Il mondo dopo Obama. Quanto cambia la geopolitica americana con Donald Trump?

Quanto cambia la geopolitica americana con l’ingresso del nuovo inquilino il 20 gennaio alla Casa Bianca? La preoccupazione dilagante è che, con l’arrivo di “The Donald”, prenda forma una sorta di rivoluzione nel rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo e, quindi, ne muti radicalmente la strategia globale. Ma è davvero così? Per il momento qualsiasi previsione lascia il tempo che trova e presta facilmente il fianco a inesorabili smentite.

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Questo è ancora più il caso di Trump, sia perché tutti i candidati-presidente non appena messo piede nello studio ovale si sono contraddistinti per un divario – talvolta notevole – tra quanto promesso in campagna elettorale e le loro politiche, sia perché rispetto ai suoi predecessori il vincitore della tornata 2016 ha prodotto un programma più “leggero” – e, dunque, più difficile da decifrare con esattezza – sul tema degli esteri preferendo orientare la campagna sul “fronte” domestico. Anche se il nuovo presidente confermasse davvero un approccio “rivoluzionario” alla politica estera americana, bisogna preliminarmente ricordare un dato con cui Trump dovrà confrontarsi. Un uomo da solo non è in grado di generare cambiamenti politici significativi. Soprattutto se si trova alla guida di una superpotenza e se quest’ultima è la più grande democrazia del mondo, dove vige il più potente sistema di checks and balances del potere politico. Ancor più difficile risulta la sua impresa se non solo il suo partito nominale che controlla il Congresso, ma anche alcuni dei ministri che ha incaricato – come il segretario alla Difesa James Mattis – hanno posizioni molto differenti dalle sue su alcuni capitoli cruciali della politica internazionale (Nato, Russia, Iran).

Premesse a parte e ritornando alla domanda iniziale, la visione del ruolo degli Stati Uniti del mondo di Trump è davvero così diversa da quella di Barack Obama? Sicuramente la grammatica dei due presidenti non potrebbe essere più distante e lo stile comunicativo ha dimostrato tutta la sua importanza negli otto anni della presidenza Obama e nella recente tornata elettorale. Altrettanto diverso è il loro background culturale, con Trump che a tutti i costi ricorre a un’immagine spietatamente realista del mondo e sembra mosso dal più calvinista spirito del capitalismo, mentre Obama cerca in ogni modo di avvolgere con un’aurea di utopia la sua visione liberale del mondo (si eviterà in questa sede di spiegare perché, a dispetto delle parole, Obama è stato il presidente americano più realista del dopo Guerra fredda, si veda: foreignpolicy.com/2017/01/03/donald-trump-is-making-the-world-safe-for-dictators/). Infine sulla tattica sembrerebbero – si usa il condizionale in quanto Trump ancora non ha mosso un pedone sullo scacchiere internazionale – fautori di opzioni molto lontane tra loro. Trump non ama il multilateralismo, Obama ne fa la sua cifra distintiva. Trump non crede nel surriscaldamento globale, Obama lo reputa un tema nevralgico per le sorti del mondo. Trump prova empatia con alcuni personaggi politici “scomodi”, Obama li disprezza (anzitutto Putin). Trump crede nella special relationship con Israele, Obama ne considera sacrificabili gli interessi (si veda la recente astensione degli Usa sulla risoluzione dell’Onu che condanna gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania). Trump è contrario all’intesa sul nucleare con l’Iran, Obama la ritiene il suo più importante successo internazionale.

Tuttavia, quando si parla di strategia globale le distanze tra i due si accorciano e l’impatto del temperamento e delle preferenze personali si dissolve nel nulla. Il principale problema di entrambi i presidenti, infatti, è lo stesso, ossia preservare quello che è stato definito il “momento unipolare” (in altre parole, la leadership americana nel mondo). A causa delle conseguenze della crisi economica mondiale del 2007-2008, entrambi devono perseguirlo con meno risorse a disposizione di quante ne hanno avute Bill Clinton e George W. Bush. Quindi la risposta di entrambi è, per il momento, molto simile: l’overstretching (iperestensione degli impegni rispetto alle risorse disponibili) e, di conseguenza, il declino dell’egemonia americana possono essere evitati soltanto attraverso la riduzione degli impegni degli Stati Uniti e concentrando gli sforzi nelle aree vitali per l’interesse nazionale. Al contrario di Clinton e Bush che credevano fortemente all’idea della “nazione necessaria” e l’hanno tradotta concretamente nel deep engagement americano nel mondo, Obama e Trump sono per l’impegno selettivo. All’interno di questa cornice strategica, entrambi hanno individuato la stessa area vitale e lo stesso competitor internazionale per il futuro: il quadrante Asia-Pacifico e la Cina. La decisione di incontrare come primo leader internazionale il premier giapponese Shinzo Abe e la telefonata di Trump al presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fortemente contraria alle politiche di avvicinamento del suo Paese con la Repubblica popolare, si pone in linea con il Pivot to Asia di Obama.

