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Le conseguenze politiche delle regole migratorie restrittive degli Stati Uniti nella regione latinoamericana

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Nonostante le promesse elettorali di abrogare le politiche migratorie dell’amministrazione Trump, Joe Biden ha continuato sulla falsa riga del suo predecessore. Allo stesso tempo, davanti alle continue espulsioni e alle pressioni di Washington, il Messico ha continuato ad accogliere ogni mese 30.000 migranti respinti dagli Stati Uniti; tuttavia, sta iniziando ad attuare politiche migratorie a sua volta particolarmente restrittive. In questo senso, le politiche applicate negli Stati Uniti possono influire sulle scelte di tutta la regione.

Deterrenza migratoria come scelta politica: lunghi soggiorni e paura dell’espulsione

Lo scorso 31 marzo, un incendio in un centro di detenzione a Ciudad Juárez ha causato la morte di almeno 39 migranti. La causa immediata della tragedia sarebbe da ricercarsi nel fatto che i migranti del centro, che protestavano per l’imminente espulsione, avrebbero dato fuoco ai loro materassi. Tuttavia, 32 secondi di registrazione di una telecamera di sicurezza mostrano il mancato intervento dei tre agenti dell’Instituto Nacional de Migración (INM) presenti, che si allontanano dal centro senza aiutare i migranti. L’evento ha soprattutto evidenziato gli effetti di decenni di politiche migratorie sempre più restrittive da parte dei governi statunitensi e messicani, che hanno reso l’iter per le richieste d’asilo sempre più complesso ed hanno portato a un forte aumento del numero di persone detenute in queste strutture.

Attualmente, il Messico dispone di un ampio sistema di reclusione che comprende decine di centri di detenzione a breve e lungo termine, che nel solo 2021 ospitavano più di 300.000 persone. In confronto, il sistema degli Stati Uniti è il più grande al mondo, disponendo di 131 strutture che comprendono centri di trattamento governativi, centri di detenzione privati a contratto e varie altre strutture, comprese le prigioni. In teoria, le leggi messicane dovrebbero garantire ai migranti di essere trattenuti solo per brevi periodi di tempo in queste strutture, il diritto a un giusto processo, l’accesso ad avvocati e interpreti. Alcune leggi stabiliscono che deve essere garantito un livello adeguato di servizi essenziali, come l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Nella pratica, tuttavia, i migranti devono spesso affrontare condizioni igieniche precarie, sovraffollamento, ricoveri prolungati e un’espulsione quasi certa.

Ha contribuito a questa situazione il ricorso da parte di Biden alla retorica trumpiana sui migranti e il mantenimento, almeno fino a maggio 2023, del cosiddetto “Titolo 42”, una misura promulgata durante la pandemia Covid-19 che permette di espellere immediatamente i migranti che arrivano al confine senza possibilità di chiedere asilo. Inizialmente, Biden ha cercato di annullare il “Titolo 42”, ma i governatori degli Stati del Sud hanno fatto ricorso e vinto in tribunale. Dall’inizio del programma, si è registrata una riduzione complessiva del numero di migranti considerati irregolari: lo scorso anno il numero di arrestati alla frontiera ha raggiunto la cifra record di 2,4 milioni, ma quest’anno il numero è sceso a circa 128.000 al mese.

La politica migratoria statunitense si sposta a sud

L’aumento delle espulsioni da parte del Messico è la diretta conseguenza del modo in cui il Paese e gli Stati Uniti hanno collaborato negli anni per il controllo delle migrazioni verso il Nord America. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le autorità statunitensi hanno iniziato a considerare la migrazione come una questione di sicurezza, un cambiamento che ha avuto ripercussioni non solo sulla legislazione interna statunitense in materia di immigrazione, ma anche sulle relazioni bilaterali con il Messico. Nel 2006, infatti, il Presidente messicano Felipe Calderón si è unito al presidente George W. Bush nell’Iniziativa di Mérida, che mirava ad affrontare la guerra alla droga in Messico, a creare un “confine Stati Uniti-Messico del XXI secolo” e a trasferire l’applicazione della legge sull’immigrazione in territorio messicano. Questa iniziativa, sostenuta da ingenti finanziamenti statunitensi, continua tuttora: con questi fondi, il Messico ha creato basi navali sui fiumi, ha installato guardie di sicurezza oltre ad aver condotto alcune operazioni di sorveglianza con i droni. Inoltre, ha anche installato posti di blocco mobili sulle autostrade e l’identificazione biometrica nei centri di detenzione per migranti, con l’obiettivo di identificare, arrestare ed espellere i migranti provenienti dall’America centrale che cercavano di raggiungere gli Stati Uniti. 

