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La “ministeriale” Esa nel semestre di Presidenza italiana dell’Ue: una partita che l’Italia non può e non deve perdere

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La Conferenza dei ministri degli Stati membri dell’Esa sullo “Spazio” del prossimo dicembre 2014 sta mettendo in luce tutta la sua importanza strategica per il futuro dello spazio nel nostro Paese. Ciò è vero in primis per il rilevante posizionamento che l’Italia ha tutto il diritto di rivendicare nel panorama internazionale, in secundis, ma non caso di minore importanza, per le ricadute tecnologiche, economiche e occupazionali che le attività spaziali portano con se.

Il ministro Stefania Giannini (forte del pieno e dichiarato sostegno da parte della PdC che nello “spazio” vede un  settore strategico per la crescita tecnologica e economica del nostro Paese) e supportata dall’Agenzia spaziale italiana guidata da Roberto Battiston avrà l’arduo compito di giocare una partita cruciale  per il futuro delle attività spaziali del Paese. Si tratta di una partita che non si può e non si deve perdere.

Numerosi sono gli argomenti da discutere nella “ministeriale” e le decisioni da assumere. Non è certamente di secondaria importanza la scelta del nuovo Direttore Generale dell’Esa. Il successore al regno di Jean Jacques Dordain, che ha governato l’Agenzia europea per tre mandati consecutivi, avrà il compito non facile di proporre al Council dei 20 Stati membri (a cui si aggiungono Paesi con accordi di cooperazione come Canada, Estonia, Slovenia e Ungheria) l’ottimizzazione del bilancio, per non usare il termine “spending review”, insieme alla ratifica e, perché no, alla ridefinizione dei programmi e del loro sviluppo temporale, ai rapporti con la nuova Commissione europea, fino alla conferma o a eventuali nuove nomine dei direttorati  dell’Agenzia.  In definitiva il programma spaziale europeo, e relativa gestione, ovvero gli asset portanti e le priorità dell’Europa spaziale.

Tra questi, molti sono i temi di rilevanza per l’Italia che, con 400 milioni di euro all’anno, è il terzo contributore (13% circa),  dopo Francia (25%) e Germania (24%), del bilancio complessivo dell’Esa che ammonta a 4,3 miliardi di euro.

La prima domanda che sorge spontanea è: quale futuro attende i lanciatori europei e quali saranno gli impatti sulla loro competitività nel mercato globale.  Un lancio con il Falcon 9 della Società privata Usa Space X costa oggi 60 milioni di dollari per 13 tonnellate da spedire in orbita geosincrona che diminuiranno se l’innovativa possibilità, in corso di avanzata sperimentazione, di recupero e riutilizzo del primo stadio, sarà confermata. Di contro un lancio di Ariane 5 costa  150/200 milioni di euro: un gap non più sostenibile per l’Europa e l’Esa.

agenzia spazialeAttualmente l’accesso europeo allo spazio è assicurato, per l’appunto, dal lanciatore Ariane 5, dal vettore russo in versione europea Soyuz (con criticità crescenti) e dall’ultimo arrivato: il lanciatore Vega, sviluppato per il 65%  dall’Italia con tecnologie di punta e con costi di lancio di 50 milioni di euro per carichi fino 1,5 tonnellate in orbita geosincrona.

Anche in questo caso siamo nettamente fuori mercato. Il recente accordo Airbus-Safran di giugno scorso ha l’obiettivo di aprire nuovi orizzonti: il rilancio del programma dei lanciatori europei con lo scopo di sviluppare un Ariane 6 (sperabilmente “light”) con costi di lancio competitivi sul mercato internazionale. Sarà vero?

Per l’Italia però la situazione è incerta e apparentemente non rosea. Non è chiaro il futuro di Vega e della società Avio che lo ha sviluppato (di proprietà al 15% di Finmeccanica e per il resto del fondo di investimento Cinven). Nel caso Finmeccanica acquisisse la maggioranza azionaria di Avio S.p.A. l’Italia (ovvero Asi) dovrebbe essere inclusa di diritto nel club dei policy makers dei lanciatori europei, come Safran e Airbus (alias le Agenzie spaziali francese e tedesca, Cnes e Dlr) e non trattata solo come un utile partner finanziario.

In ogni caso il vero problema è il pressoché inestricabile intrigo tra Agenzie Spaziali, industrie, Ariane Space ed Esa: nodi che vanno sciolti non solo in Europa, ma soprattutto in Italia e per l’Italia.

I lanciatori (16% del budget Esa) non sono il solo problema da trattare. Non sono meno importanti le tematiche dell’osservazione della terra (23%), la navigazione (16%), il programma scientifico (12%) e molte altre. Ultimo, ma non meno importante, l’investimento in nuove tecnologie con un budget  Esa limitato a un misero 2%. Questi sono tutti temi vitali per il nostro Paese.

Per esempio non tutti sanno che l’Italia è leader mondiale nel campo delle osservazioni della terra con la costellazione di quattro satelliti radar Sar CosmoSkyMed. Il sistema, di proprietà Asi e del Ministero della Difesa, interamente sviluppato e gestito dall’industria nazionale, è il classico fiore all’occhiello del nostro Paese. La sua altissima risoluzione spaziale e la  capacità di “fotografare” e monitorare il nostro pianeta sia di notte che di giorno, anche in presenza di nubi, in maniera sistematica ma all’occorrenza, per esempio in caso di catastrofi,  in tempo quasi reale, danno un’idea dell’eccellenza italiana in questo settore. Ma i satelliti, non sono immortali e hanno anche loro una vita. Proprio per questo è in fase di realizzazione CosmoSkyMed di seconda generazione costituito da due satelliti radar Sar con prestazioni migliorative di grande rilevanza. Realizzazione che, a causa della crisi economica, è costantemente in difficoltà con un percorso a ostacoli, un continuo “stop and go”. I competitor in questo settore sono  i  tedeschi di Airbus/Dlr, con il loro sistema Sar di due satelliti. Sarebbe veramente una perdita irreparabile per il Paese e per il suo sistema produttivo e istituzionale se il programma Cosmo seconda generazione venisse definitivamente interrotto. Ma è possibile che in Italia non si riesca mai ad approvare un investimento “end to end” e si debba sempre navigare a vista? Quando mai diventeremo una nazione “normale”?

