioco, in questo momento, permetteteci di fornire fondi all’Ucraina per difendersi”.

Le condanne internazionali al regime di Vladimir Putin difficilmente determineranno conseguenze effettive sulla natura di quest’ultimo, così come la morte di Navalny difficilmente comporterà forti sconvolgimenti sociali in Russia, tuttavia, nel lungo termine tale scelta potrebbe rivelarsi deleteria per il regime di Mosca. La morte di Navalny ha infatti fornito ai democratici e al presidente Joe Biden un rilevante capitale politico per sbloccare l’attuale stallo al Congresso americano, dove lo speaker repubblicano della Camera ha sinora impedito di tenere un voto sul massiccio pacchetto di aiuti militari per Kyiv. Allo stesso tempo le forze d’opposizione al regime russo hanno ora un martire e una figura ispiratrice dietro la quale fare quadrato. Una figura che prima di morire ha lasciato un chiaro progetto politico, quello di una Russia democratica, entro i confini del 1991.

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