Tuttavia, detenzioni ed espulsioni hanno fatto poco per arginare il flusso di migranti che entrano nel Paese diretti negli Stati Uniti. I ricercatori dell’Università del Texas di Austin stimano che tra il 2018 e il 2021 una media di 377.000 migranti all’anno sono entrati in Messico dal Triangolo settentrionale. La maggior parte di loro era diretta verso gli Stati Uniti per sfuggire a violenza, siccità, disastri naturali, corruzione ed estrema povertà. I migranti hanno attraversato il Messico a migliaia anche da molti altri Paesi, e anche da nazioni africane.

Nel frattempo, negli ultimi anni le politiche di controllo al confine tra Stati Uniti e Messico sono state intensificate per colpire i richiedenti asilo. Il processo è iniziato sotto l’amministrazione Trump, ma come detto è continuato con la presidenza Biden, nonostante le promesse della campagna elettorale. Dal 2019, Washington ha adottato una serie di politiche che obbligano i migranti che si presentano al confine meridionale degli Stati Uniti di rimanere in Messico per chiedere asilo o essere espulsi nei loro Paesi d’origine. Questo ha fatto sì che centinaia di migliaia di migranti si accumulassero nelle città messicane di confine e che aumentasse il numero di persone che entravano nei centri di detenzione in Messico. Nel 2021, il numero di migranti detenuti nei centri di detenzione ha raggiunto le 307.679 unità, quasi il doppio rispetto al 2019. Di conseguenza, molti centri di detenzione, come quello coinvolto nell’incendio, hanno sofferto di sovraffollamento e condizioni precarie, documentato dal Global Detention Project. L’insicurezza e le proteste sono diventate sempre più frequenti e negli ultimi mesi si sono verificati incidenti anche nelle strutture di Tijuana e della città meridionale di Tapachula

La prevenzione attraverso la deterrenza non funziona

Questa situazione ha alimentato le tensioni nelle comunità messicane di confine. Contrariamente alla legge messicana (lo status di immigrato non autorizzato non è di per sé un reato), Pérez Cuellar, sindaco di Ciudad Juárez, ad inizio marzo aveva affermato che avrebbe rafforzato la sua posizione contro i migranti presenti in città. Molti di loro sono stati arrestati per aver chiesto l’elemosina, pur non avendo commesso alcun reato, e sono stati detenuti in centri di detenzione in stanze sovraffollate, chiuse e senza accesso a cure mediche o acqua potabile. Nel frattempo, centinaia di migranti provenienti da vari Paesi dell’America Latina continuano ad arrivare al confine settentrionale del Messico. La tendenza è stata alimentata in parte anche dalla falsa notizia che, dopo l’incendio, gli Stati Uniti avrebbero iniziato ad accettare le richieste di protezione internazionale.

Come Biden, anche Obrador aveva promesso una politica più aperta nei confronti dei migranti al momento del suo insediamento, ma le minacce commerciali dell’amministrazione Biden hanno trasformato il Messico nella “polizia di frontiera” statunitense, dandogli di fatto il controllo del confine meridionale. In effetti, il Governo messicano avrebbe dovuto stanziare una quantità sufficiente di denaro per l’INM e la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados. Tuttavia, il budget annuale stanziato dal governo per le agenzie di aiuto ai rifugiati è di soli 2,6 milioni di dollari e anche gli aiuti ai centri di accoglienza sono stati ridotti.

La tragedia di Ciudad Juárez non influirà certo sul flusso di migranti. Pochi possono richiedere lo status di rifugiato negli Stati Uniti e la lista d’attesa è lunga. Il programma “Humanitarian Parole” di Biden (che consente l’ingresso negli Stati Uniti a un massimo di 30.000 persone al mese) è un’opzione solo per una manciata di persone che vivono in pochi Paesi. Nonostante questo, per i pochi fortunati che riescono a chiedere asilo negli Stati Uniti, il tasso di rifiuto rimane comunque alto, pari al 63% nel 2021: solo 8.349 richiedenti asilo sono stati effettivamente accolti dai tribunali per l’immigrazione statunitensi. Nel frattempo, la nuova norma dell’amministrazione Biden che entrerà in vigore l’11 maggio 2023 dopo la revoca del Titolo 42, comporterà l’espulsione verso il Messico di tutti i migranti che non hanno fatto richiesta di asilo in almeno uno dei Paesi attraversati durante il viaggio e sono arrivati alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Gli unici migranti esenti da questa regola saranno quelli che prenderanno un appuntamento per richiedere asilo presso un porto d’ingresso approvato, utilizzando l’applicazione CBP One del governo statunitense. Tutti gli altri saranno considerati inammissibili a meno che non dimostrino “circostanze straordinarie e impellenti”.