Le immagini radar danno informazioni insostituibili ma se associate a immagini ottiche il valore aggiunto del prodotto e delle sue applicazioni diventa superlativo.L’Italia non possiede un sistema di satelliti operanti nel visibile e deve acquistare sul mercato le immagini ottiche necessarie. Non sarebbe ora ci rendessimo indipendenti anche in questo settore? Potrebbero prendersi in considerazioni nano satelliti di 100/120 Kg  così da realizzare una mini costellazione di satelliti ottici con risoluzione sub-metrica orbitanti a bassissima quota, (300 Km) supportati da propulsione elettrica per impedirne la caduta in atmosfera. Costi? Un ordine di grandezza inferiore rispetto a un singolo satellite di 500 Kg a 600 Km di quota. Poi perché non guardare a collaborazioni bi-multi laterali realistiche?

Questo riguarda l’Italia e la sua indipendenza nel campo dell’osservazione della terra. Per tornare al tema europeo è importante che nella “ministeriale” vengano chiariti i problemi legati alla sicurezza e specificati gli aspetti trainanti per lo sviluppo economico dei paesi europei del programma Copernicus dell’Eu, gestito per la parte spaziale da Esa,  e della sua  politica di “open data access”. Il sistema Copernicus è in fase pre-operativa con i primi due satelliti Sentinel già in orbita e con gli accordi con altri sistemi come CosmoSkyMed.

In generale nel settore spaziale sarà certamente interessante identificare e fare chiarezza, come già accennato, sui ruoli dei diversi attori in campo. Non sarà certamente un compito facile né, a mio avviso, immediato.

Nella “ministeriale” la tematica scientifica sarà un altro dei punti cruciali in discussione e l’Italia dovrà chiarire la sua posizione. L’attuale bilancio dell’Asi, di cui l’80% va al contributo italiano a Esa, non permette di fare una politica scientifica e spaziale degna del nostro Paese. E nonostante ciò, questo resta uno dei  settori di eccellenza dell’Italia: i nostri ricercatori contribuiscono alle pubblicazione mondiali della “Space Science community” con uno strabiliante 10%, il doppio di altri settori scientifici. Qualcuno l’ha definito il paradosso italiano. Fino a quando potremmo mantenere questo trend?

Per chi non conoscesse il meccanismo del programma scientifico dell’Agenzia spaziale europea ricordiamo che le missioni scientifiche sono finanziate da Esa con l’esclusione degli esperimenti a bordo i cui costi sono a carico dei Paesi i cui scienziati ne propongono la partecipazione. Ebbene in base a questo meccanismo l’Italia partecipa al programma scientifico obbligatorio con circa 60 dei 400 milioni di euro di contributo a Esa ma, oggi Asi non ha risorse per supportare gli esperimenti  proposti dai sui scienziati.

Non sarà certamente compito facile per il ministro Giannini e per il presidente Battiston venire a capo di questo paradosso sia a livello nazionale che in ambito ministeriale.

esaVi sono certamente temi su cui l’Italia dovrà esprimersi e cercare una soluzione. Tra questi, ma non solo, l’esplorazione umana, la stazione spaziale internazionale Iss, il programma ExoMars 18.

Quale ruolo giocherà il nostro Paese e in quale settore uscirà a testa alta?

A mio avviso non vi sono elementi per uscire a testa alta in uno dei tanti settori spaziali e non in altri. La partita non si pareggia: si vince o si perde. Con il risultato che l’Italia o conquista il ruolo di policy maker della politica spaziale europea o decide che lo spazio non è vitale per il Paese. Non ci sono mezze misure  né per le nostre imprese né per le nostre istituzioni. Per evitare equivoci facciamo un esempio semplice: abbiamo candidati esperti e credibili che parteciperanno alla “call” come Dg dell’Esa? In caso positivo è il momento di supportarli.

Non vorremmo però che il risultato finale della “ministeriale” fosse un semplice “over-return” per l’industria italiana nell’ambito della policy del “giusto ritorno” applicata da ESA. E soprattutto non vorremmo che tale presente, economicamente ben accetto,  sia di bassa qualità tecnologica. Sarebbe una mesta vittoria di Pirro.

Se questo avvenisse i padri fondatori della politica spaziale italiana ed europea, Edoardo Amaldi e Luigi Broglio, si rivolterebbero nella tomba. Forse è giunto il momento per la Presidenza del Consiglio di prendere le redini delle operazioni in attesa che il Parlamento decida come lo “spazio” debba essere gestito in Italia.

In ogni caso però è bene che il ministro Giannini e il presidente Battiston si preparino con meticolosa cura a questo complesso “dressage”…

Nel frattempo è bene ricordare che in un mare apparentemente calmo ma pronto a divenire burrasca occorrono doti da buon marinaio: occhio, pazienza e …. fortuna (quest’ultimo termine in dialetto romagnolo è molto più efficace ma non certamente elegante). Il Ministro e il Presidente, personalità di grande spessore e personalità, hanno certamente occhio e pazienza. Purtroppo il terzo elemento non dipende dalla loro perizia e non possiamo che far loro che uno scaramantico “in bocca al lupo”!

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