Minori inghiottiti nel nulla

Gli “Invisibili”, secondo l’Unicef. Intervista ad Andrea Iacomini.

Minori inghiottiti nel nulla - Geopolitica.info Andrea Iacomini mentre consegna una pigotta a Papa Francesco.

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Partiti da Medio Oriente e Africa, non accompagnati da un adulto, spariscono nel nulla appena pochi giorni dopo lo sbarco sulle nostre coste. Sono gli “Invisibili”. Migliaia di minori – fantasma, ai quali Unicef Italia dedica una videoinchiesta presentata in queste ore a Roma, Milano e Palermo. “Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga. Storie di ragazzi che arrivano soli in Italia” è un docufilm di Floriana Bulfon e Cristina Mastrandrea. Regia, riprese e montaggio di Toni Trupia e Mario Poeta. Da quei fotogrammi, un appello lanciato in questa intervista dal portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini: “Si tratta di un’emergenza umanitaria ma anche di un cambiamento epocale che richiede un’azione immediata da parte della nostra società. Sono bambini. E come tutti i bambini devono essere tutelati!”.

“Invisibili”. Quanti?
“Secondo le cifre più recenti del Ministero del Lavoro e Politiche Sociali quest’anno in Italia sono arrivati 22 mila i minorenni non accompagnati di cui 6.500 risultano ad oggi irreperibili. Nella maggior parte dei casi sono ragazzi di età compresa 15 e 17 anni, provenienti principalmente dall’Egitto, dall’Albania e dall’Africa subsahariana. L’80 per cento è giunto in Italia non accompagnato, a seguito di un pericoloso tragitto in cui ha già dovuto subire qualche tipo di violenza”.

Scesi dalle zattere della disperazione, la scomparsa. Per andare dove?
“Di tutti questi ragazzi, in media uno su quattro fugge dai centri d’accoglienza. Molti cercano di raggiungere parenti e amici nel nord Europa, tenendosi stretto il fogliettino con i numeri da chiamare. Fuggono per trovare un lavoro e iniziare a mandare anche pochi spiccioli ai familiari oppure lo fanno semplicemente perché sono stanchi di stare fermi. Una volta usciti dai centri però alcuni cadono nelle reti della criminalità più o meno organizzata e spesso non riescono ad uscire più da quel circuito.”

I Centri di Accoglienza non funzionano?
“In questi anni ho visitato diversi Centri di Accoglienza, alcuni sono delle vere eccellenze, altri invece sono un po’ in affanno. Del resto, però non è facile confrontarsi con un’emergenza di questa portata. Come abbiamo detto ogni bambino, bambina, ragazzo o ragazza migrante deve ricevere aiuto e supporto, per questo come Unicef stiamo lanciando un programma, “One Unicef Response”, rivolto alla tutela dei giovani migranti che arrivano nel nostro Paese”.

Un programma, per fare cosa?
“Nel quadro del recente accordo tra Unicef e Ministero dell’Interno, “One Unicef Response” mira a fornire a circa 6.000 minori stranieri non accompagnati presenti nel nostro Paese misure di assistenza che vanno dalla primissima accoglienza al trasferimento in strutture più piccole e stabili, dal monitoraggio degli standard sui diritti umani all’inclusione scolastica e culturale nelle comunità locali sparse in tutto il territorio nazionale. Il progetto ha tra i suoi partner istituzionali Ministeri, Enti locali, le Prefetture, i Garanti locali per l’Infanzia, le Università di Palermo, Reggio Calabria e Napoli. A livello operativo, si avvarrà di partner di consolidata esperienza in diversi settori di intervento come l’ong Intersos, il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA) e diverse articolazioni del mondo dei Salesiani di Don Bosco. Un ruolo fondamentale sarà svolto dai volontari dell’UNICEF Italia, del movimento giovanile Younicef e dei ragazzi del Servizio Civile Nazionale”.

Avete deciso di presentare anche a Palermo e Milano, non solo a Roma nella sede Unicef, il video-inchiesta sul fenomeno dei giovanissimi fantasma. Perché questa scelta?
“Vogliamo raccontare le storie di giovani migranti arrivati sul nostro territorio: le loro esperienze di vita, alcune negative, ma altre positive di inclusione sociale e solidarietà. Abbiamo deciso di farlo in tre grandi città, tre grandi centri del Nord, del Centro e del Sud Italia: tre realtà direttamente coinvolte in questo fenomeno. Un modo per lanciare un messaggio di solidarietà e di condivisione, perché le migrazioni riguardano l’intero Paese e tutti insieme dobbiamo occuparcene”.

L’Italia, come la Grecia, sempre più sola e abbandonata a sé stessa in Europa sulla frontiera della disperazione?
“Sicuramente l’Europa non sta facendo abbastanza, e non si rende conto del grande lavoro che il nostro Paese, come la Grecia, sta portando avanti. Grazie al grande sforzo della Guardia Costiera, ma anche delle Associazioni e dei cittadini si riesce a tamponare l’emergenza, ma quanto a lungo si potrà continuare? Serve una risposta immediata e una presa di posizione da parte di tutti gli Stati dell’Unione Europea.”

Presentando il docufilm, avete scritto: “Si chiamano Abdul, Joy, Gloria, Ibrahim… ma è come se non esistessero”. Più facile restare indifferenti, anzi alzare muri, se i migranti vengono spersonalizzati e ridotti a numero?
“La cosa che risulta sempre difficile far capire è che quando si parla di migranti si parla di adulti e di bambini si parla di persone, non solo di “migranti”. Abdul, Joy, Gloria, Ibrahim sono dei nomi, delle storie che abbiamo deciso di raccontare proprio per non rimanere nell’indifferenza, perché le vite di questi ragazzi e ragazze possano essere raccontate, perché non c’è bisogno di avere paura, di alzare muri o rimanere indifferenti”.

Quindi?
“Se vogliamo rendere concreto un cambiamento nella nostra società è necessario essere solidali, è necessario dare una mano, creare ponti, affrontare il fenomeno delle migrazioni e trovare soluzioni concrete affinché i diritti di ogni essere umano, sia esso uomo, donna, adulto o bambino vengano rispettati”.

Una tragedia umanitaria dalle dimensioni spaventose. Un fenomeno ormai ingestibile anche per l’Unicef, malgrado i vostri sforzi?
“Non abbiamo la pretesa di risolvere tutti i problemi che ci sono nel mondo, non possiamo farcela da soli. Pensiamo semplicemente che i bambini sono bambini, non importa in che parte del mondo sono nati, e vogliamo dare loro la possibilità di andare a scuola, di giocare, di vivere in modo dignitoso. Da 70 anni, l’UNICEF lavora proprio per questo. Quando si scappa da guerra, miseria, povertà non si ha colpa perché un bambino non sceglie dove nascere. Un bambino è un bambino e il nostro dovere è quello di aiutarlo”.