Questa politica rischia di aumentare la pressione sul già precario sistema di detenzione del Messico, oltre a negare a migliaia di migranti in fuga dalle persecuzioni il diritto di chiedere asilo al confine meridionale degli Stati Uniti. Verranno rispediti in Messico, dove le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato alti livelli di violenza e sfruttamento dei migranti, o deportati nei loro Paesi d’origine. 

L’impatto delle scelte di Washington sull’America Latina: politiche migratorie destinate ad inasprirsi?

L’adozione di questa norma non solo avrà un impatto diretto sulle persone, ma potrebbe anche avere ripercussioni indirette sulle politiche migratorie di altri Paesi della regione. Ciò potrebbe compromettere l’apertura e il pragmatismo dimostrati dai Paesi dell’America Latina e dei Caraibi in un momento di altissima mobilità regionale. La maggior parte dei Paesi della regione ha cercato di concedere ai rifugiati uno status giuridico e l’accesso alle scuole. Molti Paesi hanno anche cercato di regolare i flussi migratori ordinari attraverso accordi che consentono il lavoro stagionale e accordi di mobilità regionale che permettono movimenti transfrontalieri legali tra Paesi vicini. Tuttavia, quasi tutti i Paesi latinoamericani hanno registrato un aumento significativo delle migrazioni negli ultimi anni: il numero di migranti è quasi raddoppiato dal 2010 e la maggior parte dei Paesi ha scelto di fornire percorsi legali ai rifugiati. Nonostante questo, il pendolo sembra oscillare ora verso il desiderio di controlli di frontiera più severi come negli Stati Uniti. Alcuni governi hanno imposto restrizioni sui visti per i cittadini di Paesi come il Venezuela e Haiti, e la maggior parte sta valutando quanti nuovi migranti può accettare ogni anno. Il Costa Rica ha recentemente reso più difficile la concessione dell’asilo e il Cile ha addirittura piazzato unità dell’esercito ai confini con Bolivia e Perù.

L’espulsione di migranti senza residenza o status di rifugiato fa parte degli strumenti di politica migratoria nella maggior parte dei Paesi di destinazione. Gli Stati Uniti sono il partner economico dominante e strategico di gran parte dell’America Latina e le strette relazioni commerciali e gli investimenti statunitensi influenzano profondamente le economie dei paesi latinoamericani. In questo contesto, le politiche migratorie statunitensi potrebbero essere percepite come un segnale per orientare anche le scelte nazionali in materia.

Secondo il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2020, gli Stati Uniti hanno espulso un totale di 6,4 milioni di immigrati, il 90% dei quali è stato rimandato in America Latina e nei Caraibi. L’espulsione risponde alla logica interna del controllo della migrazione, o almeno crea l’illusione di farlo. Tuttavia, ha anche conseguenze indesiderate nei Paesi di origine dei migranti. Ad esempio, le bande in America centrale sono emerse come risultato delle espulsioni dei migranti centroamericani cresciuti nelle periferie degli Stati Uniti, molti dei quali coinvolti in attività illegali prima di essere espulsi.

In un editoriale su El País del 6 marzo, l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos ha scritto che i recenti sviluppi negli Stati Uniti in materia di immigrazione contraddicono i principi che lo stesso Biden ha difeso al Vertice delle Americhe di giugno, in particolare l’apertura di canali legali per i migranti. In quell’occasione, 21 governi dell’America Latina, dei Caraibi e del Nord America, hanno firmato la Dichiarazione di Los Angeles su migrazione e protezione, che stabilisce una serie di principi volti a garantire una maggiore apertura alla migrazione e movimenti transfrontalieri più regolari e prevedibili. La questione è come trovare un equilibrio tra apertura e gestione, senza compromettere nessuna delle due. Il dibattito è in corso in tutta la regione e molti guardano a cosa farà l’amministrazione Biden in materia. Ciò che accade al confine tra Stati Uniti e Messico potrebbe avere un forte impatto su altre aree della regione e contribuirà a determinare se la regione latinoamericana, nota per la sua apertura ai migranti e ai rifugiati, potrà costruire un processo più prevedibile e gestibile pur rimanendo fedele alle sue tradizioni.

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