Questo impianto generale ha un duplice corollario condiviso sia da Trump che da Obama: da un lato la convinzione che il rapporto con gli alleati – in particolare quelli europei – debba cambiare, dall’altro l’indisponibilità a intraprendere costose politiche per la promozione della democrazia. Per quanto riguarda il primo, il multilateralismo di Obama, infatti, è distante anni luce dal design di Clinton. Quest’ultimo ha dimostrato la disponibilità americana a coinvolgere sistematicamente gli alleati nelle scelte politiche, ma anche a intervenire ripetutamente in loro aiuto (in particolare, nelle guerre dei Balcani). Obama, al contrario, ha cercato un approccio multilaterale solo quando necessario e chiedendo agli alleati la ripartizione delle responsabilità e dei costi collegati al mantenimento dell’ordine (soprattutto il burden sharing in ambito Nato). Similmente, Trump ha iniziato a interagire con gli Stati europei mostrando disinteresse per la Nato e esigendo una più equa ripartizione dei costi per il suo mantenimento. Per quanto riguarda il tema della democrazia, al di là delle parole Obama ha dimostrato di non credere alla necessità di una sua diffusione per preservare l’ordine americano. Nei suoi otto anni di presidenza ha rinunciato a promuoverla dall’alto (distinguendosi sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush), limitandosi al sostegno – spesso passivo – delle rivoluzioni dal basso (le cosiddette “primavere arabe”). Trump, allo stesso modo, non crede alla politica del regime change, che reputa irrilevante per la difesa dell’unipolarismo, ma a differenza del suo predecessore, non sembra neanche preoccupato dal dover sostenere pubblicamente il contrario (sarebbe stato interessante testare Trump davanti a una crisi come quella che ha portato alla deposizione di un alleato strategico degli Stati Uniti come Hosni Mubarak in Egitto).

Se questo è il quadro generale, dove si collocano le polemiche su Putin, il dibattito sulle sanzioni alla Russia e la denuncia dell’appeasement di cui il nuovo presidente sarebbe alla ricerca? Anche qui occorre fare un salto indietro negli anni, quando ai tempi della sua prima campagna presidenziale Obama prometteva il reset dei rapporti con la Russia, che erano stati messi in crisi dalle politiche aggressive dell’amministrazione Bush. La storia, successivamente, ci ha detto che la propensione a un approccio cooperativo, unita all’indisponibilità a utilizzare la forza, ha reso la Russia più aggressiva e innescato quella spirale di tensione considerata da molti osservatori come una “nuova” Guerra fredda. Il presidente neoeletto, con parole e atteggiamento molto diversi, fa sostanzialmente la stessa promessa: resettare i rapporti con Mosca. Questa volontà è stata motivata, sia nel caso di Obama che di Trump, da una riflessione comune: è inutile sperperare energie per contrastare un finto competitor come la Russia, quando è necessario mobilitare quante più risorse possibile per contenere il vero sfidante del futuro, la Cina. Una differenza esiziale su questo tema, tuttavia, intercorre tra i due. Obama pensava di trovare un accordo con la Russia, ma credeva anche possibile ottenere un suo ritorno alla condizione e alla modalità d’interazione con essa dei tempi di Boris Jeltsin. Trump, viceversa, è disponibile a uno scambio: gli Stati Uniti accettano il primato russo sullo Spazio post-sovietico e su alcuni territori ad esso immediatamente limitrofi, così come la natura non democratica dei Paesi inseriti in quest’area, per ottenere in cambio dalla Russia la rinuncia a contestare l’ordine americano e a collaborare con la Cina al suo abbattimento.

Le due grandi incognite della presidenza Trump, sotto cui si potrebbero celare i più profondi elementi di discontinuità con il predecessore, sembrano oggi: 1) quale sarà l’approccio al problema dell’Isis? Sebbene Trump non consideri cruciale il Medio Oriente Nord Africa, la sconfitta dello Stato Islamico è fondamentale sia per la sicurezza nazionale che per l’immagine della superpotenza; 2) Fino a che punto il neopresidente porterà avanti la svolta protezionista in campo economico tanto promessa? Così facendo, però, metterebbe in discussione settanta anni di politiche orientate all’espansione dell’interdipendenza economica per consolidare la centralità americana nel sistema internazionale. Per rispondere a queste domande, tuttavia, dobbiamo aspettare almeno quattro anni.